Centrale a Biogas? I ricordi de “La Postilla”

“La Postilla” dedicò diverse puntate alla questione della Centrale a Biogas, e non solo perchè tanto si disse sulla famigerata discarica divenuta mega e supermega. Qui pubblichiamo la sceneggiata del Consiglio comunale che doveva essere “aperto” e che finì per essere superblindato e con la mordacchia. Un consiglio comunale semplicemente “all’aperto”, forse per consentire a tantissimi spettatori di non avvertire i cattivi odori del materiale che qualche mano furbetta aveva depositato sul tavolone dei relatori. Ecco “La Postilla” n. 164

Centrale a biogas I ricordi de La Postilla

Centrale a Biogas? I ricordi de “La Postilla”

LA POSTILLA N.164

Drammi e sceneggiate

Con il duro e deciso intervento di Napolitano, ancora presidente per manifesta incapacità della politica, si chiude la sceneggiata romana e si va, forse, verso la formazione di un governo che, oltre ai tanti problemi di qualcuno, possa cercare di risolvere qualcuno dei problemi di tanti. Una sceneggiata con attori e contenuti di assoluto rilievo: dal patriottismo berlusconiano, improvvisamente guadagnato alle ragioni dell’etica e del bene comune, alla generosità del leader tecnico che, tra facili promesse di ristori economici e di sviluppo, assesta il colpo di coda stabilizzando a tempo indeterminato l’odiosa IMU, secondo le più ricorrenti richieste dei sindacati che hanno in uggia la precarietà e il tempo determinato. Al centro della scena resta il Grillo di sempre, che grida, sghignazza e nulla più e il solito ineffabile PD, dalle due – tre – cento fazioni per una congenita, connaturata, ineliminabile superiorità culturale, che pretende confronto, dibattito, senso critico, incomprensione programmatica, gelosie, invidie, conflittualità permanente.

Latita, in questo partito, che fa della libertà e della dialettica le principali bandiere, l’abbiccì del costume democratico, che è anche, e soprattutto, rispetto delle idee degli altri e adesione alla “volontà generale” che, di contro alla “volontà di tutti”, rappresenta il prevalere dell’equità, della giustizia e del bene comune. Non guasterebbe, per questi signori, una rilettura del libro di Rousseau o un’attenta riflessione sulle grandi figure di un passato anche non lontano, che di democrazia e di libertà sono stati maestri con il pensiero e con l’azione politica.

Che la sceneggiata abbia visto la fine, comunque, è la speranza di tutti e che la prudenza e l’umiltà di Letta siano pari alla forza e alla determinazione necessarie per fronteggiare ogni ulteriore sussulto sfascista, radicato nel profondo del nostro mondo politico, dove la patria, i cittadini e i valori si vanno manifestando ogni giorno di più come semplici espressioni verbali, senza alcun riferimento nella coscienza e nelle intelligenze.

Ore 10 di una domenica di aprile, particolarmente dardeggiata dal sole: va in scena, in piazza, la fiction, da tanti attesa e da qualcuno temuta, e per questo ritardata sino all’estremo limite temporale. Non annunciata, né promossa in alcun modo, da parte governativa, nella segreta speranza di nasconderla all’attenzione della cittadinanza. Gridata, di contro, da una solitaria e disperata gigantografia a firma del Comitato, avvertito del pericolo dell’omertoso silenzio e preoccupato di risvegliare le sonnolenti coscienze dei tanti che disdegnano l’impegno personale per le più tranquille forme della protesta sul web, dove far sfoggio di salaci battute e di variegate manifestazioni di moralismo a buon mercato.

