La Postilla al tempo del virus

“La Postilla” n. 216 di Enrico Longo, editoriale di martedì 21 aprile 2020 dal titolo “La Postilla al tempo del virus”– Video di Mauro Longo

 

     LA POSTILLA n. 216

      La Postilla al tempo del virus

 

Noi della Postilla abbiamo sospeso la felice rubrica “Io e La Città”, abbiamo messo in quarantena il previsto palinsesto, ogni sortita sul territorio.

È necessario rispettare le regole, restare a casa, uscire solo nei casi previsti, tenersi a distanza. Assolvere al principale dovere che è quello di combattere la diffusione del virus e di salvaguardare la propria e l’altrui salute.

L’attenzione è tutta sull’andamento epidemiologico della pandemia, nella speranza di sentire, prima o poi, note liete e rassicuranti. Gli indicatori sono sempre quelli: il numero dei nuovi contagi, quello dei decessi, dei guariti, dei posti che si vanno liberando nelle terapie intensive.

Ma noi de La Postilla non siamo andati certamente in vacanza, non possiamo rimanere fermi mettendo in quarantena la mission e la funzione sociale che è la principale nostra motivazione all’agire. Non dimentichiamo di fare la nostra parte a favore della cittadinanza: in questo siamo accanto all’amministrazione comunale, come megafono informativo, e accanto ai parroci perché non venga a mancare alle nostre nonne e alle tante persone devote il conforto di poter seguire, come nei tempi sereni, le celebrazioni delle messe e delle altre cerimonie religiose.

Insomma ci siamo, restiamo in prima linea, assolviamo al nostro compito senza alcuna ambizione di essere inseriti tra gli eroi di questa tristissima congiuntura.

Gli eroi, oggi, sono altro genere di persone e di operatori sociali. Sono i medici,  gli infermieri, i volontari della protezione civile, quanti lavorano a stretto contatto con i malati, non facendo loro mancare né le cure fisiche né quelle psicologiche.

Sono le migliaia di operatori sanitari, pronti a rispondere, da ogni parte del paese, alle chiamate dei primari e dei governatori delle località in emergenza, incuranti dei gravi rischi cui vanno ad esporsi.

E attori protagonisti sono gli scienziati e gli specialisti, ai quali ogni giorno si guarda per cercare di carpire qualche buona notizia, di cogliere uno spiraglio di luce, una plausibile data per il ritorno a una più accettabile condizione di vita.

Si pende dalle loro labbra e si rimane attaccati ai loro non sempre convergenti pareri. Fase due o ancora fase uno? Si allenta il lockdown o lo si lascia definitivamente? Nulla può ancora cambiare? E per quanto tempo ancora?

Ma le risposte a queste sofferte domande spesso non vengono o non suonano chiare; da parte di chi deve giudicare ci si trincera spesso nell’incertezza e nel dubbio, tra il detto e il non detto. Prudenza, insomma, comprensibile sì, ma al contempo esasperante.  A volte si resta interdetti dinanzi a pareri diametralmente opposti, specialmente tra specialisti di settori diversi e questo sinceramente disturba e destabilizza.

Mi è capitato l’altro giorno di sentire valutazioni del tutto contrastanti tra alcuni virologi e un immunologo. I primi inducevano allo sconforto enfatizzando la potenza del virus e la sua particolare contagiosità, anche in presenza di dati che apparivano in tutta evidenza confortanti; l’altro sottolineava con convinzione la grande resilienza del sistema immunitario, laddove naturalmente non fosse compromesso da qualche grave patologia. I primi si mostravano sicuri nel dichiarare che con il coronavirus dovremo necessariamente imparare a conviverci, perché resterà a lungo tra noi e con altrettanta sicurezza andavano profetizzando la ricomparsa dell’epidemia nel prossimo autunno; l’altro a mostrare eguale sicurezza nell’affermare che il coronavirus, per sua natura, quasi per definizione, tende a perdere via via l’iniziale forza di colpire e contagiare per andarsi a rinchiudere in nicchia prima di scomparire del tutto.

