Libriamoci! Giornate di lettura nelle scuole – I.C. Polo 1 Galatone (Le)

Galatone (Le) – 13/14 novembre 2019 – Scuola Primaria “Don L. Milani” – Partecipazione delle classi quinte del plesso “Don L. Milani” nell’ambito del progetto “Lector in fabula”. Gli alunni di classe quinta hanno animato momenti di lettura tratti dalle “Favole al telefono” di Gianni Rodari, creando un’atmosfera di partecipazione attiva e ascolto dei bambini di classe seconda. Alla fine dell’ascolto, i piccoli, con il supporto dei compagni tutor, hanno realizzato i gatti della storia con la tecnica del collage – Video di Mauro Longo

PARLANDO DEL PIÙ E DEL MENO…

PARLANDO DEL PIÙ E DEL MENO…

“PARLANDO DEL PIÙ E DEL MENO…” favola di Antonio Resta 

PARLANDO DEL PIU’ E DEL MENO…

 

(Un maiale, un topo e una gallina)

           

            Il topo era uscito più presto, quella mattina. Aveva fatto la nottata in un appartamento, aveva riposato: aveva fretta di uscire perché la sveglia era stata anticipata e le luci si erano tutte accese: restarvi, significava esporsi a un rischio altissimo di cattura.

            Due rosicchiatine appena, alla svelta, e poi subito via, nella sua residenza abituale: una casa diroccata, un po’ scomoda, ma sicura.

            Scorrendo il tratto di strada che ve lo conduceva, s’imbatté in un maiale che tra pochi giorni avrebbe subito la sua sorte atroce: ucciso e, quindi, “lavorato” per essere immesso in commercio.

            Tutti e due, anche se per ragioni ben differenti, avevano fretta: giusto il tempo per qualche confidenza sulla loro vita e sul modo di affrontarla.

            – Vedi, disse il topo, che modo di vivere il mio! dover essere sempre in cerca di un ambiente dove ci sia la possibilità di mangiare, lontano dalle trappole che continuamente mi tendono. Prima erano di legno o irrobustite con il fil di ferro: bastava una disattenzione perché la portella si aprisse, con la possibilità di poter scappare. Adesso, hanno inventato dei prodotti chimici: ti fanno mangiare roba avvelenata, saporita al gusto, ma mortale nelle conseguenze.  Oppure, pensa un po’, ti spalmano il pavimento della trappola con una colla micidiale. Basta posarvi un piede e non puoi più liberarti.

            E poi, i gatti, i nostri eterni nemici: a doversene guardare sempre! Eppure, francamente, una certa speranza che ci potessero lasciare in pace si era presentata. Con tutte quelle prelibatezze che i loro amici gli hanno preparato e che loro, a ragione, mangiano voracemente, si pensava che la nostra carne sarebbe diventata qualche cosa di sorpassato, di non appetibile per i loro gusti, diventati presumibilmente più esigenti: macché! Come prima, se non peggio di prima: forse a causa proprio di quegli intingoli che si vedono alla televisione: è da pensare che gli servano come “assaggini”, un vero e proprio aperitivo per il cibo che poi noi gli forniamo direttamente.

            – Tu, almeno, questi problemi non ce l’hai: ti portano da mangiare, ti ingrassano, anzi, fanno di tutto per ingrassarti, non è vero?

            – Sì, disse il maiale, è vero, almeno in parte. Mi portano da mangiare, tutto peraltro, e si danno tanto da fare per ingrassarmi, ma lo sai bene perché: la mia fine, a questo punto, non è differente dalla tua, ne convieni?

            – Anche io, aggiunse il topo, solo in parte. La mia fine come la tua? Ma il motivo è totalmente differente: mentre la mia è indirizzata solamente alla mia distruzione, la tua, invece, ha ben altre finalità. La disistima che godi come animale in vita, si trasforma in apprezzamento e lode dopo la morte.

            Mi accusano (è sempre il topo che parla) di essere solo portatore di malattie e dimenticano che, per fare esperimenti sull’efficacia dei farmaci, si servono di me, sottoponendomi a delle sofferenze ed esponendomi, così, a continui pericoli di morte: questo lo si dimentica facilmente, mentre avrebbe bisogno di una maggiore considerazione: non trovi?

            Quello che mi dà più fastidio, comunque, è quando si intrufolano nella mia vita privata, con giudizi tanto negativi, da poter definire tranquillamente offensivi.

            Prendete il caso della mia compagna: va bene! sarà quello che sarà, non certo un campione di fedeltà, non del tutto (anzi!) irreprensibile, non una donna, come si dice, di specchiate virtù, ma c’è proprio bisogno di infierire in quel modo ricorrendo a vocaboli che la segneranno per sempre in modo così spregevole?

             Ma, io dico, perché, per qualificarla, non usare il femminile, come si costuma per gli altri animali: cavallo/a, asino/a, no! addirittura ricorrere a un termine del tutto estraneo, non appartenente al regno animale e fargli cambiare perfino genere: da maschile a femminile: ma vi rendete conto?

            Lo so, forse non suonerebbe troppo bene, ma si poteva ricorrere a qualche vocabolo meno esterno alla nostra famiglia animale: a ben considerare, si è violentata perfino la lingua facendo un torto al significato più appropriato di un vocabolo, quello vero.

            Insomma, perché ricorrere a uno strumento che, per il suo significato, non ha alcuna attinenza, nel caso, con la femmina del topo e che, invece, serve a tutt’altro scopo, quale è quello di scoprire i piedi, (con un fastidioso, rumore, peraltro), (non mi riferisco ai sandali, ovviamente…) nella stagione estiva, dando loro la possibilità, di non sudare, con un apporto igienico salutare a sé e…agli altri? Lo indossano indistintamente gli uomini e le donne: non risulta che sia un “trans”: non c’è assolutamente nessun motivo per dedurlo…

            Non dimenticate che a Roma c’è “Via delle zoccolette”, famosa per essere la strada dove sorge il celebre Ospedale pediatrico del “Bambin Gesù” e legata, nell’antichità, al significato della mia categoria…al femminile…

            Il discorso del topo si infiammava e le parole venivano fuori con la stessa incontenibile foga con cui le accompagnava.

            C’era il pericolo che il discorso andasse per le lunghe.

            A farlo finire lo determinò l’intervento del maiale che, fin’allora, era stato zitto ad ascoltare.

            – Scusa, topo, permetti che parli io, ora, perché vedo che parte del tuo discorso, peraltro lo abbiamo già annotato, possa combaciare con il mio, salvo particolari che ne impediscono la fusione.

            Cominciamo dalla nostra fine: combacia, sicuramente: non vedono l’ora di eliminarci: su questo, penso, siamo d’accordo.      Ma per me, (lo hai ricordato e lo confermo), fatto non secondario, l’eliminazione non è uguale a distruzione, anzi, paradossalmente, la mia fine segna il momento in cui ha inizio la mia esaltazione e il mio apprezzamento.

            Si arriva perfino a dire (è un detto popolare abbastanza diffuso): mercante e porco, giudicalo dopo morto…

            Anche per me, caro amico, c’è il problema della mia vita privata: la mia compagna ha subito la stessa sorte della tua.

 Anzi, adesso che ci penso, anche peggio. C’è il femminile di porco (il mio secondo nome…) e allora perché andare a scegliere, anche per la mia, un nome fuori completamente dalle nostre visioni culturali, schermandolo dietro il nome di una città famosa nell’antichità e diventata teatro di un altrettanto famosa guerra, nonché soggetto di un celebre poema, tra i più conosciuti?

            Dimmi, onestamente: se io, rivolgendomi a una persona le chiedo di parlarmi di Troia, dove si trova il suo presunto sito geografico…pensi proprio che, parlandomene, non mi fornisca informazioni di tutt’ altro genere? non pensi più probabile, per non dire certo, che mi farebbe il nome di qualche donna, riconosciuta tale pubblicamente, con la strada in cui esercita quel mestiere che le procura tale appellativo?

            A parte che potrebbe insinuare dubbi sul mio comportamento morale.

            Tutti hanno modo di constatare (è un altro argomento) annotando, a ragione, che del mio corpo niente va perduto beh! se questo è il massimo dell’onore e della gratitudine che si possa dare a un animale, perché lo si dimentica così facilmente, mentre, invece, davanti a un comportamento o a qualsiasi cosa che si presenti in maniera disordinata e scorretta, non si sa dire altro, se non: è una porcata?

            Ti pare giusto? io lo considero il massimo dell’ingratitudine. Non pensavo proprio a una cosa di questo genere!

            Senza dire che, non raramente, venendo a conoscenza di certi comportamenti umani, dovrei essere io a dire, (come potrei dire?) è una umanata!…

            Vuoi una mia confidenza? lo so che mi tratterai da ignorante, ma fino a qualche tempo fa, almeno per quello che sto per comunicarti, ti guardavo con  una certa invidia. Mi spiego: tutte le volte che sentivo la parola “topografia”, “toponomastica”, addirittura l’aggettivo “topico” (pensavo: in tuo onore!), mi rodevo dentro perché il tuo nome e i suoi derivati campeggiavano con solennità nella composizione di queste parole: un piccolo riconoscimento te lo hanno dato! A me, neppure quello, nonostante qualche merito più del tuo mi sento di averlo!

            Quando, dietro consiglio, ho consultato il vocabolario (quello degli animali, s’intende) mi sono rasserenato perché tu non c’entri proprio niente: quei vocaboli hanno un tutt’altro significato.

            Meno male! mi è venuto spontaneo dire.

            C’è un caso, tuttavia, che mi inorgoglisce  e che riguarda proprio l’argomento…stradario cui facevo riferimento.

            Non posso passare sotto silenzio il fatto che una delle vie più conosciute di Roma è dedicata proprio alla mia compagna (Via della Scrofa). Oddio! Non è che il termine sia proprio scevro da un significato ambiguamente “pudibondo”, ma tant’è: ha avuto l’onore di comparire anche in documenti importanti, in occasione di congressi, di riunioni politiche o di altro genere, comunque di alto livello, che, data la centralità della via, ha avuto l’opportunità di  poter ospitare.

            Un segnale non secondario di qualche raro rigurgito di apprezzamento dedicatomi a ricordo di una vita che ha contribuito a preparare, tra l’altro, la squisita…porchetta romana! Purtroppo, anche per noi animali, i riconoscimenti sono celebrati sempre…alla memoria!

            A proposito, sento il verso della gallina, quello caratteristico di quando ha fatto l’ uovo: sicuramente uscirà adesso: fermiamoci ancora un po’: sentiamo un voce femminile: sarà utile per un confronto e, se necessario, per consolarci  reciprocamente.

            Nell’attesa di vederla comparire, commentammo sinteticamente il significato di questo verso tipicamente…gallinaceo: abbiamo concluso che è insieme annuncio e invito: nell’un caso e nell’altro la gallina manifesta la pochezza del suo cervello.

            Cara sorella gallina, ci fai pensare.

            Non solo annunci che hai fatto l’uovo, ma inviti anche a prelevarlo. Addirittura, da come è composto, il tuo annuncio è personalizzato: “coccodè”, quella “d” al posto della “t” forse residuo o radice di una pronuncia napoletana, si può tranquillamente tradurre con un “per te”, che è il colmo della generosità; ricambiata come?

            Ma, si può essere più stupidi di così? Ci hai pensato mai? Mentre tu canti soddisfatta, il pensiero di chi ascolta la tua voce e va a raccogliere il frutto che gli hai prodotto, lungi dall’esprimerti un grazie, corre subito ai vari modi in cui può cuocerlo: à la coque, fritto, in camicia, lesso…

            Così viene ricambiato il tuo lavoro e il tuo sforzo diretto a produrlo, perfino con un “hai un cervello quanto quello di una gallina!”: non c’è male, vero?

            – Tutto vero quello che state dicendo, aggiunse la gallina. E non sapete tutto.

            Da qualche tempo stanno accompagnando il nostro lavoro con un sottofondo musicale, convinti che produciamo di più e meglio.

            Speriamo sia vero, anche se ci potrebbe essere qualche inconveniente, facilmente intuibile.

            Uno, per esempio.

            Mangiando le uova con la musica di un tale autore, si assimila solo il sapore e la sostanza o anche la melodia che ne ha accompagnato lo sviluppo? E nel caso di un movimento viscerale, quali note scapperanno fuori? Se viene privilegiato un autore a sfavore dell’altro non potrebbe sorgere una gelosia tra i vari compositori sfruttati a scopo di produzione?

            La questione diventerebbe seria, almenocché non si giunga alla conclusione di poter ordinare un uovo…alla Beethoven, alla Verdi, alla Puccini…

            – Dopo tutto questo discorso, concluse la gallina, sulla generosità, la bontà, addirittura la musicalità del prodotto, lo sapete con che cosa vengo ricambiata?

            Praticamente con la stessa conclusione che riferiva il maiale, se ho captato bene la sua ultima parola: per lui, una porcata, per me, una frittata.

