“Storia Mitologica del Diluvio Universale” – Classi Quinte Polo 1 Galatone (Le)

Galatone (Le) – 6 giugno 2017 – Palazzo Marchesale – La “Storia Mitologica del Diluvio Universale” ha coinvolto 96 alunni di classe quinta dei plessi del Don L. Milani e G. Susanna del Polo 1 con le loro docenti, con la guida esperta della regista Diana Costa e con la maestra di danza Patrizia Conte. Tutti gli uomini nella loro vita possono cadere in tentazioni e accecarsi di superbia e di cattiveria. Gli dei non accettano simili condizioni umane e attraverso il diluvio li puniscono. Si salvano solo due uomini più devoti e rispettosi. Ma loro pur avendo la vita salva non accettano la solitudine nel mondo e per questo motivo attuano la rinascita attingendo dalla madre Terra gli insegnamenti di giustizia. Una grande metafora della vita che lascia uno straordinario messaggio: “Lealtà, giustizia, bontà e convivenza con le genti”. Questo è il mondo che tutti cerchiamo e ognuno di noi con responsabilità può realizzare – Video di Vincenzo Zizzari

Al voto! Al voto!

"Al voto! Al voto!" di Enrico Longo

“Al voto! Al voto!” di Enrico Longo

“Le storie di Seba”

di Enrico Longo

n.3

Al voto! Al voto!

 

Il Natale era ormai lontano, ma non s’era ancora spenta l’eco della straordinaria impresa di Seba e del geniale studentello dell’asilo cittadino. Per un bel po’ di tempo entrambi ebbero a godere delle piacevoli conseguenze delle brillanti proposte.

All’ingresso nella scuola primaria, guadagnato con un anno d’anticipo per meriti civili, il piccolo fu accolto con tutti gli onori. Il sindaco Tromboni con la fascia, gendarmi in grande uniforme, scolaretti impettiti con il vestito della domenica. Tutti guardavano a lui come a un esempio da imitare. I papà lo invidiavano, le mamme lo additavano ai figli, il parroco lo volle primo chierichetto e gli assegnò la messa di mezzogiorno.

Anche per Seba non mancarono i fasti e i riconoscimenti.

Il Tromboni lo invitò a palazzo e tra una pizza e una gassosa lo fece parlare di tutto e di più, annotando con pazienza e scrupolo ogni concetto che gli sembrasse utile per l’oggi e il domani. E al nostro Seba, che non credeva ai suoi occhi e alle sue orecchie, parole e concetti uscivano a cascata.

Non c’era giorno che non venisse invitato a una cerimonia ufficiale, a un convegno o a un pubblico dibattito. Le associazioni lo inseguivano, le televisioni se lo contendevano. E Seba, con pazienza e spirito di sacrificio, cercava di onorare ogni impegno e di non scontentare nessuno.

I partiti politici di destra e di sinistra, di sopra e di sotto facevano a gara nel cercare il modo di portarlo dalla propria parte e le promesse si sprecavano: sindaco? assessore? supervisore? televisore? Incarichi di grande responsabilità, non c’è che dire, e il nostro Seba, non avvezzo a tali e tante adulazioni, incerto e interdetto, stava per dire umilmente: «Fate voi!», quando improvvisamente un boato squarciò l’aria e una voce metallica annunciò solennemente: «Al voto! Al voto!».

Quello che seguì all’annuncio è impossibile da raccontare. Come morsi dalla tarantola e spinti da un turbo tutti cercarono di guadagnare l’uscita. Non c’era tempo da perdere, bisognava far presto, e allora via con spinte, spallate, pizzichi e sgambetti, mentre il sindaco, messo nel mezzo, si teneva disperatamente la fascia con le due mani, nel timore che qualcuno gliela portasse via. In un batter di ciglia la sala restò vuota e Seba si ritrovò solo, nel centro, con la parola che non aveva fatto in tempo a venir fuori.

Nessuno pensò più all’eroico scolaretto, tutti dimenticarono le promesse fatte a Seba e con esse anche le accorate raccomandazioni più volte ripetute nei tanti colloqui, nei talk show e nei dibattiti: salvaguardare il bel paesaggio di Città Gaia, tenere lindo il ruscello che scendeva dalla collina a dissetare la cicoria e la ruchetta e i fiori delle piazze e dei giardini, non trascurare le spighe che davano da vivere a tanta parte della popolazione, tenere a cuore quelle persone che, come suo padre, facevano i salti mortali per sbarcare il lunario. Ma gli intendimenti degli avveduti e scafati politici si erano decisamente indirizzati su strade diverse. E in queste strade non abitavano i buoni propositi. Anziché ricorrere ai cervelloni, che a Città Gaia si sarebbero pure trovati, si fece ricorso a battutisti e parolai e agli emeriti ciarlatani che non sapevano di economia o di filosofia, di storia o geografia e che non avevano mai mosso un dito per scrivere  o un braccio per lavorare, ma che erano imbattibili nel trovare ogni frase a effetto per colpire, dileggiare o distruggere l’avversario e per trasformare in oro colato qualunque messaggio, vero o fantasioso, onesto o cervellotico che decidevano di lanciare.  Ce n’erano tanti a Città Gaia di questi signori, il più ricercato dei quali era un tale signor Broglio, specialista, come si leggeva nell’insegna in “chiacchiere e patacche per tutti gli usi”. Di corsa allora a farne incetta.  Senza badare a spese. Bisognava scegliere – e scegliere bene – le parole più indicate, quelle capaci di attirare l’attenzione, di risultare convincenti. Qualcuno partì con “cambiamento”; un altro preferì “sviluppo”, un altro ancora “progresso”. I più audaci si spinsero fino a “svolta”, “benessere”. Infine ci fu perfino chi osò parlare di “ricchezza e felicità per tutti”.