Come dire che nell’un caso o nell’altro ci sarebbe stato da festeggiare a champagne o a guadagnare la prima finestra disponibile.

Rassicurante la situazione nel nostro comune, soltanto sfiorato dall’epidemia. E questo certamente per una serie di fortunate circostanze, ma soprattutto per la virtuosa sinergia stabilitasi al suo interno tra amministratori, associazioni, cittadini tutti. Ciascuno dall’incipit del quotidiano messaggio del sindaco, “anche in data odierna NON si sono registrati…” ha tratto coraggio e ulteriore forza per assolvere con sempre maggior scrupolo ai propri doveri.

Con qualche piccola eccezione, se vogliamo inevitabile, abbiamo fatto tutti la nostra parte. Importante l’operato del sindaco, per l’operatività a tempo pieno e per il capillare sistema di informazione;  altrettanto l’impegno dell’assessorato alle politiche sociali a favore delle fasce più deboli della popolazione; pronta e generosa la risposta della cittadinanza.

Quanto mai opportuna, infine, la tregua nella lotta politica che sembra di poter cogliere da qualche tempo a questa parte. Non si registrano particolari polemiche, né attacchi espliciti. Nell’austerità del silenzio sembra quasi che si sia stabilito un tacito armistizio in vista dei giorni in cui, doverosamente, tornerà la politica con tutta la sua carica di polemiche e di contrapposizioni.

Debbo dire che fa un certo effetto quest’aria di pace, la strana assenza di attacchi e di risposte, di punzecchiature e demolizioni.

Polemiche inopportune, inutili, forse anche controproducenti. in un momento in cui sono fondamentali le ragioni dell’unità, della concordia e dell’impegno comune.

In campo nazionale invece ogni armistizio è vietato, ogni tregua sa di tradimento. Non ci si rassegna a dimenticare per un momento gli interessi  di bottega. Guai a dare ragione a chi governa, assurdo condividere e rinunciare ad opporsi: si rischia di andare contro i propri interessi. Criticare si deve, ad ogni costo, smontare, negare, distruggere. Insomma si fa politica come sempre, si pensa al dopo, non si rinuncia ai propri interessi di parte, anche a rischio di mettere in gioco il superiore interesse della nazione.

La fa da padrone tra i partiti politici il più assoluto benaltrismo, dove, imperativo categorico, resta l’affermazione apodittica e convinta che “si doveva fare altro”.

Facile criticare, difficile proporre, impossibile condividere.

“In questo drammatico momento i responsabili politici cerchino il bene del Paese e non il proprio”, ammonisce papa Francesco, ma queste parole non trovano orecchie disposte ad ascoltarle.

Per fortuna, come dicevo, nella nostra cittadina tutto questo non è. Salvo smentite, naturalmente.

Non aggiungo altro, lascio dunque il campo alle notizie che mi auguro sempre più rassicuranti, mentre anticipo che mi riprometto di toccare argomenti dei quali troppo poco si parla e che invece mi sembrano di primaria importanza.

La pandemia ha portato una serie di difficoltà e problemi alle scuole di ogni ordine e grado che si sono viste costrette a ricercare modalità affatto inconsuete ma utili per non interrompere il dialogo formativo con gli alunni. Docenti, dirigenti e le stesse famiglie hanno prontamente risposto alle necessità dando fondo a tutte le doti di intelligenza, di creatività e di solidarietà empatica.

La pandemia sta mettendo a dura prova la fragile psicologia dei bambini che si son visti improvvisamente rivoluzionata l’esistenza. Lontani dai nonni, dai cuginetti, dalle figure parentali, dai giochi, dagli amici, dai compagni di scuola. Della scuola e dei bambini non posso fare a meno di parlare. Lo farò nelle prossime puntate. Si tratta di questioni di grande importanza; l’una e l’altra mi stanno particolarmente a cuore come, certamente, lo sono a tutti voi.

Enrico Longo

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