            Solamente che io sono più avvantaggiata di lui nel senso che alla “buona riuscita” della frittata avrò dato il mio contributo, fornendone la materia: l’uovo, e questo in caso positivo, ma soprattutto nel caso contrario, sentirsi orgogliosa di aver contributo al demerito di chi l’ha definita tale.

            Sarà una piccola vendetta, ma io me la prendo volentieri, e tutta!

Antonio Resta

IL GATTO INNAMORATO

IL GATTO INNAMORATO di Antonio Resta

IL GATTO INNAMORATO di Antonio Resta

IL GATTO INNAMORATO

Nella stagione degli amori, un gatto emetteva dei tutt’altro che melodici lamenti che, per lui, erano messaggi d’amore, per chi era costretto ad ascoltarli, invece, costituivano dei veri e propri tormenti che, oltretutto, specie la notte, non permettevano di riposare.

 Non era la prima volta.

Ogni anno, a una data più o meno stabilita, il gatto inviava il suo straziante messaggio di innamorato: ogni anno,  insomma, per dirla con linguaggio umano, prendeva una “cotta” e, siccome il fenomeno si ripeteva, in conclusione, si poteva parlare, a ragione, di una continua…ricotta!

Le reazioni erano le più svariate e andavano dal richiamo verbale, normalmente ignorato, al lancio di oggetti di vario genere e di provata consistenza: preferiti questi ultimi…

Quello più usato, forse perché a più facile disponibilità, era la scarpa. E il nostro micio, come risposta alla sua richiesta di una compagna, con intuibile sorpresa, si trovava davanti un oggetto di tutt’altro genere: oltretutto, normalmente “usato”.

Non raramente il lancio era andato a segno e non era il caso, pensava, di esporsi a un tale ripetuto pericolo.

Aveva adocchiato un edificio con all’ingresso la scritta: “Carmelitani scalzi”: quale occasione migliore per sceglierlo come luogo sicuro, lontano da quell’odiato oggetto che lo aveva raggiunto in diverse circostanze, costringendolo a interrompere il suo invito amoroso?

Detto, fatto. Gli si collocò davanti e cominciò il suo lamento, aspettando che la sua tormentata richiesta andasse a buon fine: quello per cui lo faceva e che, ed era quanto, logicamente, desiderava.

Si vede che i frati di quel convento erano proprio seccati e che il nostro micio innamorato non era stato il solo a leggere quella scritta, tanto invitante, quanto a conti fatti, si rivelò ingannevolmente rassicurante.

Fatto si è che, appena aprì bocca, non aveva ancora finito di emettere il primo miagolio, che si vide arrivare addosso una scarpa peraltro “conformata” e proporzionalmente pesante.

Non gli rimase altro che volgere il proprio deluso sguardo su quella scritta e annotare, esclamando mestamente: bugiardi!…E meno male che c’è scritto scalzi!…

Mi venne da fare una sconsolata riflessione, che vi comunico, a caldo, frutto di quell’esperienza vissuta personalmente.

Non credete alle targhette lucidate che spesso, se non sempre, sono affisse all’ingresso degli ambienti di lavoro di qualsiasi genere, con la sequenza di titoli che vi sono impressi. Non credete ai biglietti da visita, stampati su carta patinata, anche qui, con la “grandinata” di titoli, spesso solo onorifici, che vi sono impressi e che, ipocritamente, cancelliamo nell’atto di inviarlo.

Forse, in nome di una falsa umiltà, è l’atto più vero che compite.

A ben riflettere, tuttavia, vi viene risparmiato l’imbarazzo di dover cancellare un titolo, il fondamentale, quello che nessuna università vi può conferire, perché, nell’elenco, neppure vi appare, quello di UOMO…anche per le donne!

Antonio Resta

PAROLA E PAROLE

"PAROLA E PAROLE" favola di Antonio Resta

“PAROLA E PAROLE” favola di Antonio Resta 

PAROLA E PAROLE

Resoconto di una seduta del Parlamento animalesco…

Erano passati alcuni anni da quando, nella foresta, si era scelta la nuova Carta costituzionale che prevedeva la istituzione della Monarchia assoluta, con la concentrazione, di fatto, di tutti i poteri (legislativo ed esecutivo) nella persona del Re (il leone).

Una ventata nuova, intanto, si stava abbattendo su tutte le foreste, con l’istanza sempre più pressante di una maggiore partecipazione del popolo alla gestione della “Cosa pubblica”: la forma di governo democratica non era più rinviabile e, per usare una frase storica che era risuonata nel primo parlamento (umano!) subalpino, non si poteva essere “insensibili al grido di dolore che si levava da tante parti”.

            I politologi si scatenarono nel proporre le varie soluzioni, ognuno, ovviamente, presentando la sua come la migliore.

            Non si discusse più (il problema era stato risolto) sulla scelta tra monarchia e repubblica, quanto sul potere da attribuire al primo ministro, con conseguente limitazione di quello del sovrano. Si parlò, tra l’altro, di semipresidenzialismo, suscitando la facile ironia, puntualmente tradotta in vignetta, con il riferimento all’ olio di semipresidenziale…

            Si convocò l’assemblea costituente, con il compito di redigere la nuova costituzione (animalesca!) tenendo presenti tutte le istanze (la ventata di cui si parlava) che erano sorte in conseguenza del progresso della civiltà e riguardanti in primo luogo i diritti umani.

            Dopo il saluto inaugurale, si cercò un motivo che potesse unire l’assemblea: almeno, si disse, si poteva cantare unitariamente.

            Il richiamo al canto portò immediatamente alla scelta dell’inno nazionale e fu proprio il momento in cui la scelta naufragò e l’illusione di cantare “insieme” si rivelò tale fin dall’inizio delle prime battute. Le stonature delle varie voci si rifletterono sulla scelta dell’inno: ognuno ne propose uno e le dissonanze musicali fecero compagnia a quelle dei vari testi presentati.

            Del resto, come era possibile armonizzare il raglio dell’asino, il nitrito del cavallo, il muggito del bue, il barrito dell’elefante, il belare delle pecore…senza contare i versi dei vari uccelli?

            Si proseguì, tuttavia, nel lavoro della scelta.

Si scartò subito, anche se un nutrito gruppo di parlamentari lo sosteneva, il coro del Nabucco di Verdi Va’, pensiero…Il suo inizio, affermò un deputato, ovviamente contrario alla sua scelta, fa venire in mente l’inizio di una…augurante giaculatoria laica, con la richiesta e l’auspicio di un viaggio in un paese o, se preferite, in un luogo, nei secoli passati tenuto rigorosamente al buio, ma oggi più che mai esposto e addirittura oggetto di trattazione da parte di un autore, un regista precisamente, specialista in questa tematica, che vi ha steso un trattato: non so se, nella sua competenza, rientri anche quella della cucina, definita tecnicamente culinaria…La sua trattazione deve essere solo terrestre…

            Per una più approfondita conoscenza della materia, è sufficiente prestare attenzione al labiale dei calciatori nei confronti dell’arbitro durante le partite di calcio per certe decisioni del direttore di gara, non condivise.

            E poi (altro argomento validissimo), posto che vada, (l’eventualità la personalizzo…) dietro consiglio o imposizione, sono sicuro di trovare qualche posto ancora libero? Mi è doveroso annotare, comunque, che questo argomento presentava qualche perplessità e qualche dubbio.

            Io, osservò in privato un animale, approvo il rigetto di quell’inno per una ragione molto semplice: quel va’! lo si rivolge a tutti e, perciò, se tutti attuassimo quel comando, ci ritroveremmo nella stessa situazione di prima, quindi, ci dovrebbe essere il contrordine: ritorna!

            La speranza, assai debole, in verità, potrebbe essere quella che qualcuno, deludendo il desiderio del mittente, ritorni e…lasci caldo il posto al prossimo arrivato.

            Per farvi vedere che sono aggiornato, aggiungo che la fervida fantasia dei giornalisti ha assegnato a…quel posto al buio una coordinata (si dice così?) geometrica definendolo “lato B”: non mi domandate il perché. Le mie nozioni in merito (geometrico!) sono molto carenti.

            Mi raccontava un amico, con un riferimento personale, sempre in merito a questo argomento, di un’esperienza vissuta direttamente: è proprio il caso di dire: sulla propria pelle.

            Gli era stato prescritta una cura, da fare per iniezioni: il posto dove normalmente si opera…lo sapete quale è: anche le modalità. Le si iniettano…a fasi alterne. Un giorno, nel momento dell’…augusta operazione, ha indicato la parte che doveva essere interessata. L’operatore, con decisione, lo contestò, affermando che doveva essere l’altra parte, portando come argomento che lui era molto fisionomista. Anche un esperto “fissaimmagine”, penso, si sarebbe trovato in difficoltà a distinguere le due in questione: così simili!

Da allora mi sono sempre arrovellato il cervello su quale poteva essere stato il motivo…estetico di tale fermezza e decisione, nonché di tanta incancellabile impressione. Con l’aggiunta di un senso di rabbia per non poter anch’io rendermi conto di questa… prelibatezza estetica per la sua naturale collocazione irraggiungibile da chi la  possiede.

La digressione…umana riguardava il motivo della non accettazione di quell’inno: fu in pieno condivisa dagli animali: le argomentazioni erano differenti, ma…il luogo era quello, anche per loro.

            Io, riprese un animale, all’atto della votazione, mi sono espresso per l’altro inno che era stato proposto: mi sembrava più adatto e per diversi motivi: l’inno era Il Piave mormorava…

            Il primo motivo era il più nobile ed era legato all’epica battaglia che pose fine alla prima guerra mondiale, sanzionando definitivamente i confini della Nazione che da Petrarca, erano stati disegnati con due versi che valgono una lezione di geografia: Il bel paese che l’Appennin parte, il mar circonda e l’Alpe…Costituiva, ed a ragione, un motivo d’orgoglio per il cittadino italiano che aveva potuto contare sull’eroismo di tanti suoi connazionali morti su quei campi di battaglia.

            Una seconda ragione, meno nobile, ma sicuramente legata all’indole di un popolo, quello italiano, era costituita da quel “mormorava” del fiume che quasi lo cullava, lo vezzeggiava perfino e una giustificazione c’era, sicuramente.

Quel “mormorare” sembrava traducesse in pieno il modulo del nostro camminare, quasi una marcia con il sottofondo di questo motivo musicale, un accompagnamento si direbbe “incorporato” alla nostra costituzione biologica.

            Non potrebbe essere questo, pensai dentro di me, l’inno che riprodurrebbe in pieno il nostro modo di pensare e di agire?

 La mia risposta non poteva essere che positiva: lo votai, ma il risultato non mi fu favorevole.

            Fu scelto, come provvisorio, l’inno attuale: tanto provvisorio che dura ancora…

            A governo costituito, ci fu un incidente, proprio in merito alla costituzione

            Si festeggiava a Roma il raduno degli omosessuali il Word gay pride. Le critiche che lo precedettero furono violente e numerosissime e richiamarono l’attenzione del governo, chiedendone addirittura un intervento che lo impedisse.

            Il capo del governo, nel nostro caso un animale, esponendo la posizione dell’esecutivo, aggiunse che la dimostrazione non poteva essere impedita perché purtroppo la costituzione lo permetteva.

Si discusse molto sulla inopportunità di quel purtroppo, soprattutto in rapporto alla persona che l’aveva pronunciata e per le conseguenze che ne erano derivate. In merito al soggetto la meraviglia fu ancora più grande considerando che passava come uno dei più profondi conoscitori e più fini cultori del diritto, tanto da essere definito il “dottore sottile”. Il discorso si allargò sul diverso significato che la parola acquista a seconda del contesto e della persona che la pronuncia: pensate un po’ che effetto produce nel caso la pronunci, per esempio, un medico…

            Anche il tema ebbe modo di attirare l’attenzione e, dalla sua conoscenza “per sentito dire”, si passò a un approfondimento che non ebbe più le remore del passato…diventando, addirittura, “orgoglio”, con manifestazioni e con satire pesanti, perfino blasfeme.

            L’argomento si trasferì così in parlamento e, come era prevedibile, suscitò animatissime discussioni. Solo che, forse presi dalla foga, o a causa della scarsa conoscenza della tematica, alcuni interventi non potettero far altro che suscitare ilarità.

            Avvenne subito. All’ordine del giorno c’era per esteso il titolo dell’argomento, solo che qualche oratore, forse per brevità, continuava a parlare di “omo”, senza l’aggiunta che lo specificasse. Non vuoi che ci fu qualcuno che cominciò a mugugnare, protestando perché si stava svilendo il Parlamento, riducendolo a un supermercato, con la vendita di un detersivo, privilegiato a differenza di altri?