Insomma programmi ambiziosi: quattro schieramenti in lotta per rendere Città Gaia il posto più ricco e felice del pianeta.

Coi taccuini ridondanti di frasi a effetto, slogan e promesse furono presto tappezzati case e palazzi, giardini e scantinati, stalle e tombini. Intanto facevano la loro apparizione i primi comunicati, elaborati in tutta fretta per colpire in anticipo, molto curati nei contenuti offensivi e demolitori, un po’ meno nel rispetto della punteggiatura e nelle regolette grammaticali. Per tali caratteristiche i comunicati di tutti gli schieramenti, di destra, di sinistra, di sopra e di sotto furono interdetti dal parroco ai fedeli perché contrari alla morale e dalle maestre agli scolaretti, perché rischiavano di vanificare il lavoro di un anno scolastico.

Finalmente, all’alba di una domenica mattina nella piazza centrale furono esposti i programmi. Parole alte, solenni, arcane, da far accapponare la pelle, che il popolo leggeva con malcelato giubilo: “cambiamento-sviluppo-progresso-svolta-incroci-benessere-ricchezza”. Le stesse parole nelle quattro bacheche, solo in diversa successione. Si partiva dall’una o dall’altra parola, ma l’insieme era lo stesso, come pure identico era un altro aspetto. Accanto, o sopra o sotto a ciascuna di queste parole non seguiva null’altro: né un elenco, né una spiegazione, né un esempio. Nulla, soltanto le solenni parole acquistate a suon di soldoni dall’emerito signor Broglio, la cui specializzazione era in semplice “chiacchiericcio e cialtroneria” e non prevedeva né concetti, né spiegazioni, né ragionamenti.

Seba restava alquanto perplesso. Come si fa a scegliere – si domandava – se tutti promettono le stesse cose e se nessuno ci dice chiaramente cosa ha intenzione di fare?

E la sorpresa maggiore era nel vedere accendersi polemiche e risse tra le parti in conflitto a difesa del proprio programma e all’attacco di quello degli altri. «Oscurantisti – si diceva degli altri –, superati, retrogradi! Siete la rovina di Città Gaia.» E tutti, in particolare, a dare contro al sindaco Tromboni. Che non aveva fatto nulla, che aveva trascurato la città, che aveva affamato i cittadini. Un disastro, una vera iattura che ciascuno si riprometteva di scongiurare. Come? Attraverso il cambiamento, lo sviluppo, il progresso, la svolta, etc. etc. Ed era inutile chiedere di scendere nei particolari, di chiarire, di fare esempi, di spiegare il che e il come. Ed era questo che lasciava il nostro Seba nello sconforto. Quelle magiche parole erano, in fondo, le sue parole, quelle che aveva ripetuto al Tromboni e ai responsabili dei partiti di destra e di sinistra, di sopra e di sotto. Tutti le avevano ascoltate e appuntate. S’erano forse dimenticati di appuntare quanto aveva detto dopo, spiegando per filo e per segno il cosa e il come del cambiamento, dello sviluppo, del progresso, e via di seguito. Si succedevano i comitati, e nulla cambiava; si affiggevano i manifesti ed era sempre la solita musica. Seba ascoltò a uno a uno tutti i dibattiti e i comizi e non ebbe mai la fortuna di ascoltare un’indicazione, una precisazione, un esempio concreto. Soltanto e sempre slogan, offese e frasi a effetto.

Dopo le ultime schermaglie, nelle quali ciascuno si era sforzato di dare il meglio di sé, la sua confusione toccava ormai i livelli più alti.

“Chi vincerà la tenzone? A chi la responsabilità di governare?”, si chiedeva tornando lentamente a casa. Nessuna risposta aveva il potere di confortarlo mentre aumentava il sospetto che soltanto un miracolo avrebbe potuto salvare Città Gaia. E il miracolo inaspettatamente prese piede.

Ne parlò col babbo, che ne parlò ai parenti, che ne parlarono ai vicini di casa, che diedero vita a un “pissi bau” che raggiunse i coltivatori delle spighe preziose e quanti vivevano lungo il torrente e i tanti che facevano i salti mortali per assicurare almeno il minimo ai propri figli. Tanti davvero, la gran parte di Città Gaia, tutti lavoratori instancabili che non avevano tempo per le chiacchiere e le patacche, che non sapevano offendere e che amavano vivere nella pace e nella concordia. Tante persone, che spaventavano un po’ i signori delle chiacchiere e delle poltrone. Dinanzi al pericolo i tanti decisero di scendere in campo e dire la propria. Mandarono in esilio il signor Broglio e i suoi colleghi e scrissero di proprio pugno l’elenco delle cose da fare. Poche parole, semplici e chiare, che ripetevano quanto da Seba più volte raccomandato nei dibattiti e nei talk show, carichi di buoni principi e di rigore grammaticale perché passate al vaglio del parroco e della maestra. Ne uscì un documento che fu letto e approvato dall’intera città, che non dispiacque neppure ai quattro contendenti di destra, di sinistra, di sopra e di sotto che cominciavano a provare un po’ di vergogna per quanto già detto e per quanto già fatto. A uno a uno ritirarono il proprio programma e rinunciarono alle proprie ambizioni.

Sarebbe stato quello il nuovo programma, il programma dell’intera città. E la gente, nella piazza principale, secondo una tradizione ormai consolidata, si sarebbe trovata unita e concorde nell’indicare il personaggio giusto a dare contenuto e forma al programma di tutti.