Gli amici di partito, per spirito di corpo e per difenderne l’onore, si premurarono, in privato, di spiegare il significato di quel “omo” non riconducile alla nota marca del detersivo, col quale non aveva nessun legame. Era, invece, una parola greca che significa “lo stesso” e denota (mi servo del vocabolario) “l’inclinazione erotica verso soggetti del proprio sesso”, tanto per quanto riguarda gli uomini come per le donne. Non riguarda, perciò, solo l’uomo (potrebbe trarre in inganno quell’“omo”), ma anche la donna, per la quale   non si deve dire “oma”. In un altro contesto, quando ci riferiamo allo “stesso” nome, non usiamo il medesimo prefisso dicendo “omonimo”?

Ma in un’altra seduta avvenne un fatto ancora più grave, particolarmente offensivo nei riguardi di queste persone che meritano rispetto e comprensione.

Mentre continuava il dibattito su questo tema, importante, peraltro, per i riflessi che poteva avere sulla vita pratica delle persone e della società, si dovette registrare, con sorpresa generale, l’intervento di un deputato che cominciò a parlare dei diritti dei lavoratori dei campi, segnatamente degli ortolani, costretti a vendere la loro merce, facilmente deperibile, a prezzi tutt’altro che remunerativi. Eppure il loro prodotto, aggiunse, specialmente quello a coltivazione mediterranea, ha un sapore inimitabile.

Il presidente di turno si vide costretto a togliere la parola all’intervenuto, perché non pertinente al tema dell’ordine del giorno.

Anche qui, davanti alle proteste per l’“arroganza” di chi dirigeva la seduta, a motivo di quell’intervento “dittatoriale” che aveva interrotto il suo discorso, dovette seguire una chiarificazione sul motivo dell’attribuzione del nome di quell’ortaggio a chi manifesta quella tendenza. A dilucidazione avvenuta, il deputato si convinse che, in realtà, il suo intervento sull’agricoltura era del tutto fuori posto, almeno in quel contesto.

Peccato! Perché la sua competenza “finocchiara” avrebbe potuto portare degli incentivi e un promettente rilancio al prodotto…incriminato.

Non è dato sapere se era favorevole o contrario, in ogni caso, quella pianta che sicuramente si trovava nel suo orto, quale trattamento avrà avuto in seguito…

Sempre in tema di ortaggi, è l’occasione buona per ricordare un episodio che, nonostante legato sempre a questi prodotti orticoli, si colloca decisamente in un’altra ottica.

Va raccontato. Sono implicati due ortaggi: la zucca e le rape. Lasciamo alla zucca, il compito del racconto.

Un giovane insegnante di Religione in un istituto magistrale, si recò a scuola per tenere la sua lezione a una classe, ovviamente tutta femminile. Aveva tagliato i capelli e il barbiere aveva usato generosamente la forbice: erano risultati particolarmente corti.

Un’alunna ebbe a ridire proprio su quel taglio, con una domanda di per sé innocua, ma che si prestò a un’aggiunta che fece una seconda intervenuta.

Ha tagliato i capelli! disse la prima, non vedi, aggiunse la seconda, che zucca è scappata fuori?

La risposta-commento dell’insegnante fu immediata, fulminea. Apposta, disse, i superiori mi hanno mandato in questo campo di rape, aggiungendo che, come zucca, si trovava proprio a suo aggio.

Ci fu una risata generale, cui seguì addirittura un applauso.

Ci si convinse ancora di più che gli ortaggi, al di là di qualche attribuzione, comunque immeritata, possono unire molto di più di qualsiasi richiamo di altro genere, apparentemente anche più elevato.

Non fu differente la conseguenza che seguì a un intervento, anche se di altro genere, di un deputato (sempre animale!) eletto in una delle isole che circondano la nostra nazione. Da molto tempo aveva lasciato la terra ferma e il suo domicilio di adozione era legato a quella, isola ovviamente, in cui risiedeva.

Il suo primo intervento ebbe un esordio quanto mai infelice. Per dimostrare la sua solerzia e preannunciando i suoi propositi a favore dei suoi elettori, dopo tanto tempo, disse, sono tornato in continente: mi impegnerò a difendere i nostri diritti.

I deputati che avevano la stessa estrazione geopolitica, si guardarono attorno con comprensibile meraviglia. Non mancò chi, ripetendola, la parola, badò a non farla risuonare come unita, con il suo significato completamente fuori…degli interessi cui intendeva riferirsi il collega. Il problema dell’incontinenza, insomma, non presentava i caratteri dell’urgenza…

Fu annunciato l’ordine del giorno della prossima seduta.    Riguardava il tema della fecondazione artificiale, segnatamente quella “in vitro”: avrà la facoltà di parlare per primo l’on. Buttiglione. Ma no, non è possibile! fu il facile commento. Come farà a parlare contro, proprio lui, con quel cognome che la dice tutta?… non poteva esserci scelta più azzeccata o… più sbagliata|

La seduta proseguì, ma l’ eco ingombrante di quel “purtroppo” di inizio di seduta continuava a pesare sull’assemblea, anche se con difficoltà, ma lentamente, tendeva a dileguarsi.

Continua ad aleggiare a conclusione della nostra narrazione, con la sua ambivalenza che si traduce in: purtroppo! (peccato!): ha finito? O nell’altro: purtroppo (finalmente!) ha finito!

 In ogni caso, tutto unito nel nome di quel “purtroppo”! purtroppo ambiguo…

Antonio Resta

DIETA e DIETE

"DIETA e DIETE"  favola di Antonio Resta

“DIETA e DIETE” favola di Antonio Resta 

DIETA e DIETE

            Il problema dell’obesità si faceva sentire tra gli abitanti della foresta, con ricadute pesanti sul bilancio della spesa sanitaria: buchi vistosi che, alla luce di chi se ne intendeva, venivano definiti più numerosi e, naturalmente, più larghi e più profondi di quelli del formaggio groviera: l’osservazione fu fatta dal topo, frequentatore abituale di quegli ambienti così invitanti e gustosi: quanto aveva espresso il topo era  più che pertinente e non poteva non essere preso in considerazione: la sua competenza in materia era indiscussa.

Non da tutti fu accolto il riferimento al formaggio (verrebbe la voglia di definirlo…casuale…), ma qualcun altro, volendo fare un accostamento che sapesse meno di un alimento non da tutti gradito, o forse (il verbale della riunione non lo riporta) per un rigurgito di nostalgia per gli anni in cui fu costruito, preferì paragonarlo al “Palazzo delle nazioni”, all’ EUR, a Roma, definito dai romani proprio così: groviera!

            Pensate un po’ se il paragone poteva venire, anche solo lontanamente, alla mente del topo!

            Ci fu un indovinato e opportunissimo suggerimento: chiamiamolo palazzo bucolico, si disse, oltretutto sarà un omaggio a Virgilio, autore di un trattato che reca questo titolo e sommo cantore della romanità.

            Groviera o palazzo, i buchi c’erano e bisognava prendere dei provvedimenti, se si voleva evitare la bancarotta e, soprattutto, dal punto di vista medico, scongiurare il pericolo dell’ “indotto” che inevitabilmente ne sarebbe seguito: malattie di vario genere, con riflessi enormi sulla vita… forestale e non solo a livello economico.

            Bisognava chiamare un esperto dietologo che illustrasse il problema dai vari punti di  vista e dettasse delle indicazioni capaci di arginare il suo espandersi, suggerendo o, nel caso, imponendo un comportamento alimentare che gradualmente riuscisse a convincere chi soprattutto ne avrebbe avuto bisogno.

Si indisse un congresso dove a tutti sarebbe stato possibile esprimere il proprio pensiero.

            E qui cominciarono le difficoltà o, se vogliamo dirla in una maniera più volgare, cominciarono i guai.

Chi lo avrebbe detto?

Si mise in discussione perfino il termine “dieta”: le motivazioni non mancavano ed erano storicamente fondate: non altrettanto, a dire la verità, lo erano i suoi significati terminologici, anche se difesi da chi li aveva avanzati.

Era un pendolare o, comunque, un viaggiatore che, recandosi ogni giorno a Bari per il suo lavoro, aveva modo di leggere, lungo la via che costeggia i binari, il nome della strada, scolpito sulla lapide, con la dicitura facilmente leggibile perché il treno rallenta in vicinanza della stazione: “Via Dieta di Bari”.

Che significa? L’interrogativo, se non tutti i giorni, ritornava spesso e con insistenza e, mai come adesso, si presentava l’occasione di poter ricevere dilucidazioni in merito (…non doveva parlare il dietologo? Non era uno specialista della materia?).

Alle domande sul significato di quella “dieta”, il nostro pendolare aveva tentato di dare una risposta per conto suo e l’aveva, almeno apparentemente, trovata, attraverso soluzioni che erano nate nella sua mente e che, lo sentiva, erano palesemente insufficienti.

La prima si rifaceva al significato stesso di dieta, in genere legato ad una alimentazione ridotta. Ci poteva entrare con Bari? E come? Col significato di ridurre la presenza o il potere di Bari nella nostra regione? Impossibile: è il capoluogo e non può aver questo significato, ammenocché non ci si riferisca al rapporto con Lecce, sempre segnato da una certa, sottile rivalità, all’origine di una non sempre celata difficoltà a sottostare a quanto Bari decide, fino al punto di ventilare l’idea di costituire una regione-Salento (Grande Salento), con l’opzione ovvia di Lecce a capoluogo…

Si ricorse all’altra ipotesi: una ricetta di cucina, tipica di questa Città: anche questa risposta non risultava soddisfacente perché, al di là di qualche aggiunta o leccornia locale, il “piatto” barese non si differenziava poi molto da quello di tutta la regione.

Sì, c’era il pesce alla marinara, ma mi veniva in mente la stranezza di una tale dicitura (la tenevo solo per me, a scanso di qualche giudizio sull’equilibrio delle mie facoltà mentali): il pesce, pensavo, è impossibile che non sia, comunque, alla marinara: la sua origine, il suo habitat naturale lo richiedono: non credo che alla carne, in genere, si possa aggiungere un tale aggettivo: avete mai sentito dire un pesce “alla terrestre”? direte che sono sottigliezze, ma la circostanza era buona per poterlo rilevare.

Si consultò un esperto, come si conviene in queste circostanze. La risposta “scientifica” fugò ogni dubbio, con la chiarificazione che quel “Dieta di Bari” si riferisce alla riunione (allora si chiamava così) avvenuta nel medioevo (nel 1195) per risolvere delle questioni di interesse popolare e che fece seguito all’incoronazione di Palermo di Enrico VI di Svevia: come atto più importante è da annotare l’indizione di una crociata.

Quanto lontana, dunque, da quella immaginata dal nostro viaggiatore che sicuramente, ma solo con la fantasia, l’ avrà ricostruita e…condita per lo meno con qualche…cornetto e con un saporoso “cappuccino”, data la presumibile ora in cui era costretto, ripercorrendola ogni giorno, a rileggere quella lapide ogni mattina!…

Il dotto professore, per dare ulteriore “spessore” al suo intervento (oltre al prestigio personale, c’era di mezzo…la prebenda finale…) richiamò una celebre Dieta (riunione) ben più importante di quella di Bari, quella che, dalla città tedesca in cui si svolse, Worms precisamente, prese il nome (siamo nel 1521): c’era di mezzo la posizione contestatrice di Lutero che poi sfociò nella crisi protestante, definita comunemente Riforma.

Tutte belle cose, ma il nocciolo della questione era un altro: era la dieta alimentare su cui bisognava intervenire: chiarirne la dinamica e orientare il comportamento dei cittadini, illustrandone i vantaggi e i pericoli.

Si era arrivati alla conclusione che la dieta mediterranea era la più adatta e la più efficace. Era un enunciato cui si era giunti dopo faticose ed estenuanti discussioni.

Anzitutto il nome: “mediterranea”.

Non fu facile far accettare quell’aggettivo ristretto a un mare limitato rispetto agli altri mari.

Chi si oppose con decisione fu, e chi poteva essere altrimenti? l’elefante. Era, peraltro, presidente del sindacato denominato Confederazione generale grasso integrale (Cggi), dove “integrale”, sia ben chiaro, non si riferiva alla composizione del pane, e derivati, finalizzata alla riduzione del loro apporto calorico, quanto alla “totalità” del consumo di qualsiasi cibo che capitasse…a tiro di bocca…

Di conseguenza, non chiedete, si raccomandava, di che tendenza politica sia: quando si mangia, le tendenze si “omologano” e diventano oggetto di …problematiche individuazioni: immaginate un congresso con preparati distinti secondo certi presupposti ideologici! Il grasso non ha confini o steccati geografici o politici…

Lui (l’elefante) sì, (con il suo segretario ippopotamo) era interessato alla dieta: si profilava, infatti, lo spettro di adeguare il suo cibo alla proporzione di un catino, quale ai suoi occhi risultava il Mediterraneo, rispetto, diciamo, a una diga ben capiente quale offrivano, chi più, chi meno, gli altri mari.

Perché non chiamarla dieta “pacifica”, in omaggio alla più ampia distesa d’acqua del globo?

La proposta fu scartata, oltretutto per la discussione animata che ne era seguita, tanto poco pacifica da far rinunciare del tutto alla denominazione, anche solo simbolica, dell’oceano…Con tali precedenti, un futuro di pace sarebbe stato non del tutto assicurato.

Era logico che per par condicio altri proponessero di chiamarla “atlantica”, ma, anche per questa denominazione non ci furono titubanze per scartarla.

Motivi? Anzitutto, c’era già il patto “atlantico”: anche se ora non aveva più il compito di un tempo, al solo nominarlo, richiamava sempre quell’atmosfera di difesa e, larvatamente, di guerra che aveva avuto nel recente passato. Senza dire che il privilegio di due titoli riservategli, poteva suscitare qualche inevitabile gelosia…oceanica.

Non restava che rifarsi all’Oceano indiano.

Qualche “dottore sottile” (non mancano mai!) sentenziò come questa denominazione avrebbe corso il rischio, da esperto quale era, di poter ricorrere a delle furbizie di una interpretazione perfino distorta della dieta: si sarebbe fatti gli…indiani, davanti a certe prescrizioni che avrebbero richiesto qualche rinuncia, facendole passare, magari, come elemento indispensabile agli effetti della sua riuscita. Perfino un’abbuffata sarebbe potuta diventare dieta…

La votazione finale scelse la dicitura “mediterranea” e fu, bisogna riconoscerlo, un vittoria della delegazione italiana.           Sarebbe risultato impensabile il contrario per una nazione che è circondata per tre quarti dalle sue acque cariche di storia e di civiltà, indiscutibilmente patria di un popolo di santi, di navigatori, di eroi…e l’elenco non finisce qui, potrebbe continuare a lungo, stando all’affollatissimo prontuario di personaggi illustri che qui hanno avuto i loro natali, in ogni campo!

Immaginate voi in che situazione si sarebbero trovati gli animali italiani (gli abitanti uomini) a doversi cibare di prodotti esclusivi della foresta (inesistente) o di altre specie di cibi che sono fuori della nostra portata ma, soprattutto, a livello di salute: era provato che i prodotti dei paesi che si affacciano sul mare nostrum sono i più efficaci per raggiungere lo scopo per cui ci si incontrava.

Mare “nostro”, aveva detto qualcuno e in questo ci aveva messo una punta di legittimo orgoglio. I Romani lo avevano definito così nell’antichità, come anche in tempi certamente molto più recenti di quel periodo. L’animale, autore di queste note, frequentava le scuole elementari durante la guerra, ed era costretto e quasi abituato, a cantare un inno “mediterraneo” in cui si allargavano i confini geografici di “Roma imperiale”, accampando la rivendicazione o la restituzione di luoghi anticamente “romani”: Nizza, Savoia, Corsica fatal, Malta baluardo di Romanità, Tunisi…ecc.

Fu in quella circostanza che si verificò un incidente imbarazzante.

Durante un’adunanza con folla “oceanica” (allora erano di moda, in barba a tutte le…scelte dietetiche) mentre un disco, con su incisa una canzone, in cui con l’enumerazione delle località appena elencate, seguiva la necessità di riconquistarle con un verso che iniziava con “è la parola d’ordine…”, il disco si incantò su quel “è una parola…”, incidente che si rivelò profetico, sapendo come le cose andarono a finire!

L’accordo sul nome da dare alla dieta era raggiunto, ma ora veniva il momento più delicato: specificare il contenuto.

Si dovevano creare delle commissioni per studiare il problema: quante, di quanti partiti?

 Non si poteva parlare più di “destra” o di “sinistra”. Per completare la mappa e per stare a un manuale che, per una certa assonanza a quello degli uomini, chiameremo “Manuale fringuelli”, si dovette ricorrere a quell’animale che potesse rendere l’idea delle divisioni in rapporto alle due braccia umane: chi meglio del millepiedi poteva far intravedere la conclusione? Poteva far intravedere…perché di fatto le correnti, le sottocorrenti si moltiplicavano continuamente, tanto che qualcuno cominciava già a pensare a chiamare, in rinforzo, un altro con la medesima disponibilità di braccia e di…orientamenti, con la speranza che bastasse…

Meno male: si stabilì uno sbarramento e fu una fortuna perché mille piedi (braccia) furono appena sufficienti.

Come per ogni commissione che si rispetti, la decisione fu di rimandare il tutto alla prossima riunione.

Il tema della dieta ritornò così in alto mare, da dove era partito, con l’unica differenza che il mare era rigorosamente mediterraneo…

Anche nostrum? Beh! così e così.

L’unico effetto pratico fu quello che il pendolare di tutti i giorni aveva potuto sciogliere l’enigma di quella targa con sopra impresso l’indirizzo della strada di Bari. D’ accordo per l’enigma del nome e della storia, ma il problema della dieta alimentare che pure era stato spesso suscitato da quel termine, rimaneva intatto, anzi, acuito da una conclusione che finiva…nello stomaco, abbuffato del fiotto di acquolina in bocca che spesso gli aveva causato…al solo leggere quel “dieta”.

             I buchi della spesa sanitaria si moltiplicarono per le malattie legate alle conseguenze dell’obesità, il bilancio diventò sempre più rosso, la situazione della cassa sempre più verde, avanzò sempre di più il bianco diffuso del vuoto delle entrate…

            Tra la delusione del “pendolare” che a tutto pensava fuorché a una soluzione di questo genere, tra quella degli oceani, privati di un onore che, data la loro importanza, s’aspettavano, con l’orgoglio del Mediterraneo per una insperata promozione, l’onore della bandiera nazionale, almeno nei suoi colori, era salvo.

Il treno, intanto, ritornava a percorrere tutti i giorni, puntualmente e pigramente, quel tratto ferroviario, il mare nostrum continuava ad essere cullato dal fruscio delle onde che si spegnevano, lambendo mollemente la battigia o si frantumavano con violenza sulla roccia degli scogli, con la compagnia del nome di una dieta che ripagava la “mitica” distesa d’acqua dalle amarezze subite prima di uscirne, anche in questa circostanza, vincitrice.

Soprattutto noi, mai ci saremmo aspettato che, a te, mare tanto celebrato, culla e crocevia di civiltà, teatro di tante battaglie, carico di storia, cui è stata associata una dieta ritenuta salutare, fedeli all’alimentazione che da te prende nome, avremmo dovuto inviarti una saluto, beneaugurate d’accordo, ma “condito” con un disadorno, perfino dissacrante e decisamente prosaico: buon appetito!

  Antonio Resta

INCONTRO TRA UN VOLATILE E UNA TERRESTRE

INCONTRO TRA UN VOLATILE E UNA TERRESTRE

INCONTRO TRA UN VOLATILE E UNA TERRESTRE 

La favola bella… (D’Annunzio)

INCONTRO TRA UN VOLATILE E UNA TERRESTRE

C’era una volta…

Parlando di tanti millenni fa, un evoluzionista incallito aggiungerebbe subito, due scimmie, anzi, precisamente un gabbiano e una scimmia…

Ve lo garantisco: era proprio così!

Il solito, immancabile chiosatore domanderebbe immediatamente: e tu come lo sai? Non eri scimmia anche tu? Certo, anche se non mi sento di vantarmene o, per lo meno, non riesco a farlo con troppo entusiasmo.

Comunque, è questo il particolare importante.

Essendo essendomi sviluppato molto prima dei due succitati animali, ho avuto il privilegio (magra consolazione, a dire il vero!) anzitutto di poter diventare anticipatamente essere umano e poi di poter…parlare e ragionare con altrettanto anticipo!

La precisazione era necessaria agli effetti della continuazione di questa storia che, non abbiate paura! durerà solo una puntata!

I due animali, (anche se di specie e di sesso differenti!) parlavano una loro lingua: io li capivo, anche se loro non se ne accorgevano! Vammi a tradurre tu un “ti amo!” con un “bh-bh!”, eppure cominciavo a percepire che, tra di loro, stava nascendo qualche cosa di tenero: anche quel “bh-bh!” lo pronunciava, soprattutto lui, il gabbiano, con un tono differente…

Il discorso si allungava sempre più: spesso, lui soprattutto, (il gabbiano) cercava di imitare, lo stile scimmiesco! Perfino durante il pranzo che…la foresta magnanimemente gli offriva, pensava a saltare di albero in albero: insomma, era innamorato: solo che, non conoscendo il Cantico dei Cantici (non si poteva pretendere che conoscesse la S. Scrittura se, perfino lo stesso uomo non riuscì a dare un nome agli animali). Invece, perciò, del più romantico Vieni colomba mia! riusciva ad esprimersi con un’altra frase, equivalente nel contenuto, ma decisamente differente termino logicamente, in quanto ad eleganza letteraria: insomma, lo avrete capito, ripeteva continuamente: Vieni, scimmia mia!

Non perchè la scimmia fosse proprio scimmia, ma perché il Dizionario della lingua…forestale era ancora povero di vocaboli…umani. Ma poi, lo sapete, quando si è innamorati un bh! scimmiesco diventa un…verso di Dante!

Solo sorge, legittimo e fondato, un dubbio. E se la scimmia, sempre secondo il testo del Cantico dei cantici, avesse avanzato la richiesta, come la fidanzata biblica: mettimi come sigillo sul tuo cuore, sarebbe stata sicura di trovare una piattaforma ben solida e sicura, senza il pericolo di cadere… e…di annegare, comunque, di fare una brutta fine?

Penso che si sarebbe assicurata prima.

D’accordo sull’amore, ma da non trascurare la pelle!…E’ legittimo, tuttavia, pensare che il gabbiano l’avrebbe sicuramente prevenuta, pur di soddisfare una richiesta così delicata, per la quale avrà mostrato il suo caloroso gradimento.

Debbo aggiungere che la scimmia di un tempo, io l’ho conosciuta molti millenni dopo: mi fece piacere vederla su un pullman di linea, in compagnia di esseri umani (a scanso di equivoci, c’ero pure io…non era un’ arca stipata di animali!). Godetti soprattutto nel vedere come la scimmia che avevo visto nella giungla (non dimenticate che ero diventato di un’altra specie anch’io !) beh! sì, era già bella come scimmia, ma era diventata molto più bella come ragazza e come donna.           Cominciai a mettere in discussione la teoria di Darwin, se mai ci avessi creduto…

Diaciamocela tutta: davanti a una sì bella ragazza non era possibile pensare a un suo tale genere di antenati!

Per essere sicuro che era lei, stavo per rivolgerle il saluto con qualche parola che ricordavo di quando ero…scimmio anch’io: me ne guardai bene dal farlo, per non ricevere qualche sdegnata e imprevedibile reazione: non mi sarebbe piaciuto sentirmi dire: scimmia sarai tu! con quel che normalmente segue, umanamente parlando.

Le scimmie, onestamente, almeno secondo un mio vago ricordo di quando lo sarei stato, si comportano meno…animalescamente!

Salto tutto il resto. Starei ma, soprattutto, stareste freschi se dovessi raccontare tutto quello che è seguito nei  successivi…millenni!

Ma, almeno permettetemi un salto in avanti, quando io sicuramente non ci sarò: quando i due nostri amici animali saranno vecchi e, poniamo, celebreranno le loro nozze d’oro matrimoniali…

Mi pare di sentirli: lui con la voce non più proprio squillante:, mi ami ancora? E lei: bh! eh! come hai detto? ho capito bene?

E lei: non hai capito proprio niente! È l’emergere inconscio del nostro linguaggio originario, quando bh! significava: ti amo tanto!

Meno male! Lo sai che cosa è, mia cara?

Che io con queste nuove lingue non ci capisco un granché, anzi ti do atto che non mi hai detto love. Io quando sento questa parola penso alle uova, alla gallina che ce le fornisce e, non ti nascondo che qualche volta mi viene da pensare alla frittata!

Una volta, ricordo, mi hai detto “my-mai love” l’ho interpretato come se tu fossi convinta che io avessi il mal di fegato, quindi niente (mai!) uova…Ah! i tempi della giungla, te li ricordi?. Tutto era più semplice, più spontaneo.

 Ma che vorresti ritornare indietro? No, assolutamente! Tanto più che, per essere scimmie, è sufficiente essere creature umane…Conoscete o ricordate, in proposito, la poesia di Trilussa, il celebre poeta romanesco? Rispecchia in pieno il contenuto della mia affermazione:

L’Omo disse alla Scimmia:

Sei brutta, dispettosa:

ma come sei ridicola!

ma quanto sei curiosa!

Quann’io te vedo, rido:

rido non si sa quanto!…

La Scimmia disse: – Sfido!

T’arissomijo tanto!

 

Si sa come, anche nelle coppie più assortite, non mancano i momenti di incomprensione: la solita lite tra coniugi che sfocia spesso al richiamo delle proprie origini e dei propri antenati. Volete che non sia successo o che non sarebbe successo nella vita matrimoniale dei nostri amici?