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“Al voto! Al voto!” di Enrico Longo

La speranza di Seba

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“La speranza di Seba” di Enrico Longo

 “Le storie di Seba”

di Enrico Longo

n.1

 

La speranza di Seba

 

Città Gaia era scritto sulla carta geografica; Città Triste l’avevano ribattezzata i suoi abitanti. E il nome sembrava senza dubbio calzante, perché oltre il sole e il mare e le vestigia di un passato che alcune leggende descrivevano onorevole, non c’era nient’altro: soltanto una lunga distesa pianeggiante ricoperta d’erbacce e di rovi, dove come per miracolo spuntavano erbe selvatiche buone al palato e colorate bacche dolci e succose: il cibo che la mano della Provvidenza aveva destinato per loro. E infatti sempre e soltanto bacche ed erbe selvatiche potevano vedere a tavola i suoi abitanti, la mattina a colazione, e poi ancora erbe e bacche a pranzo, e lo stesso a cena. Sempre così, anche la domenica e il giorno di Pasqua. Bacche ed erbe anche a Natale e il 32 gennaio, la principale festa cittadina. Gli abitanti di Città Triste erano persone perbene, oneste, non avevano mai rubato, anche perché non si potevano rubare il sole o il mare, né sembrava opportuno, tutto sommato, rubare i rovi o le erbacce, che venivano fuori in grande quantità. Avevano però, queste persone, dimenticato le cose buone di un tempo, muovere braccia e gambe e guardarsi intorno, parlare e ascoltare, come vuole il buon Dio, che ci ha dato, per tale occorrenza, una bocca e due orecchie. Nessuno aveva più cura di ramazzare la piazzetta cittadina, anche perché nessuno ormai ci metteva la punta del naso: tutti erano intenti ad ascoltare le chiamate delle Muse. E non c’era mano che si preoccupasse di dar decoro alla chiesetta, che se ne restava ormai negletta e abbandonata; da tempo ormai s’era dimenticato il suono argentino della sua campanella, che alle sei del mattino dava la sveglia e richiamava ai doveri giornalieri. Il fatto è che i cittadini di Città Triste non avevano più tempo per queste cose, inutili e banali. Avevano scoperto di essere grandi artisti e illustri geni, ciascuno almeno un metro al di sopra degli altri. In ogni famiglia c’erano almeno tre artisti su quattro; pochi però ce n’erano tra le donne, specie se sposate, quelle che ogni giorno avevano il poco invidiabile compito di preparare il pranzo e servire a tavola. In quei particolari momenti in ogni famiglia c’erano litigi e grida, le mogli si facevano sentire, a volte accompagnandosi con strumenti da cucina, alcuni dei quali furono detti matterelli perché usati da quelle donne nelle occasioni in cui erano veramente “fuori dai gangheri”. Sebastiano era il solo a custodire in cuor suo la segreta speranza che potessero tornare, prima o poi, i tempi che furono: li aveva sentiti dal babbo, che li aveva sentiti dal nonno, e questi dal bis e dal doppio-triplo e quadruplo bis. Tempi felici e di abbondanza e persone diverse, tanto tanto diverse e altro non aggiungeva perché non era riuscito del tutto a comprendere.  E nella speranza di un felice ritorno al passato, pensò bene di farsi carico di tutte le incombenze. Correva dunque di qua e di là, senza posa, dall’alba al tramonto, con quel piccolo intervallo delle ore di scuola, utili a riempire la testa di numeri e di concetti. Ma poi subito di nuovo a casa, sempre di corsa e sempre di fretta. Così andavano avanti le giornate di Sebastiano, costretto dalla frenesia del procedere a risparmiare perfino sul nome, troppo lungo da pronunciare e ridotto a Seba. Ormai tutti Seba lo chiamavano e così aveva finito per chiamarsi anche lui. Risparmiare sul tempo per fare qualcosa in più, in quella vita di fatica e di silenzi. Perché nessuno aveva tempo per guardare agli altri, scambiarsi una parola, un saluto, per fare una chiacchierata. Le giornate del nostro Seba si aprivano alle prime luci dell’alba con la necessità di tirare la coda al gallo che, scoraggiato per non essere più ascoltato da nessuno, aveva ormai rinunciato perfino a lanciare il suo precoce chicchirichì. La situazione turbava perfino i santi protettori di Città Triste, che guardavano con preoccupazione alla chiesetta abbandonata e all’indifferenza generale degli uni con gli altri. Non c’era fede a Città Triste, né amore, né solidarietà, per cui finirono anche loro, che tutti sappiamo armati di santa pazienza, col perdere le staffe e decidere di scendere in campo. E nei drammatici avvenimenti che seguirono si può certamente notare la loro presenza. Una signora, una tale Demonia De Svitatiis, si diede un giorno col suo matterello a menare non solo al marito e a tutti i figli maschi, ma anche sui quadri, quadretti e sui fogli di musica, gridando con ferocia: «Ve la do io la musica, ve la do io la pittura se poi non c’è nulla da mangiare, se dobbiamo sempre assaporare quel maledettissimo sapore dolciastro delle bacche e quello amarognolo dell’erba selvatica». Alcuni mariti, spaventati, pensarono che fosse prudente allontanarsi per un certo periodo dalla loro città e decisero di andare in volontario esilio in altra più igienica zona, sino all’avvento di giorni più propizi. Approdarono