 Sempre celebrando in anticipo il loro 50º, mi è facile ricostruire uno di questi momenti.

Sempre lui, per primo: ma và australopiteca?  E lei, rispondendo, con non minore reazione e tu chi sei? L’uomo di Neandertal sei, anzi, per essere più vicino a noi, sei proprio l’uomo di Altamura (da poco era stata fatta una scoperta di un ominide, vissuto tanti secoli fa). Ti tradisce il tuo accento sfacciatamente barese, anche se adesso non si sente più.

A proposito, si confezionava anche allora il gustosissimo pane dove il tuo antenato è vissuto tanti secoli fa?

Schermaglie da poco, come si vede e sulle quali non vale la pena dilungarci, anche perché davanti a noi, c’è la fatidica data del loro matrimonio, cui ero stato invitato.

Per quel giorno, rievocando idealmente la circostanza, solenne e gioiosa, del vostro matrimonio, vi inviamo, il nostro grazie per un messaggio che respira tuttora freschezza e luminosità. Trasmettendone la forza, temprata da una comunione di ideali, vissuti con la vostra dedizione , anche se in ambienti di vita, pur così differenti (mare e foresta) e che, chissà, se la voce, inizialmente rauca, ma poi sempre più squillante del galeotto cellulare dell’amore non sia riuscito a fondere, il cielo ed la terra, ad annullarne le distanze.: ad unire per sempre il “cuore” di due esseri viventi… che li rappresentano!

Mi auguro, ma, soprattutto, auguro ai miei e vostri amici animali, che, nel momento in cui hanno pronunciato la formula che li consacrava marito e moglie, a scanso, comunque di un improbabile rigurgito ancestrale, l’abbiano a pronunciata ad alta voce e piena veramente di amore:senza limiti TI AMO!

Noi tutti, da parte nostra,, immaginate se io! partecipanti al rito, lo proclameremo ad alta voce, in tutte le lingue, anche per chi si sente discendente dalla scimmia, (ci sono sempre dei nostalgici!) in scimmiesco: TANTI AUGURI! A TE, VOLATILE, CHE VOLTEGGI NEI CIELI; INEBRIANDOTI DI LUCE E DI AZZURRO SENZA CONFINI E A TE, TERRESTRE,  CHE ABITI E FREQUENTI LA FORESTA. SALTELLANDO TRA GLI ALBERI, VIVENDONE L’EBBREZZA E LA POESIA.

N.B.

E’ vietato qualsiasi Bh! di fondo: potrebbero offendersi le scimmie, soprattutto per un senso di rispetto per tutte quelle che, credendo nella teoria dell’evoluzione darwiniana, si siano ostinatamente decise di rifiutare il proprio passaggio alla specie umana: questione di scelte…o di gusti!

L’augurio,

ancora più bello,

traboccante di poesia,

possa essere quello

di tanti anni fa:

 

 

carissima scimmia,

interpellata sul più grande

desiderio che possa vibrare nel tuo cuore,

la tua risposta

possa essere

la stessa di quel giorno:

 

 

…UN GABBIANO !!!

 

         Antonio Resta

UN CAVALLO e UN ASINO

"UN CAVALLO e UN ASINO" favola di Antonio Resta

“UN CAVALLO e UN ASINO” favola di Antonio Resta 

UN CAVALLO e UN ASINO

Un asino, incontrando un cavallo, gli chiese se potevano fare due passi, insieme. – Volentieri, gli rispose il cavallo, fammi salutare un amico e rassicurarlo: pensa un po’, si é fermata la macchina e ha dei problemi proprio di cavalli. E’ vero che sono di altro genere, ma il nome che ci accomuna, anche quello può essere di incoraggiamento, specialmente quando, come nella macchina, sono numerosi.

– Fai pure, disse l’asino: io aspetto, ho bisogno solo di qualche minuto, ti lascerò subito. Però, ti prego, spegni il tuo cellulare, aggiunse, vorrei che la nostra conversazione non fosse interrotta da pause, comunque distrattive. So benissimo che di chiamate ne ricevi molte: basterebbero quelle delle agenzie ippiche; presumo, tuttavia, che per stabilire e programmare ci voglia molto tempo. Sono tanti i contatti cui bisogna prestare molta attenzione e altrettante le persone cui si deve dar retta (scusa la mia insinuazione, ma so che me lo posso permettere: tu sei onesto e non ti fai corrompere per nessuna cifra: del resto, in caso contrario, non ti avrei cercato e scelto e, tanto meno, avvicinato).

Ci incamminammo lungo un viale ombreggiato, quasi privo di traffico e così avremmo avuto la possibilità di poter parlare con un tono di voce normale, senza bisogno di aumentarne il volume.

Fui io, asino, a introdurre la conversazione e, come si suol fare in simili frangenti, cominciai con gli elogi e i vantamenti, mettendo in risalto come il suo nome, quello di cavallo, risuonasse in tante circostanze: una l’avevo provata pure io: il medico (veterinario, ovviamente) mi disse che avevo una febbre da cavallo. Non capitava tutti i giorni il poter passare al rango superiore, in campo animale e che venissi così nobilitato anche se per aver contratto una indisposizione…firmata. Quasi quasi mi sentii orgoglioso, anche se non riuscivo a spiegarmi come un asino, come me, potesse, almeno in quanto a febbre, averne una come di cavallo: vàlli a capire questi misteri della natura…non solo animale! Volli rendermi conto che ero ancora asino guardandomi allo specchio: lo ero ancora, eccome! anche a febbre scomparsa.

– Avevo sentito dire che c’era anche un formaggio che si fregiava del suo nome: il caciocavallo, senza dire che, passando in un altro campo, i sarti, per i pantaloni, usavano il termine cavallo: mai che avessero pensato all’asino che, pure, aveva la sua stessa configurazione. Anche dentro di me, da asino (con tanta invidia, ma guardandomi bene dal manifestarla!), nonostante tutti gli sforzi, ero costretto a concludere che non sarebbe stata la stessa cosa chiamarlo “asino”…(sempre a proposito di pantaloni).

Per farmi ancora più bello, e come si dice comunemente, volendomi stendere la paglia sotto, (e quale circostanza più propizia per ricordare il nostro comune alimento, la paglia, appunto?) ricorsi a un episodio. Si raccontava, (ma pensate un po’ dove va a cacciarsi la fantasia!) che una notte, sentendo un rumore simile al ruminare di un animale, l’uomo che dormiva, si svegliò di soprassalto. Cominciò a rovistare e frugare dappertutto per poter rendersi conto da dove potesse provenire un tale rumore sospetto e, dopo una ricerca affannosa, si accorse che, appunto, era…il cavallo dei pantaloni che mangiava la paglia della sedia…che era accanto al letto!

Si riaddormentò tranquillo. Mi accorsi che il cavallo non aveva gradito tanto il racconto dell’episodio, anche se si poteva chiaramente dedurre che aveva tutto il sapore di una barzelletta. Fu probabilmente per questo che, forse sentitosi ferito nell’orgoglio, si rifece subito, ostentando altri titoli atti a mettere in risalto la sua superiorità sugli altri animali: non aveva tutti i torti nell’esibirli, bisogna riconoscerlo, specialmente ora che era stato punto sul vivo. Colse al volo il momento favorevole per allungare l’elenco dei motivi che, a suo dire, giustificavano questa sua superiorità. Magari l’avessi potuto fare anch’io! Alle medesime condizioni, non sarei stato da meno, pensavo.

– Vuoi mettere? disse il cavallo, rivolto all’asino: quando ci sono le parate, chi è che rende lo spettacolo più solenne, non sono forse i cavalli? te la immagini una parata di somari come te? Guarda i carabinieri a cavallo, per esempio, nella cerimonia per l’insediamento del Capo dello Stato. Uno spettacolo, dai! neppure lontanamente paragonabile, pur con lo sforzo di una pur fervida fantasia, a quello che rappresenterebbero gli asini. Sono argomenti, caro asino, dinanzi ai quali non c’è obiezione da poter opporre: del resto, davanti all’evidenza, qualsiasi argomento è costretto a cessare: contro il fatto (lo dicevano gli antichi) non vale nessun argomento in contrario.

– E’ tutto vero, disse l’asino, non c’è che dire, ma devi riconoscere che anch’io ho avuto un momento di celebrità ed è stato quando Gesù, la domenica delle palme, è entrato in Gerusalemme: lo ha fatto, se ti ricordi, in groppa a un asino, mica di un cavallo: un onore unico, non ti pare?

– Povero illuso! ribattè subito il cavallo, non sai che ci sono di quelli che interpretano la scelta come intenzionale da parte di Gesù: sarebbe, di fatto, in rapporto alla tua pochezza, fino a giungere a dire che voleva dimostrare la scelta di un mezzo di cui si servivano i poveri: insomma, in definitiva, una scelta di classe, proletaria per giunta, e non certamente nobile. Al di là delle interpretazioni prevalentemente riduttive fatte dalle persone nei tuoi riguardi, ti debbo riconoscere questo indiscutibile titolo di onore.

– A proposito di Bibbia e della sua considerazione nei miei riguardi, disse l’asino, sapendoti particolarmente geloso, volutamente ho sorvolato sulla mia presenza, così come viene riprodotta nei presepi: ti avrei servito, come si suol dire, su un piatto d’argento, un argomento a mio discredito, sapendo benissimo che quella presenza è legata a una tradizione umana, simpatica quanto vuoi, ma senza nessun fondamento biblico. Immagina un po’ se sarei stato onorato di assolvere a una tale funzione e, siamo concreti, per due motivi. Uno, diciamo così, di carattere umanitario, e mi spiego. Rapportando il costo del riscaldamento a quello nostro, di oggi, avrei sicuramente contribuito notevolmente ad alleggerire il costo…della bolletta dell’ente energetico erogatore di Betlemme e poi, l’altro, indiscutibilmente molto più nobile, quello di poter riscaldare le tenerissime membra del Figlio di Dio diventato uomo. Ammetterai che non è una cosa che capita tutti i giorni.

Al solo pensarci, ti confesso, nel caso avessi dovuto ottemperare a un tale, nobilissimo compito, avrei dilatato a più non posso e oltre ogni misura i miei polmoni: li avrei fatti diventare un…soffione boracifero, una centrale termica ad alto potenziale: il Bambinello non avrebbe minimamente risentito del disagio della stagione invernale venendo su questa terra e imbattendosi in una situazione di freddo, non solo fisico… Ma a quell’altro freddo non c’erano polmoni…d’asino con il…rinforzo di quelli del bue che potessero rimediare! Se vuoi invece renderti conto di come la Bibbia attribuisca all’asino una certa importanza, vatti a leggere l’episodio dell’asina di Balaam, nel libro dell’Antico Testamento denominato Numeri (capitolo 22): per farla breve, ti riporto quanto S. Pietro, nella sua seconda lettera, scrive testualmente (capitolo 2º, versetto 16): un muto giumento (l’asina), parlando con voce umana, impedì la demenza del profeta: non so se mi spiego!

– Nell’elenco dei titoli che hanno arricchito il già nutrito elenco della mia carriera, proseguì il cavallo, non tutti forse ricordano che c’è presente, chi lo avrebbe mai detto? anche quello di segugio, di investigatore, addirittura di solutore di casi difficili, come mi dai modo di ricordare. A conferma, vi rammento, infatti, il caso di un delitto di cui non si è mai scoperto l’autore, quello del padre di Giovanni Pascoli: il poeta ci ritorna su con una certa frequenza. Ebbene l’unico indizio sul presunto assassino lo dette alla madre la Cavallina storna quando la donna disse il nome del sospettato: disse un nome, s’alzò alto un nitrito…

Un capitolo a parte è sì proprio quello che riguarda il mio rapporto con le donne.

– Non parlo delle mie avventure amorose: sono fatti miei personali, che rientrano nella sfera della mia vita privata, di cui sono molto geloso: non intendo, perciò, metterli in piazza, anche perché non mi credereste, come avviene per tanti millantatori che, per farsi belli, ne inventano e ne raccontano di tutti colori…Avventure, conquiste: tutto frutto di fantasia. Si credono dei Casanova, ma, forse, per il fatto che occupano un’abitazione…costruita di recente!… Mi riferisco a un aggettivo che mi appartiene e di cui penso di poter andare legittimamente fiero: cavalleresco: prendo dal Vocabolario il suo significato: “Che rivela (negli atti e nel comportamento) generosità cortesia, gentilezza”: ohé! e qui siamo proprio… allo sbando! Ci sarebbero tutti i motivi per montarsi la testa, ma io, realisticamente, preferisco stare…con gli zoccoli per terra!

Da questo deriva anche il titolo di Cavaliere di cui si viene insigniti per particolari meriti in qualche campo. Man mano che si va avanti, mi accorgo, caro amico asino, che certe cose, pur dispiacendomi perché ti metto sempre di più in imbarazzo, non posso non ricordartele; anche qui, per esempio, proprio in rapporto al termine che mi chiama in causa direttamente, dì: hai sentito mai qualcuno che sia stato insignito dal titolo, come dire? di…”somariere”? o “asiniere”? Abbi pazienza! Eppure, in quanto a finali, ma solo nelle finali, per quanto riguarda i termini, si rassomigliano!