a Cerealiland, una cittadina non troppo lontana, non bella e pittoresca come Città Triste, priva di artisti e poeti e abitata solo da contadini, non molto istruiti, ma onesti, forti e laboriosi. Qui non si riposava mai, tutti sempre a lavorare, sempre a coltivare i campi. Non c’era l’università in questa cittadina, né scuole liceali, c’erano soltanto tre asili  infantili e mezza scuola elementare, nessuno conosceva il latino, nessuno sapeva di greco, tutti odiavano le lingue straniere. La loro passione erano i campi, gli alberi da frutta e le erbe… coltivate. Quella più diffusa era una certa spiga che, a loro dire, era la pianta più nobile e preziosa. Ai profughi sembrava strano tutto ciò e qualche volta, di nascosto, ridevano della dabbenaggine di quella gente, che passava tanto tempo a curare quella strana pianta, piccola, con uno stelo talmente risicato, così magra e smunta da sembrare l’emblema della fame, non certo dell’abbondanza. E invece per quelli era la pianta più nobile, più preziosa, più utile. Osservavano attentamente il loro operato e li vedevano gioire quando pioveva. Dicevano: «Meno male che piove. Chissà come si disseteranno le spighe.» E quando per lungo tempo non pioveva, li vedevano afflitti: «Chissà come soffriranno le spighe per questa lunga siccità.» E subito giù a portare acqua, a costruire argini intorno al fiume, a fare canali e a dirigere l’acqua verso le spighe. E poi tutti soddisfatti a dire: «Siamo stanchi, ma almeno le spighe staranno finalmente bene.» La sera, tutti insieme, seduti accanto al fuoco nello spiazzo più grande, parlavano e cantavano, bevevano e ballavano e si raccontavano le storie più belle e non dimenticavano di guardare al Cielo e di ringraziare il Creatore. La domenica mattina, tutti insieme nella chiesetta, linda e pulita, dove veniva solennemente riposta la spiga più bella. Quando arrivò la primavera non pensarono più all’acqua e sembravano contenti nelle giornate di sole. Li si sentiva dire: «Forza sole, asciugale, rinforzale, biondeggiale!» .
In una giornata di giugno i nostri esuli furono svegliati da un colpo di cannone, dal cantare dei galli, da campane e campanelle, da trombette e tric trac. Per tutte le strade era tutto un correre: correvano gli uomini, correvano le donne, correvano i vecchi, i bambini, gli zii e i cognati, i nipoti e i cugini; tutti verso i campi, saltando, cantando, sghignazzando. Cos’era successo? si chiesero. La rivoluzione? Sono scesi i marziani? Niente di tutto questo. Andavano tutti a tagliare le spighe e le accumulavano, ne facevano mucchi, le battevano, nei giorni successivi presero a calpestarle. A chi chiese spiegazioni fu risposto che era arrivato il tempo del raccolto, i giorni dell’abbondanza e della felicità. E quindi videro quelle spighe ridotte in polvere e poi impastate con acqua e prendere forme strane. Sentirono dire che quella roba era la più gustosa leccornia esistente. Furono invitati, increduli, i nostri esuli, al primo banchetto ufficiale e ne restarono conquistati. Improvvisamente capirono di aver sbagliato tutto. Decisero dunque che dovevano fare qualcosa per le loro donne, per i loro bambini, per i loro vecchi. Anzitutto presero a pulire le stradine della loro città e curarono in ogni modo la chiesetta, che divenne pulita, accogliente e profumata d’incenso e di fiori. Tornarono a guardarsi negli occhi e a parlare, a raccontare le cose belle e le cose tristi e a saper trovare ogni volta le parole più opportune. Ricordarono quanto avevano visto durante il loro esilio e il miracolo di quella esile pianta che portava abbondanza e benessere. Dissodarono il terreno e vi deposero le preziose sementi, lavorarono e lavorarono, sudarono e sudarono. Non pensarono mai alla fatica e alla sofferenza: fecero esattamente tutto ciò che avevano visto fare agli abitanti di Cerealiland. Con l’aggiunta di una cosa soltanto. Come ho detto, essi erano artisti e vollero dare il tocco della loro arte a quella cosa che chiamarono pasta. E così vennero fuori le tagliatelle, i rigatoni, le lasagne lisce e ricciolute, i granulini, i maccheroni. Tutte le forme di pasta che oggi vediamo sulle nostre tavole fecero la loro prima apparizione nelle felici tavolate di Città Gaia, non più Triste. Tutti erano soddisfatti, tutti erano beati, ma più beati e soddisfatti erano le mogli e i camerieri che, finalmente, ricevevano sorrisi e complimenti quando presentavano i piatti in tavola. Il nostro Seba, che aveva ormai più tempo a disposizione, pensò che fosse tempo di recuperare la seconda parte del suo nome e tornò a chiamarsi Sebastiano. Per quanto riguarda i santi protettori, decisero di riprendersi la normale pazienza, solo però dopo aver controllato che tutti gli abitanti, uno per uno, avessero recuperato i principi fondamentali del buon vivere. E per essere certi che non se ne potessero più dimenticare, pensarono bene di far ricorso a un pesante promemoria. Una stella presa dal cielo e deposta nel bel mezzo della loro città, con le sue cinque punte a ricordare che fede-amore-lavoro-cultura e solidarietà danno senso e significato all’esistenza. Quell’anno diedero un sapore mai provato alla festa del Natale.