Ma, titoli per titoli, ora voglio passare a due che, senza la minima ombra di retorica, possono essere definiti veramente di portata storica: vengono riportati, infatti, proprio sui libri di storia. – Lo sai (ed è il primo titolo) che un Imperatore romano (lo ricordo bene; del resto, come potrei dimenticare un personaggio che mi ha trattato così onorevolmente? si chiamava Caligola!) mi ha nominato senatore? – Eh? insomma, non proprio una bazzecola… – Eh! la peppa! (scusami l’espressione, ma è quella che mi è venuta immediatamente, così, a portata…di zoccolo!). – Proprio così, caro amico: certo, dopo questa informazione, potrai dedurre che il concetto che aveva del senato quell’imperatore, non era poi così elevato: lo salvava il fatto che, tra gli animali, almeno ebbe il pudore di scegliere me, il migliore, (modestia a parte!). Fu un’esperienza interessantissima. Non ti dico quello che succedeva durante i dibattiti in aula! Te ne racconto qualcuno, così di passaggio: quanti ce ne sarebbero da riportare! Ero presente quando avvenivano, quindi sono credibilissimi. – Non è raro il caso (è il primo episodio) che i parlamentari si scambino epiteti, certamente non degni della solennità e della “sacralità” del luogo che, invece, dovrebbero onorare, ma, lasciamo perdere questi discorsi che ci porterebbero molto lontano o…molto vicino… Un collega apostrofò il suo avversario politico con un “imbecille!” (termine nobilizzato da chi scrive, per rispetto di chi legge). Lì per lì, ci fu il richiamo di chi presiedeva l’assemblea con un: è proibito, in aula, chiamare il proprio collega per nome!… Con questa battuta, l’incidente poteva ritenersi concluso: macché! Ci fu il seguito di un’azione legale, a conferma che il titolo era molto più ingiurioso ed offensivo di quello che si sarebbe dovuto riportare. Per farla breve. L’esito del processo vide l’imputato condannato per due reati: il primo, il più lieve, per offesa personale: il secondo, con una penale più pesante, per aver svelato…un segreto di stato!

Un altro episodio lo riporto perché tu, e chi lo legge, possiate riflettere su come giudicarlo: se degno di una risata o di un moto di compassione e di pateticità: in ogni caso, constatare fin dove può arrivare il fanatismo, nel nostro caso, ideologico-politico. Nell’ordine del giorno di una seduta, sempre al senato, era previsto l’intervento di un relatore ad illustrazione di un disegno di legge: non ricordo, in questo momento, che cosa riguardasse. Il presidente dell’assemblea comunicò che il senatore incaricato non poteva essere presente a causa di una indisposizione che lo aveva colpito, conseguenza di una caduta che aveva interessato l’ osso sacro. Un senatore, noto anarchico e che a motivo del suo carattere ribelle e sanguigno, non si era iscritto a nessun gruppo, aderendo per questo a quello “misto”, sentendo quel “sacro”, si alzò furibondo, denunciando un’…ingerenza vaticana, intollerabile in uno stato che deve essere rigorosamente laico: l’intervento conobbe finalmente l’“unanimità”, espressa da una risata facilmente decifrabile.

Il caso, comunque, pensa un po’, non era stato un’eccezione. In altri contesti e, anche se con un significato differente, mi era stato riferito come certi termini pare si evitassero intenzionalmente, proprio per questo motivo: perché il solito anticlericale animoso e aggressivo, non mancava di denunciare con astiosità quella benedetta (ho detto “benedetta”: scusate!) ingerenza vaticana. Avvenne nell’atto della messa in orbita di qualche satellite: quel messa sapeva troppo di clericalismo e di sacrestia: tutte le volte che ricorreva questo termine, quindi messa in onda, messa agli atti, messa in fuga, messa in scena ecc., per fare qualche esempio, era meglio evitarlo per non suscitare le puntuali polemiche e la solita, prevedibile perdita di tempo. Va da sé che mai si sia sentito, sulla bocca e nei discorsi di queste persone, l’aggettivo sacrosanto: se il solo sacro è ingerenza vaticana, pensate un po’, con l’aggiunta del santo quello che sarebbe potuto succedere: per lo meno la restaurazione dello Stato pontificio!…

Mi assale un dubbio che poi è una curiosità. Scusami, sai, ma anche se noi, animali, non abbiamo questi problemi, sarei proprio curioso di sapere come definivano quella operazione delle parrucchiere sui capelli delle loro signore: se la chiameranno messa in piega, non c’è il pericolo di un’ingerenza…capillare del Vaticano? Quanto sarei curioso di conoscere il termine che usano in privato e per questa circostanza!

L’altro episodio, non di carattere parlamentare, è già stato introdotto da quel richiamo che ho fatto precedentemente alle donne. – Abbiamo accennato, appunto, alle donne, a cavalleria e qui c’è un capitolo che mi riguarda, eccome! mi tocca proprio da vicino e che mi vede, anche se a mia insaputa, protagonista (un “eroe per caso”); non che gli altri non mi riguardassero, ma in questo caso l’importanza (come quelli del senato) e l’eco che ha avuto è stata veramente di portata storica.

– Lo sai che sono stato coinvolto in una guerra che aveva avuto inizio per la contesa di una donna? So che non sei troppo ferrato in storia, ma avrai sentito parlare della guerra di Troia. Lo sai perché è scoppiata? Perché, come dicevo, all’inizio della contesa c’era un’autentica rappresentante di quella città, famosissima per la sua bellezza (la città, ma non meno la donna!) e due uomini che si contendevano quest’ultima, la donna, un po’ meno la prima… La guerra non finiva e ci fu chi pensò a uno stratagemma per porvi termine: costruire un grande cavallo (ci siamo!) e riempire la pancia di soldati abbandonandolo sulla spiaggia. La notte, al buio, allettati dalla sorpresa, gli assediati lo avrebbero portato ingenuamente nella loro città e mentre tutti dormivano, i soldati nemici, introdotti subdolamente, sarebbero balzati fuori dalla pancia del cavallo, sorprendendo gli ignari cittadini. I soldati liberati avrebbero aperto le porte all’esercito che era in agguato e che non attendeva altro: la vittoria sarebbe stata assicurata. Così fecero e così fu: mai piano di guerra studiato, c’è da dire, furbescamente a tavolino (certamente da strateghi navigati), fu coronato da un simile, travolgente successo.

A questo punto il discorso non poteva non vertere sul nome della Città di Troia e su alcune osservazioni che ne scaturivano logicamente, anche a livello religioso, creando qualche imbarazzo e spianando facilmente la via al pericolo di qualche volgarità che potrebbe recare fastidio ad orecchie più sensibili a simili argomenti, oppure offuscare la delicatezza e la sacralità dell’Istituzione, di cui, come Diocesi, merita rispetto…e nessuna insinuazione che ne possa ridurre la portata, a tematiche artatamente finalizzate, ad eliminarle. Non è questa la finalità di questo genere di trattazione e, tanto meno, il posto in cui trattarla, anche se il discorso, pur sempre nell’ambito di una irrinunciabile correttezza, non potrebbe non registrare battute riportate e note e, quindi, ripetitive e becere. L’autore, a scanso di qualsiasi rischio, sorvola responsabilmente e intenzionalmente, evitando battute che potrebbero causare, tutt’al più, qualche risatina, con insinuazioni ideologicamente distorte, contrabbandate come l’ennesima accusa contro una Istituzione, che da tanti secoli soffre combatte e prega e la sua visione e considerazione hanno bisogno di un ambiente, e di una caratura…decisamente meno superficiali ed ironici… L’autore lo fa, perciò, inserendole nella cornice del paolino: omnia munda mundis: tutto è puro per i puri, sperando nello stesso esito di quello di P. Cristoforo, davanti alle difficoltà di fra Fazio, “dimenticando che questo non intendeva il latino. Ma una tale dimenticanza fu appunto quella che fece l’effetto”. (I promessi sposi, cap.VIII). Chi scrive, comunque ed inoltre, è lieto di avvalersi di quanto è riportato in una nota critica, a commento dell’episodio, come, cioè, rispondendo a Tommaseo giovane, che faceva notare la sconvenienza della situazione, il Manzoni rispose in modo esplicito: “egli è fatto pensatamente”.

Mi è già capitata l’occasione di accennare alla cittadinanza di Elena (Troia). Lo so che parlare in questo modo (e non se ne può fare a meno) può creare un certo imbarazzo per l’ambiguità che è legata a questo nome, con l’aggravante che il nome di una città così illustre nella storia, è stato attribuito a un animale, equivocando se non proprio su una certa professione, sicuramente rapportandolo a un tipo di comportamento che espone la “titolare” (qualsiasi essa sia) a giudizi tutt’altro che lusinghieri.

Lo avrai capito: c’è di mezzo una professione piuttosto (!) diffusa e che si fregia del titolo “onorifico” di essere la più antica del mondo

Ma, che ci volete fare? È la sorte di chi è nato in certi luoghi, città o paesi, da cui derivano gli aggettivi, segno della loro appartenenza. Se ne potrebbero portare parecchi di esempi in questo senso: per non tirarla troppo alla lunga, basta semplicemente richiamarne qualcuno: gli abitanti di Tricase, per esempio, si chiamano tricasini, quelli di Trepuzzi trepuzzini, con la variante romana (ascoltata in una circostanza!) di trepuzzoni; andando ad Assisi, ho visto un’indicazione per Bastardo: penso all’aggettivo che dovrebbe qualificare i suoi abitanti: pensate non debba essere bastardini? Insomma, l’aggettivo che più vi corrisponderebbe dovrebbe essere questo, anche se i suoi abitanti avranno escogitato qualche marchingegno per evitarlo: francamente, qualsiasi sforzo in questo senso merita l’approvazione e va incoraggiato: mai causa dovrebbe essere degna di tanta considerazione, come in questo caso… L’asino stava a guardare e pareva interessato al discorso, tanto è vero che intervenne opportunamente, proprio mentre io facevo queste disquisizioni di carattere, come dire, urbanistico-demografico, storico – comportamentale. Il suo intervento denunciò una carenza di conoscenze geografiche che si assommò a quelle, più corpose e più numerose, di carattere storico.

– Sono capito, disse l’asino. Il cavallo sussultò, letteralmente, davanti a uno sfondone di questo genere: possibile? aggiunse: passi per la storia e per la geografia, ma l’ Italiano, no! – Eppure, aggiunse l’asino, sono appena parlato… – Basta! soggiunse il cavallo, spero almeno che alla fine del nostro incontro un po’ di Italiano lo avrai imparato: posso contarci?

– Adesso mi preme continuare la nostra conversazione: debbo ricambiare la tua cortesia: hai scelto me e non un altro per fare una passeggiata: voglio ricambiare la tua stima e toccare altri argomenti lasciati in sospeso. C’era un’aggiunta da fare a motivo di quella cittadinanza legata a quel nome e proprio in rapporto alla dignità delle donne che ne venivano coinvolte. Vuoi mettere, caro mio compagno di passeggiata: in questo tempo di femminismo ormai così affermato, quali conseguenze ne seguirebbero! intendo riferirmi a chi osasse proferire qualche parola fuori posto, o presuntamene tale…

– Ah! Il femminismo, ne avrai sentito parlare, non mi dire di no. – E come potrei negarlo, anche se tante volte, detto con estrema sincerità, non riesco proprio a capire certe rivendicazioni: saranno pur legittime richieste, ma il modo di rivendicarle mi sembra a dir poco stravagante. – Anche qui, caro compagno (non collega!), disse il cavallo, rivolto all’asino, non potevano mancare delle esagerazioni, e mi spiego subito: mi accorgo sempre di più, infatti, che il tuo comprendonio è un po’ ritardato, sia in rapporto al tempo sia alla capacità dell’apprendere. Questa duplice difficoltà emerge soprattutto nel momento in cui dovresti saper leggere quanto ti si espone: ricorrerò perciò a degli esempi e ti potrai rendere conto come anche il problema più serio può essere indirizzato sui binari perfino del ridicolo.

– Ci sono, dunque, come in tutti i movimenti peraltro, due posizioni (se va bene!): nel nostro caso, antifemministi sfegatati e femministi fanatici. Per quanto riguarda la prima, ho conosciuto uno, antifemminista incallito, che trasformava in maschile tutto quello che era costretto a pronunziare al femminile: pensa un po’ dove arrivava: per non pronunciare il nome di Galilei, per via di quel finale al femminile, lo cambiava in maschile: insomma, per lui era Galileo…Galilui!… Non meno originale era la posizione dell’altro dell’altra fazione. Arrivava ad avere tanta ammirazione e venerazione per la donna che, dovendole offrire il thé, non diceva: gradisce un thè? Ma, ritenendolo troppo confidenziale e irrispettoso, lo sostituiva con un molto più elegante e sicuramente molto più in consonanza delle conquiste femministe, terminologicamente almeno: gradisce un “lei”?

Comunque, noi ci meravigliamo delle conquiste delle donne, ma non pensiamo alle vicende, lunghe e dolorose, che le hanno accompagnate: sapessi quanto è stato lungo il processo evolutivo prima di giungere all’attuale traguardo di una emancipazione, da qualcuno, come sempre, giudicata eccessiva! A proposito, senza volerlo ho pronunciato un termine, “processo”: non so se hai notato il diverso significato, nonostante sia lo stesso, identico termine. Lo so benissimo: è la sorte di tante parole che, stando a come si scrivono o si pronunziano, per persone poco preparate, come te, possono acquistare un significato del tutto differente e che sicuramente non hanno. Colpa sicuramente del tuo vocabolario, molto povero di termini ma, quel che è peggio, constatare come non ti dai minimamente da fare per arricchirlo, con letture ed esperienze del genere che ti potessero aiutare a migliorare l’uso della lingua.

– Bah! Che ti debbo dire? disse l’asino: tutte le volte che sento quel “pro” la mia mente corre a qualche iniziativa di beneficenza: si raccolgono offerte proterremotati, proalluvionati, promissioni, anche se, nel caso nostro, mi lasciava perplesso quello che veniva dopo quel pro: una colletta per…i cessi non la sapevo pensare: raccogliere fondi per costruirli come, dove, con quali elementi?… Eppure ricordavo, dalle mie pur sbiadite nozioni storiche sopravvissute, che c’era stato, anche qui, un imperatore romano (è il secondo che ricordiamo e non certo per imprese nobili…), Vespasiano precisamente, il quale, anche se è una congettura, ma è verosimile, trovandosi in una impellente necessità corporale (capita anche agli imperatori!) e avendola soddisfatta forse in un modo non del tutto…imperiale e facile, sentì la necessità di dedicare un “monumento”, non solo a ricordo dell’evento presumibilmente vissuto, ma anche a beneficio di quanti ne avrebbero potuto in futuro usufruire.

Non solo, vi istituì anche una tassa per quella visita…privata. Il nome dell’imperatore fu talmente sponsorizzato dalla sua istituzione (Vespasiano !…), che le fu attribuito e tale è passato alla storia. Il figlio Tito non approvando l’operato del padre che, davanti alle rimostranze del figlio, si fece dare una moneta, la accostò alle sue “auguste” narici, (tutto era augusto per gli imperatori romani!) pronunciando la celebre frase: pecunia non olet: il denaro non ha odore! Come dire: i soldi da qualsiasi parte vengano, non solo non hanno odore, ma sono perfino profumati, nonostante, in questo caso, considerando l’origine, proprio tali non si potevano dire! Mai profezia si è rivelata tanto veritiera! – Erano difficoltà legittime, le tue, riprese il cavallo, ma, come avrai intuito, il contesto è del tutto differente: consultando il vocabolario, leggo che, nel primo caso, ha a che fare con la giustizia e con i tribunali, nel secondo caso si intende riferirsi al periodo di tempo che ha accompagnato lo svolgersi e l’affermarsi di un’idea, prima di raggiungere la meta prefissata. Nulla a che fare, quindi, con quell’ ambiente domestico, se pur nobilitato dallo zelo di un intraprendente imperatore!

– Grazie della dilucidazione, mister cavallo! Ma, se continuiamo così, nelle conversazioni in cui sarò coinvolto, non farò sicuramente la figura del somaro e tu saresti capace di farmela anche pesare…

– Purché stia attento all’Italiano: su questo ci sentiremo alla fine, verificando, se ci sarà stato, il tuo progresso. E’ fondamentale, infatti, essere convinti che, non solo occorre sapere le cose, ma, direi soprattutto, saperle esporre! Non è finita, perché ci sono altri termini, simili a quello precedente, che finiscono…in cesso! Prendi decesso: dimmi che significa? – L’asino: ricordo che nei lontanissimi anni in cui frequentavo la scuola (che fatica! smisi quasi subito), un mio professore di latino (è un mio vago, e forse confuso ricordo) ci disse che i latini, quando trattavano un argomento, premettevano la particella de: chi non ricorda il de bello gallico? Era la trattazione della guerra della Gallia. Applicando la stessa regola, il decesso dovrebbe avere come argomento la trattazione circa il già ricordato ambiente domestico. – Il cavallo: caro mio, mai applicazione fu più errata di questa perché il significato di decesso ha come sbocco la morte (significa proprio questo), con un “sito”, quindi, del tutto differente. Non c’è bisogno, credo, che mi dilunghi in particolari. Stavo per dire (scusami!): anche un asino lo capirebbe. A parità di modalità, allora, secondo te, il decollo di un aereo dovrebbe vertere sulla trattazione del collo, dimmi, di chi? dell’aereo? Ma ti rendi conto di come bisogna saper leggere e conoscere il significato dei vocaboli? Finalmente un altro vocabolo, sempre con la medesima composizione, differente solo nella particella iniziale: successo. Uno scrittore di successo, un cantante di successo (e l’elenco potrebbe continuare a lungo!) a che cosa ti porta a pensare? che lo hanno ottenuto stando su…quell’arnese? E se (questo vale mi auguro solo per alcuni) lo hanno ottenuto stando sotto (il su richiama automaticamente il giù), come la mettiamo? A che cosa si è portati a pensare?

– Il cavallo: ne dimenticavo uno, forse proprio perché entra a fa parte della nostra vita, non solo come vocabolo che conosciamo, ma anche come quello che viviamo, anche se inconsciamente. Quante volte entriamo in casa nel corso di una giornata, imbocchiamo una strada, entriamo in un ambiente? Ebbene, noi ci serviamo dell’ accesso, cioè della possibilità di poter entrare o del permesso che ci viene offerto di poter introdurci. In parole più povere, è un termine generico che significa “entrata” e non come potrebbe suonare alla lettura materiale delle lettere: risulterebbe una lettura “a senso unico” e che indirizzerebbe verso il gabinetto di decenza. Quante volte hai visto la dicitura vietato l’ accesso: non so a che cosa hai pensato: dico soltanto una cosa: staremmo freschi se tutte le volte riguardasse quel luogo! E poi, come si spiegherebbe l’aggiunta che, normalmente, si accompagna alla proibizione ai non addetti ai lavori? che? gli addetti ai lavori non ne hanno forse bisogno? Ma fammi il piacere! Ti ricordi che all’inizio della nostra conversazione, tra i tanti titoli d’onore che avevo l’orgoglio di presentarti, c’era anche la dedica di una specie di formaggio: il caciocavallo! Non ti viene in mente niente in proposito? Quando si parla di donne procaci, non pensi forse a qualche sponsorizzazione di qualche bella ragazza, abbinata alla configurazione di forme fisiche femminili esuberanti (significa questo, donna procace!) prosperose, che fanno passare in seconda posizione qualsiasi specie di formaggio: caci, al plurale? A proposito di bellezza femminile, non so se sai che, qualche tempo prima del nostro incontro, c’era stato un prete che aveva lanciato l’idea di un concorso di bellezza tra le suore. Penso volesse dimostrare come non tutte le ragazze che si fanno suore sono brutte, anzi!

Ti racconto un fatto, prima che riprenda il discorso sull’iniziativa di quel prete. Con un gruppo di amici ero andato a visitare un Santuario. Durante la visita alla chiesa, si è avvicinata (era di passaggio anche lei), una suora di una bellezza straordinaria: non dico che la visita è saltata, ma quasi. Una di quelle bellezze che, quando una donna si guarda allo specchio, può compiacersene veramente, senza il pericolo di commettere un errore. La precisazione si riferisce all’episodio, riportato nella vita di un celebre predicatore di Nôtre Dame, a Parigi, il quale, davanti a una richiesta urgente della confessione, da parte di una signora, per un atto di vanità, si confidava, fatto guardandosi allo specchio, la licenziò col dirle che, nel suo caso, con c’era stato un peccato, ma solamente un errore! All’uscita non si è potuto non commentare lo “spettacolo” paradisiaco di quel volto. Per farla breve e per dirvi quanto, tutti, siamo rimasti incantati, vi dirò che tutte le volte che ho incontrato quei “fortunati” pellegrini, ricordando quella visita, tutto veniva rievocato, eccetto il santo cui era dedicato il santuario, ma non il volto di quella creatura celestiale. La riflessione che ne seguì fu molto umana, forse anche un po’ maliziosa. Il Padreterno, si disse, non potrebbe moltiplicarli tali spettacoli e risparmiarne molti altri…non solo tra le suore? Possibile che, per cancellare qualche volto in cui ci si imbatte la mattina, sono necessarie montagne di sovrapposizioni di tanti altri e non sempre l’operazione è coronata da successo? Va bene, tutte belle osservazioni, ma sono curioso di sapere come andò a finire l’iniziativa del concorso.

L’idea è naufragata, per lo meno non ho notizia di come sia andata a finire, ma certo è che qualche problema si sarebbe presentato. Sembrerebbe un fatto secondario, e il concorso non è che non si sia fatto per questo, ma, la curiosità, si dice, è femmina e quindi si trova, ora con questo discorso, proprio a suo agio. Beh! ti dico, il dubbio è venuto anche a me e pensavo come, nel caso, se la sarebbero cavata. Qualche ipotesi: nel Giro d’Italia c’è misstappa (niente a che fare con il cavatappi), in un paese dove si producono oggetti di creta, è presto fatto: misscoccio (non solo in quel paese!) in un eventuale concorso nel Salento, nessuna difficoltà: misstacco (d’Italia). Per la suora vincitrice il più logico, anche se il meno appropriato: misscredente! Lasciando a lei il compito di dimostrare quanto poco, questo titolo, dovesse diventare programma della sua vita!

– Il cavallo: questa te l’ho riservata proprio per ultima e riguarda la filosofia, anche se ho paura di rivolgerti una domanda attinente a questa materia. La faccio, comunque, anche se, chiarisco subito, non è legata direttamente a una tesi filosofica da dimostrare, ma a una sua illustrazione mediante un ipotetico caso, curioso come sentirai, ma che riguarda proprio te, asino, anche in questo caso portato come esempio di pochezza mentale.

Anzitutto: hai sentito parlare mai di un certo Buridano? – L’asino: per risponderti mi rifarò a un noto personaggio di un celebre romanzo che, davanti al nome di un filosofo a lui sconosciuto e riportato nel medesimo romanzo, con un atto di umiltà che gli fece onore, proferì il medesimo interrogativo che rivolgo ora io a te, a proposito di questo filosofo che hai tirato in ballo: Buridano, chi era costui? – Il cavallo: te lo dico io. Devi sapere che è, sotto un certo aspetto, un tuo avo lontano, un filosofo, che è ricorso a te per dimostrare la libertà della creatura umana che, davanti alla possibilità di scegliere tra due valori di diverse entità, è portato a scegliere il migliore. Poniamo il caso, diceva lui, che un asino (proprio, tu) si trovi tra due mucchi di fieno (due prati) confezionati alla stessa maniera, impossibilitato a scegliere perché tutti e due uguali, morirebbe di fame. Tu che ne dici? – L’asino: non so se l’avrei fatto. Ora, a mente fredda, mi viene un’idea. I due mucchi l’avrei fatti a sandwich lasciando a questo signor Buridano di discernere, ad effetto compiuto, quale dei due potrebbe avere avuto la precedenza. Lo spunto, permettimi questo rigurgito culturale che ti sorprenderà, lo prendo, di peso, da chi ha criticato questa teoria, un altro filosofo vissuto molti anni dopo Buridano e che ha scritto testualmente “le viscere degli animali non sono simili”. (Vuoi proprio sapere il suo nome? E’ il tedesco Leibniz). Allora, usando una terminologia propria di questa materia, dirò: a priori (all’entrata), si può discutere, anche se non è stato il mio caso, a posteriori (all’uscita) lasciamo al cervello di quel filosofo il compito di lambiccarselo sulle eventuali precedenze. A me importa solo che ho mangiato comunque e non sono morto di fame, alla faccia di Buridano! E di tutti voialtri, aggiungo, che mi considerate uno zuccone, tralasciando l’alternativa, che potrei essere io a riferirmi a voi: non, quindi: zuccone come un somaro, ma: il somaro, zuccone come voi! Sono convintissimo, e non solo per ragioni di casta, che, in più casi, non ci sarebbe proprio niente da ridire! (La necessità di non interrompere la narrazione, mi costringe a sorvolare, sul significato che l’asino dette a quel termine “casta”: facilmente intuibile. L’unica cosa su cui non si può assolutamente avere alcun dubbio è quella circa il suo significato completamente differente da quello che, in questo contesto, corrisponde a quel vocabolo). Il cavallo dovette ammettere che, in fatto di storia, di geografia e, soprattutto di Italiano l’asino mostrava delle gravi lacune, ma in filosofia se la cavava piuttosto bene. Se lo avesse saputo Buridano non lo avrebbe privilegiato nella scelta.