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“Festa dei Bambini” 2016

Galatone (Le) – 11 dicembre 2016 – Piazza Pertini – “Festa dei Bambini” a cura dell’Associazione Sportiva Culturale “Punto Danza” all’interno della manifestazione “Gustiamo l’Arte” organizzata dall’Unione Commercianti – Animatori: I bambini della Scuola Primaria del Polo 1 dei plessi “Don Lorenzo Milani” e “Giuseppe Susanna” e della Scuola Media “A. De Ferraris” e i bambini della Scuola dell’Infanzia “C. Collodi” del Polo 2 – Colori, voci, suoni e danze… un viaggio in un regno fatato abitato da misteriose creature: folletti, fatine, principi, maghi, streghette e stregoni – Video di Mauro Longo

LA MOSCA E L’APE

LA MOSCA E L’APE favola di Don Antonio Resta

“LA MOSCA E L’APE” favola di Don Antonio Resta 

LA MOSCA E L’APE

I discorsi che facevano gi animali terrestri non è che si differenziassero molto da quelli degli animali che volavano; l’unica distinzione era quella del luogo, costringendo chi li doveva annotare a prenderli, logicamente…al volo.

Fu il caso di una mosca e di un’ape che, incontrandosi, a volo ovviamente, avviarono una conversazione, adatta alla loro condizione di insetti volanti. Fu uno sfogo, di fatto, con sottolineature di quei problemi che accompagnano qualsiasi stato di vita.

Iniziò la mosca, rilevando come la sua vita era un continuo volo, senza una dimora. Vagava per ogni dove, a differenza dell’ape che aveva il suo alveare, una dimora ben precisa, dove era sicura di trovare le altre compagne che lavorano come lei.

L’ape stava a sentire, seguendo il discorso della mosca, approvando con un battito più veloce delle ali quanto l’amica casuale le veniva comunicando.

– Vedo, disse, che il tuo discorso è improntato a un certo pessimismo: se questo è l’inizio, già posso immaginare come sarà la fine!

– Brava! Mi accorgo che sei veramente perspicace, ebbe a dire la mosca, perché le cose stanno proprio così e te ne illustro i motivi.

Anzitutto mi si fa una guerra spietata: mi si vuole distruggere: hanno inventato addirittura, dei preparati chimici micidiali che mi annientano in un attimo: altro che camere a gas del regime nazista!

– Va bene, disse l’ape, ma per esserti così nemici qualche motivo ci sarà: non è che lo facciano così, cervelloticamente, per il gusto di ammazzare: c’è un detto popolare che dice: quello non farebbe male neppure a una mosca: non vi ci trovi una certa ritrosia nel doverlo fare anche a te?

Fai un po’ un esame del tuo comportamento e vedrai che non potrai non riconoscere una certa giustificazione a quanto ti fanno.

– Beh! sì, onestamente, ammise la mosca, qualche cosa a desiderare la lascio, ma purtroppo sono costretta dalle circostanze. Per esempio, per via della mia mancata dimora, sono costretta a saltare di qua e di là. Se aggiungi a questo la necessità di dover mangiare, allora c’è più di un motivo non dico per essere giustificata, ma almeno per essere compresa!

– Ma, disse l’ape, sii sincera e completa la tua esposizione. Sento dire che passi disinvoltamente, appoggiandoti, dallo sterco al pane, dal sudicio al pulito, al dolce e via elencando.

Ti pare che una cosa del genere possa essere accettata, ignorando le conseguenze delle malattie che ne possono derivare?

Senza contare quella che è una delle tue prerogative più irritanti. Sei noiosa, tanto è vero che sei portata ad esempio, poco invidiabile in verità, di questo modo di fare, lasciamelo dire, addirittura odioso: non lo hai sentito mai dire: sei noiosa come una mosca?

Se no, io dico, ti hanno scacciato una volta, basta! No! a ritornarci ostinatamente, noiosamente appunto! E poi ti lamenti.

Ma se lo vuoi proprio!

– Ah! ma io, disse la mosca, non me la faccio passare: anche io ho le mie vendette e me le prendo: non è che subisca tutto supinamente: ho una dignità…moscata anche io!

Ne vuoi sapere qualcuna? Dicevo all’inizio che vado e mi poso dappertutto, purché trovi da mangiare. Lo stesso avviene quando debbo fare i miei bisogni che, peraltro sono proporzionati a quanto mangio, quindi ridottissimi, appena un punto, non più grandi di quello di interpunzione.

Il bello sta proprio qui che qualche volta viene interpretato proprio come tale. Chi ci rimette, a scuola, è il povero alunno, con un giudizio scarso sull’uso improprio di questo segno.

La cosa diventa più grave in altri casi.

Anche uno che non è specialista sa che in musica un punto aggiunto a una nota ne prolunga il valore e la durata.

Pensate un po’ a un compositore che ha completato la sua partitura, magari lasciando sbadatamente il suo scritto su un tavolo: basterebbe che una mosca, così di passaggio, depositasse quanto ha digerito che tutta la composizione ne sarebbe stravolta, non solo tecnicamente.

Peggio ancora se un direttore d’orchestra se la trovasse sulla partitura che ha davanti o un orchestrale sul suo spartito, non c’è bisogno di tanta inventiva per immaginare il disastro contro cui si andrebbe incontro.

Questo, in musica.

Il disastro non è meno catastrofico nel parlare e, quindi, nello scrivere. Non per nulla la Sibilla, quella che veniva interpellata per ricevere una risposta sul futuro, si serviva di questo mezzo che, a seconda della sua collocazione, dava un significato differente alla frase (donde, l’aggettivo “sibillino”).

Vuoi un esempio? Ti potrai rendere conto come un mio atto, così materiale, possa assurgere a un ruolo così determinante.

Domanda alla Sibilla: ritornerò vivo dalla guerra?

Risposta: andrai ritornerai (.) non (.) morirai in guerra: come vedi a secondo di come si colloca il punto, la frase cambia completamente il suo significato.

Un’altra espressione ancora più chiara: la porta sia aperta. non si chiuda a qualsiasi persona onesta: sposta quel punto dopo il “non” e vedrai che significato scappa fuori: la porta sia aperta a tutti. non alla persona onesta.

– Senti, cominciò a dire l’ape. Dopo tutto quello che ho ascoltato, mi spiego come le persone cerchino di tenerti lontana.

 Mi sforzo di capirti anche se i nostri stili di vita sono totalmente differenti.

Anzitutto, e la prendo un pochino alla lontana, sono orgogliosa di appartenere a questa mia categoria di insetti, per tante benemerenze, tra le altre, quella di aver prevenuto quanto, soprattutto in campo umano, si è salutata come una svolta epocale. Mi riferisco a quella delle conquiste femministe con cui le donne sono diventate protagoniste nella conduzione e nel contributo allo sviluppo della società.

 Per noi, questo problema non è mai esistito, forse addirittura il contrario. Chi è nostro sovrano assoluto non è il maschio, ma la femmina, la figura dell’ape regina, ma regina davvero, sai…come sanno essere le donne quando rivestono una carica di grande responsabilità.

Ci tenevo a dirlo questo perché abbiate a guardarci con maggior simpatia e non solo per quanto di dolce produciamo.

E poi, anche a costo di procurarti qualche delusione sento il dovere di aggiungere che, realisticamente, non mi sento di poterti dare nessun consiglio: la tua natura è quella e non la puoi e, tanto meno, posso cambiartela io.

Pensa un po’, non è poco, mentre tu ti posi su tutto e non ci vuole tanto per indovinare anche i luoghi e i cibi che a noi fanno venire il voltastomaco, io, invece, chiamami fortunata, non ho altro luogo o cibo al di fuori delle corolle dei fiori. Ne suggo l’aroma e, anche se esternamente non si vede, ne mangio i colori.

Proprio, ma solo per questo, un suggerimento semplice sento di potertelo dare. Invece di posarti su ogni elemento e poi restituirlo in quel modo che abbiamo descritto, posati sul mio: so che ne sei ghiottissima e ogni occasione è buona per cibartene. Ti potrai posare, così, su qualsiasi foglio, anche su una partitura musicale, senza lasciare traccia, ma con la certezza che quella melodia non ne soffrirà, anzi continuerà a diffondere un’armonia che sa di pace e di serenità, comunque di dolcezza…

 Chi non ne sa l’origine attribuirà il merito tutto a te: te lo lascio con una gioia immensa perché vedo attuato il motto-programma che solo un poeta come Virgilio poteva enunciare con una formula sintetica, ma quanto mai espressiva: vos, non vobis: lavorate, ma non per voi…

Che gioia, cara amica mosca! Arrivederci e buon lavoro…Con l’augurio che possa mangiarne tanto del mio prodotto: diventerai meno noiosa. Ti allontaneremo sempre, ma sapendo che ci priviamo di un motivo musicale che ci solleva.

Pensavo: chi lo sa se il dolce “moscato” non è nato proprio dalla mosca, dalla sua natura in seguito degenerata?

Aggiungo: nel caso, proprio nessuna speranza di recupero?

  

Don Antonio Resta

L’angelo del Natale – Scuola dell’Infanzia “Don Bosco”

Galatone (Le) – 16 dicembre 2015 – Sala Teatro edificio scolastico “G. Susanna” – Scuola dell’Infanzia “Don Bosco” del Polo 1 – “L’angelo del Natale” musical comico edificante ed interattivo di preparazione al Natale tratto dalla favola originale (sulla base di una leggenda sveva) di F. P. Marinelli – “Il teatro Delle Nuove favole” a cura di Lucia e Teresa dll’associazione culturale TARANTEATRO – Vide di Mauro Longo

PARLANDO DEL PIÙ E DEL MENO…

PARLANDO DEL PIÙ E DEL MENO…

“PARLANDO DEL PIÙ E DEL MENO…” favola di Antonio Resta 

PARLANDO DEL PIU’ E DEL MENO…

 

(Un maiale, un topo e una gallina)

           

            Il topo era uscito più presto, quella mattina. Aveva fatto la nottata in un appartamento, aveva riposato: aveva fretta di uscire perché la sveglia era stata anticipata e le luci si erano tutte accese: restarvi, significava esporsi a un rischio altissimo di cattura.

            Due rosicchiatine appena, alla svelta, e poi subito via, nella sua residenza abituale: una casa diroccata, un po’ scomoda, ma sicura.

            Scorrendo il tratto di strada che ve lo conduceva, s’imbatté in un maiale che tra pochi giorni avrebbe subito la sua sorte atroce: ucciso e, quindi, “lavorato” per essere immesso in commercio.

            Tutti e due, anche se per ragioni ben differenti, avevano fretta: giusto il tempo per qualche confidenza sulla loro vita e sul modo di affrontarla.

            – Vedi, disse il topo, che modo di vivere il mio! dover essere sempre in cerca di un ambiente dove ci sia la possibilità di mangiare, lontano dalle trappole che continuamente mi tendono. Prima erano di legno o irrobustite con il fil di ferro: bastava una disattenzione perché la portella si aprisse, con la possibilità di poter scappare. Adesso, hanno inventato dei prodotti chimici: ti fanno mangiare roba avvelenata, saporita al gusto, ma mortale nelle conseguenze.  Oppure, pensa un po’, ti spalmano il pavimento della trappola con una colla micidiale. Basta posarvi un piede e non puoi più liberarti.