– E’ tutto vero, sai? quello che è emerso e abbiamo trattato nella nostra conversazione, continuò l’asino, ringalluzzito dall’esito della risposta sulla questione di Buridano che non poteva non incontrare l’approvazione e, perfino, l’ammirazione e la sorpresa del suo interlocutore. Però, a questo punto, vedi come ti ho ascoltato volentieri e alla fine qualche cosa di buono ne uscirà fuori, soprattutto, mi auguro per quanto riguarda la lingua italiana: ne avrai la prova…ascoltata. Tu, vedo, sai tutto, però voglio metterti alla prova e vedere se la tua risposta combacia con quella di un esperto, cui mi sono rivolto a suo tempo. Vediamo un po’: che cosa sono le “tende accompagnate”? la domanda nasce dal fatto che, soprattutto in estate, vedo dei negozi in cui si vendono tende, tutte rigorosamente “da sole”. E io, quel che è peggio, a compiangere la loro solitudine e pensando alle altre, magari mollemente distese su arenili infuocati, appunto, in compagnia con le altre (tende!) a prendere la tintarella… – Accetto la domanda e ti rispondo subito, anche se è così semplice fino a sfiorare la banalità: non era dignitoso farla proprio a me, ma siamo alla fine della conversazione e non vorrei ci lasciassimo in maniera non consona alla cordialità del nostro incontro.

Ci tengo, comunque, a sottolineare quanto esponevo precedentemente sulla povertà del tuo vocabolario che, in questo caso, si manifesta in maniera ancora più vistosa. Ricordati che quel “sole” è sostantivo e si riferisce all’astro che dà luce, vita, calore al nostro pianeta. Le tende, quindi, sono quei drappi che ci riparano dal calore del sole, particolarmente forte durante la stagione estiva. Mai termine più appropriato si deve usare, come in questo caso, come quello che sto per usare: hai preso un abbaglio, confondendo il sostantivo con l’aggettivo.

Ti debbo confessare, continuò il cavallo, comunque, che queste mie lacune a livello di storia o di vocaboli, mi è doloroso dirlo, si erano aggravate durante la mia esperienza parlamentare, ma ho cercato di superarle, fino al punto, come vedi, che posso dare lezione pure a te

A scanso di equivoci, ti dirò, che in quell’aula (il senato, ti ricordi?) c’erano fior di intelligenze che sapevano parlare con grande competenza e con un linguaggio appropriato ed elegante, ma, insieme, non difettavano affatto le mezze figure, dalla cultura limitatissima e…in conflitto permanente con la grammatica e la sintassi. Si promuovevano verbi da intransitivi a transitivi…senza raccomandazioni, pronomi relativi che di relazioni ne avevano un po’ pochine e quelle che avevano erano pericolose; periodi che mi facevano ritornare alla memoria la poesia di Giovanni Pascoli “La quercia caduta” dove si descrive “il canto di una capinera che cerca un nido (nella fattispecie, un soggetto…) che non troverà”.

Ti citerò, e anche qui per brevità, due esempi, a riprova di queste mie affermazioni, frutto di un’esperienza diretta, su cui, come vedi, ritorno volentieri, che non rinnego e di cui continuo ad essere grato a quell’imperatore per quella pur criticatissima nomina. Si teneva la discussione sulla malattia che aveva investito il pollame, l’aviaria: a parte chi confuse l’infezione che aveva investito il pollame con la crisi dell’Alitalia (non era in fondo una traduzione della “via aerea”? avrà ragionato), ci fu chi cominciò a sdottorare sul “polline”, ritenendolo un termine equivalente a “pollame”. C’è da pensare che qualcuno dei presenti che ne soffriva l’allergia, suggestionato, cominciasse a starnutire e che, chiarito l’equivoco, smise subito… L’altro caso da citare riguarda un fatto molto più serio. Si faceva la discussione sulla riforma costituzionale, con delle variazioni, che secondo alcuni, mettevano a repentaglio l’unità d’Italia: il riferimento era d’obbligo ed infatti emerse puntualmente. Il nome di Garibaldi non poteva mancare: non mancò. Tra l’altro, si rievocò l’incontro del re con Garibaldi a Teano. Di fianco a me, un mio compagno di partito, sottovoce ma con una certa preoccupazione, mi manifestò le sue perplessità sul significato e, in definitiva, sulla importanza attribuita all’evento: incontrarsi per un thè, e, per dirla tutta, con una marca che tutto faceva nascere fuorché la voglia di berlo, immagina poi, di sorseggiarlo!…Insomma, non ti pare che quelle tre lettere attaccate a “Te” fanno vomitare al solo pensiero di dover bere quella pozione, pur gradevole e salutare? Mah! aggiunse, ne valeva proprio la pena? Perché attribuire tanta importanza a un incontro che, ai nostri tempi, sicuramente sarebbe avvenuto in pizzeria: non ci sarebbe stato almeno quell’imbarazzo che procura il solo nominare quella bevanda riportata da tutti i libri di storia… Si rincuorò quando gli spiegai che Teano era una cittadina della Campania, in provincia di Caserta: il “thè” e la presunta “marca”, con la fantomatica multinazionale sponsorizzatrice, non c’entravano un bel niente. Mi congratulai con lui, comunque, per la battuta che aggiunse, stando alle sue cognizioni precedenti: quanto siamo caduti in basso! abbiamo toccato proprio il fondo! mi disse e mai commento sarebbe stato più appropriato se le cose fossero andate proprio così…

Era il momento (è un’altra storia, lo avrai già capito) in cui era esplosa quella che poi è passata, dalla cronaca alla storia, sotto il termine “tangentopoli”: una brutta storia di corruzione in cui era stato coinvolto un amministratore di una casa di riposo di Milano: un certo Mario Chiesa. Se ne parlò in una seduta al senato. Un compagno di partito di questo personaggio, forse volendo fare sfoggio della sua cultura e con un riferimento al periodo risorgimentale, alzandosi, urlò davanti a tutti: libera Chiesa in libero stato! I compagni del suo gruppo, allibiti, pensarono subito a un cambio di “casacca”: una adesione a un gruppo politico “clericale”, ovviamente, a servizio del Vaticano!… Fu chiarito l’equivoco e la paura si dileguò quando fu spiegato il significato dell’ intervento. Quel “libera”, unito a Chiesa, spiegò l’interessato, non era un aggettivo, ma un imperativo ed era rivolto a chiedere la liberazione di Chiesa Mario: era una mera coincidenza che quel cognome fosse simile a quello che si intendeva e si intende comunemente… I “bollenti spiriti” dei suoi colleghi, si placarono. Ma sentir solamente il termine Chiesa sulla bocca di un “laico”, qualche paura, onestamente, era ragionevole che affiorasse!

– Ormai ti debbo lasciare: sicuramente ci sarà qualcuno che mi sta aspettando- Dalla tua risposta finale giudicherò il tuo progresso nella lingua italiana: che mi dici? A proposito di lingua italiana, prima di passare alla tua votazione sulla valutazione delle mie conoscenze grammaticali e sintattiche, voglio proporti un interrogativo a te, cavallo, che riguarda il personaggio che viene considerato il padre della lingua italiana: Dante Alighieri. La mia domanda ti sorprenderà perché, modestia a parte, finora mi pare, non è stata posta da nessuno: mi pare anche che sia originale e intelligente ed, esposta da un somaro, poi! non so se mi spiego…Lo so che penserai che non è farina del mio sacco, ma, la faccio comunque, e, ti debbo confessare, con l’aggiunta di una punta di vendetta, per quanto hai insinuato, più o meno velatamente nei miei riguardi, anche durante questa, peraltro piacevole, conversazione. Veniamo al dunque. Dante, il nome del poeta, è participio presente: significa “colui che dà”, adesso, oggi: mi sbaglio? – Niente affatto, caro asino! – Il nome di Dante, dunque, corrisponde a colui che “dà”; l’ Alighieri non “dà”, ma “ha dato”, quindi…non “Dante”, ma, semmai, “Dato”!… Ma c’è un dato ancora più grave da sottolineare: mentre si dice “che dà”, si aggiunge Alighieri. Non dovrebbe essere Alighioggi? Insomma, la dicitura più precisa dovrebbe essere: “Dato” Alighieri, “Dante” Alighioggi Non ti pare che ci sia una incongruenza nella citazione stessa dell’autore della Divina Commedia? Con tutta la tua bravura (molta della quale, detto tra noi, presunta!) me lo sai risolvere tu questo rebus? Ti sembra, la mia, una domanda proprio da somaro? – Da somaro? tutt’altro! ebbe a riconoscere il cavallo. – Complimenti, caro amico! Non ci avevo mai pensato. Ritiro, anzi, quanto stavo per dirti e che si è fermato, per fortuna, sulla punta della lingua: datti all’ippica! l’equivalente di un invito bonario a cambiar mestiere, davanti a una dimostrata incapacità di esercitare il proprio. Me ne guardo bene a dirtelo adesso, dopo aver ascoltato questa tua dissertazione che non è di mera estetica linguistica. Poi, c’è un altro motivo che mi fa desistere dal pronunciarlo e che riguarda la mia casta. – Dagli con questa casta, pensò subito il somaro…Era la seconda volta che lo diceva! S’aspettava una chiarificazione: che venne. – Penso che, nonostante il tuo pur sintetico saggio critico, tu non sappia che cosa significhi né casta, né ippica: ippica è ciò che riguarda il cavallo (deriva dal greco yppos-cavallo) e casta significa un gruppo chiuso, privilegiato, che esclude dall’ingresso altri di non uguale selezionata dignità…

Capirai, perciò, che, se io avessi pronunciato quel detto nei tuoi riguardi, non avrebbe significato altro che far scadere la mia dignità di cavallo, quasi a quella cui saresti stato capace di dedicarti anche tu, declassando la mia indiscussa superiorità: e dopo tutto quello che ho detto nei miei riguardi e che tu hai riconosciuto ed ammesso, beh! credo proprio che non meritasse una simile conclusione… Un dubbio mi assale, nel momento in cui dobbiamo verificare il tuo progresso nella lingua italiana: la tua conoscenza della grammatica e della sintassi, dopo la tua precisa, addirittura puntigliosa, chiosa precedente, avrà un corrispondente nel modo di esprimersi o dovrò dire, con un detto che ti riguarda appieno: qui casca l’asino? – Assolutamente no! rispose con un pizzico di sdegno l’asino. – Tuttavia, prima di questa tua presunta “cascata”, che non ci sarà, stai più che tranquillo, continuò l’asino, alla faccia tua (non chiese neppure scusa!) e di tutti i luoghi comuni che mi hanno appiccicato addosso!

Un ultimo quesito o, se vuoi, dilucidazione e poi, ti assicuro veramente, cesserò (che verbo appropriato, rifacendomi al linguaggio precedente!) dall’annoiarti. Dimmi un po’, spesso sento dire, generalmente iniziando un discorso o una frase: “dato e non concesso” che cosa vuol dire e a che cosa si riferisce? – Io, prendendola alla lettera, la capisco in questo modo. In base a quello che viene dopo quel “dato” lo rapporto a un appartamento, anche se il dubbio mi assale immediatamente: sul perché quell’esclusione del “cesso”: sembrerebbe, addirittura, una premessa perentoria. – Ma, no! te lo debbo ripetere fino alla fine. Si vede proprio che le scuole elementari non le hai fatte bene: sono i primi rudimenti e si apprendono in quegli anni, te lo ripeto ancora. Quel “concesso” è un participio passato del verbo concedere e, ancora una volta, non ha niente a che vede con quel luogo “riservato”. La frase, hai ragione, la si sente ripetere con una certa frequenza e si riferisce a qualche cosa che è certa e che, di conseguenza, non ha bisogno di argomenti per convincere la persona con cui si parla. Chiaro?

Concludiamo: ne abbiamo abbastanza tutti e due. Allora, dimmi una frase, con l’accortezza che sia italianamente corretta. Che sia sintetica, mi raccomando, sull’esempio di quella che inviò Cesare a Roma ad informazione di una guerra vinta rapidissimamente. L‘asino ringraziò il cavallo perché attraverso un contatto telepatico aveva intuito almeno la forma della risposta. – E’ proprio così: una frase sintetica, quella che ho pensato, quasi come quella del “mitico” condottiero romano: eccola: ho venuto, sono visto, sono vinto!…ho partito! Che voto mi dai? chiese ansiosamente l’asino.

– Pensa a un numero, disse il cavallo, da temperatura invernale in una zona a clima continentale. Lo hai pensato? La temperatura era molto bassa: tremava dal freddo. – Sì, disse.

– Ricordando la mia ava, la “cavallina storna”, reagì e, come lei, disse un numero, s’alzò alto (il mio) nitrito…

ANTONIO RESTA