            E poi, i gatti, i nostri eterni nemici: a doversene guardare sempre! Eppure, francamente, una certa speranza che ci potessero lasciare in pace si era presentata. Con tutte quelle prelibatezze che i loro amici gli hanno preparato e che loro, a ragione, mangiano voracemente, si pensava che la nostra carne sarebbe diventata qualche cosa di sorpassato, di non appetibile per i loro gusti, diventati presumibilmente più esigenti: macché! Come prima, se non peggio di prima: forse a causa proprio di quegli intingoli che si vedono alla televisione: è da pensare che gli servano come “assaggini”, un vero e proprio aperitivo per il cibo che poi noi gli forniamo direttamente.

            – Tu, almeno, questi problemi non ce l’hai: ti portano da mangiare, ti ingrassano, anzi, fanno di tutto per ingrassarti, non è vero?

            – Sì, disse il maiale, è vero, almeno in parte. Mi portano da mangiare, tutto peraltro, e si danno tanto da fare per ingrassarmi, ma lo sai bene perché: la mia fine, a questo punto, non è differente dalla tua, ne convieni?

            – Anche io, aggiunse il topo, solo in parte. La mia fine come la tua? Ma il motivo è totalmente differente: mentre la mia è indirizzata solamente alla mia distruzione, la tua, invece, ha ben altre finalità. La disistima che godi come animale in vita, si trasforma in apprezzamento e lode dopo la morte.

            Mi accusano (è sempre il topo che parla) di essere solo portatore di malattie e dimenticano che, per fare esperimenti sull’efficacia dei farmaci, si servono di me, sottoponendomi a delle sofferenze ed esponendomi, così, a continui pericoli di morte: questo lo si dimentica facilmente, mentre avrebbe bisogno di una maggiore considerazione: non trovi?

            Quello che mi dà più fastidio, comunque, è quando si intrufolano nella mia vita privata, con giudizi tanto negativi, da poter definire tranquillamente offensivi.

            Prendete il caso della mia compagna: va bene! sarà quello che sarà, non certo un campione di fedeltà, non del tutto (anzi!) irreprensibile, non una donna, come si dice, di specchiate virtù, ma c’è proprio bisogno di infierire in quel modo ricorrendo a vocaboli che la segneranno per sempre in modo così spregevole?

             Ma, io dico, perché, per qualificarla, non usare il femminile, come si costuma per gli altri animali: cavallo/a, asino/a, no! addirittura ricorrere a un termine del tutto estraneo, non appartenente al regno animale e fargli cambiare perfino genere: da maschile a femminile: ma vi rendete conto?

            Lo so, forse non suonerebbe troppo bene, ma si poteva ricorrere a qualche vocabolo meno esterno alla nostra famiglia animale: a ben considerare, si è violentata perfino la lingua facendo un torto al significato più appropriato di un vocabolo, quello vero.

            Insomma, perché ricorrere a uno strumento che, per il suo significato, non ha alcuna attinenza, nel caso, con la femmina del topo e che, invece, serve a tutt’altro scopo, quale è quello di scoprire i piedi, (con un fastidioso, rumore, peraltro), (non mi riferisco ai sandali, ovviamente…) nella stagione estiva, dando loro la possibilità, di non sudare, con un apporto igienico salutare a sé e…agli altri? Lo indossano indistintamente gli uomini e le donne: non risulta che sia un “trans”: non c’è assolutamente nessun motivo per dedurlo…

            Non dimenticate che a Roma c’è “Via delle zoccolette”, famosa per essere la strada dove sorge il celebre Ospedale pediatrico del “Bambin Gesù” e legata, nell’antichità, al significato della mia categoria…al femminile…

            Il discorso del topo si infiammava e le parole venivano fuori con la stessa incontenibile foga con cui le accompagnava.

            C’era il pericolo che il discorso andasse per le lunghe.

            A farlo finire lo determinò l’intervento del maiale che, fin’allora, era stato zitto ad ascoltare.

            – Scusa, topo, permetti che parli io, ora, perché vedo che parte del tuo discorso, peraltro lo abbiamo già annotato, possa combaciare con il mio, salvo particolari che ne impediscono la fusione.

            Cominciamo dalla nostra fine: combacia, sicuramente: non vedono l’ora di eliminarci: su questo, penso, siamo d’accordo.      Ma per me, (lo hai ricordato e lo confermo), fatto non secondario, l’eliminazione non è uguale a distruzione, anzi, paradossalmente, la mia fine segna il momento in cui ha inizio la mia esaltazione e il mio apprezzamento.

            Si arriva perfino a dire (è un detto popolare abbastanza diffuso): mercante e porco, giudicalo dopo morto…

            Anche per me, caro amico, c’è il problema della mia vita privata: la mia compagna ha subito la stessa sorte della tua.

 Anzi, adesso che ci penso, anche peggio. C’è il femminile di porco (il mio secondo nome…) e allora perché andare a scegliere, anche per la mia, un nome fuori completamente dalle nostre visioni culturali, schermandolo dietro il nome di una città famosa nell’antichità e diventata teatro di un altrettanto famosa guerra, nonché soggetto di un celebre poema, tra i più conosciuti?

            Dimmi, onestamente: se io, rivolgendomi a una persona le chiedo di parlarmi di Troia, dove si trova il suo presunto sito geografico…pensi proprio che, parlandomene, non mi fornisca informazioni di tutt’ altro genere? non pensi più probabile, per non dire certo, che mi farebbe il nome di qualche donna, riconosciuta tale pubblicamente, con la strada in cui esercita quel mestiere che le procura tale appellativo?

            A parte che potrebbe insinuare dubbi sul mio comportamento morale.

            Tutti hanno modo di constatare (è un altro argomento) annotando, a ragione, che del mio corpo niente va perduto beh! se questo è il massimo dell’onore e della gratitudine che si possa dare a un animale, perché lo si dimentica così facilmente, mentre, invece, davanti a un comportamento o a qualsiasi cosa che si presenti in maniera disordinata e scorretta, non si sa dire altro, se non: è una porcata?

            Ti pare giusto? io lo considero il massimo dell’ingratitudine. Non pensavo proprio a una cosa di questo genere!

            Senza dire che, non raramente, venendo a conoscenza di certi comportamenti umani, dovrei essere io a dire, (come potrei dire?) è una umanata!…

            Vuoi una mia confidenza? lo so che mi tratterai da ignorante, ma fino a qualche tempo fa, almeno per quello che sto per comunicarti, ti guardavo con  una certa invidia. Mi spiego: tutte le volte che sentivo la parola “topografia”, “toponomastica”, addirittura l’aggettivo “topico” (pensavo: in tuo onore!), mi rodevo dentro perché il tuo nome e i suoi derivati campeggiavano con solennità nella composizione di queste parole: un piccolo riconoscimento te lo hanno dato! A me, neppure quello, nonostante qualche merito più del tuo mi sento di averlo!

            Quando, dietro consiglio, ho consultato il vocabolario (quello degli animali, s’intende) mi sono rasserenato perché tu non c’entri proprio niente: quei vocaboli hanno un tutt’altro significato.

            Meno male! mi è venuto spontaneo dire.

            C’è un caso, tuttavia, che mi inorgoglisce  e che riguarda proprio l’argomento…stradario cui facevo riferimento.

            Non posso passare sotto silenzio il fatto che una delle vie più conosciute di Roma è dedicata proprio alla mia compagna (Via della Scrofa). Oddio! Non è che il termine sia proprio scevro da un significato ambiguamente “pudibondo”, ma tant’è: ha avuto l’onore di comparire anche in documenti importanti, in occasione di congressi, di riunioni politiche o di altro genere, comunque di alto livello, che, data la centralità della via, ha avuto l’opportunità di  poter ospitare.

            Un segnale non secondario di qualche raro rigurgito di apprezzamento dedicatomi a ricordo di una vita che ha contribuito a preparare, tra l’altro, la squisita…porchetta romana! Purtroppo, anche per noi animali, i riconoscimenti sono celebrati sempre…alla memoria!

            A proposito, sento il verso della gallina, quello caratteristico di quando ha fatto l’ uovo: sicuramente uscirà adesso: fermiamoci ancora un po’: sentiamo un voce femminile: sarà utile per un confronto e, se necessario, per consolarci  reciprocamente.

            Nell’attesa di vederla comparire, commentammo sinteticamente il significato di questo verso tipicamente…gallinaceo: abbiamo concluso che è insieme annuncio e invito: nell’un caso e nell’altro la gallina manifesta la pochezza del suo cervello.

            Cara sorella gallina, ci fai pensare.

            Non solo annunci che hai fatto l’uovo, ma inviti anche a prelevarlo. Addirittura, da come è composto, il tuo annuncio è personalizzato: “coccodè”, quella “d” al posto della “t” forse residuo o radice di una pronuncia napoletana, si può tranquillamente tradurre con un “per te”, che è il colmo della generosità; ricambiata come?

            Ma, si può essere più stupidi di così? Ci hai pensato mai? Mentre tu canti soddisfatta, il pensiero di chi ascolta la tua voce e va a raccogliere il frutto che gli hai prodotto, lungi dall’esprimerti un grazie, corre subito ai vari modi in cui può cuocerlo: à la coque, fritto, in camicia, lesso…

            Così viene ricambiato il tuo lavoro e il tuo sforzo diretto a produrlo, perfino con un “hai un cervello quanto quello di una gallina!”: non c’è male, vero?

            – Tutto vero quello che state dicendo, aggiunse la gallina. E non sapete tutto.

            Da qualche tempo stanno accompagnando il nostro lavoro con un sottofondo musicale, convinti che produciamo di più e meglio.

            Speriamo sia vero, anche se ci potrebbe essere qualche inconveniente, facilmente intuibile.

            Uno, per esempio.

            Mangiando le uova con la musica di un tale autore, si assimila solo il sapore e la sostanza o anche la melodia che ne ha accompagnato lo sviluppo? E nel caso di un movimento viscerale, quali note scapperanno fuori? Se viene privilegiato un autore a sfavore dell’altro non potrebbe sorgere una gelosia tra i vari compositori sfruttati a scopo di produzione?

            La questione diventerebbe seria, almenocché non si giunga alla conclusione di poter ordinare un uovo…alla Beethoven, alla Verdi, alla Puccini…

            – Dopo tutto questo discorso, concluse la gallina, sulla generosità, la bontà, addirittura la musicalità del prodotto, lo sapete con che cosa vengo ricambiata?

            Praticamente con la stessa conclusione che riferiva il maiale, se ho captato bene la sua ultima parola: per lui, una porcata, per me, una frittata.

            Solamente che io sono più avvantaggiata di lui nel senso che alla “buona riuscita” della frittata avrò dato il mio contributo, fornendone la materia: l’uovo, e questo in caso positivo, ma soprattutto nel caso contrario, sentirsi orgogliosa di aver contributo al demerito di chi l’ha definita tale.

            Sarà una piccola vendetta, ma io me la prendo volentieri, e tutta!

Antonio Resta