La trama si snoda fra le misteriose ragioni che ci vedono omaggiati di un inutile e non richiesto oltraggio alla salute e i doveri imposti da inopportuni articoli dello statuto che ripetono alla lettera le rivoluzionarie voci della 142/90, che impongono dei doveri verso la cittadinanza, dai quali, da parte della civica amministrazione, al momento ci si vorrebbe tanto sottrarre. D’altra parte, la sempre più evidente voglia di fuga sembra rendere ancora più promettente lo spettacolo per chi si accinge a seguirlo da spettatore; interessante, in particolare, scoprire modi e forme che saranno certamente tentate per dire e non dire, concedere e ritrattare, ridurre, svilire, svuotare. Uno stimolante esercizio di psicologia del politico, per chi ne abbia interesse e propensione.

A garanzia dell’ordine pubblico, che nessuno peraltro sembra voler minacciare, l’arcigno presidente dell’assemblea, pronto a brandire il cartellino giallo, e il vigile, atletico e truce, che minaccia espulsioni all’accenno del minimo sbadiglio.

Per loro sfortuna nessuno grida e nessuno protesta, anche se le ragioni per farlo di certo non mancherebbero. Soltanto qualche timido striscione, invece, che sembra adombrare interessi privati e pubbliche calamità, e un campione delle maleodoranti tracce dell’erigendo mostro, portato quale prova testimoniale e collocato nelle vicinanze della tentacolare tribuna, a vellicare le delicate narici di vecchi e nuovi responsabili della “vexata quaestio”, costretti a respirarne gli odori per l’intera durata della manifestazione.

La quale si snoda secondo il previsto rituale. Il sindaco, che sparge buonismo e serenità, tradisce tutta la preoccupazione per gli esiti di sue eventuali decisioni coraggiose, mentre sembra coltivare la speranza che possa intervenire qualcuno a trarlo improvvisamente d’impiccio. Ecco perché sincera suona la confessione di sentirsi alleato del Comitato, così come, ancora più netta, la dichiarata fiducia che la Magistratura decida di sostituirsi nel compito, che dovrebbe essere suo, di salvaguardare il territorio e la salute dei cittadini. L’amministrazione, insomma, ferma nella sua caratterizzazione estetico-edonistica, non intende seguire le vie della lotta e della reale vicinanza ai cittadini. Si attesta nel basso profilo, nella speranza che “il Veltro verrà” a portar via i problemi e risolvere gli affanni. Continua, dunque, la fiction, secondo la studiata regia. Negative sulla centrale tutte le relazioni dei tecnici, che disegnano il quadro di una struttura non voluta e non necessaria, non utile e minacciosa per la salute e per il territorio, che rischia di uscirne impoverito e profondamente snaturato. Viene fuori la descrizione di un mostro da tenere costantemente sotto controllo, per i pericoli che si vogliono nascondere o sottovalutare, una struttura che dovrebbe vedere attenti e vigili la Ditta e gli Uffici comunali e che invece, già prima di nascere, ne rivela tutta la scarsa attenzione, insieme agli stratagemmi pensati e posti in essere per nascondere abusi e dimenticanze che si sono già verificati. La fiction prosegue nell’assoluto divieto di accogliere le voci dei cittadini, ai quali sono offerti un congruo numero di sedie e il dovere di non disturbare. Ancora cittadini a metà, dunque, senza diritto di parola, nel bel mezzo di una piazza dove si celebra il festival della democrazia soltanto dichiarata, concesso peraltro solo dietro le reiterate insistenze e in ossequio alla forma. Si rimane in attesa delle voci amiche del Comitato e del dott. Serravezza, ma, prima di passare a loro il diritto di parola, l’attento presidente dell’assemblea stabilisce di contingentare i tempi degli interventi: “cinque-minuti-cinque”, tutti stiano agli ordini, non saranno ammesse tracimazioni. Prima di loro però si esibisce un personaggio che più di tutti dovrebbe avere a cuore le sorti del territorio e che, invece, tra la sorpresa generale, si scopre il più convinto alleato dell’erigenda centrale. E’ il rappresentante della Coldiretti che, prima di recitare la sua parte nella nostra piazza, decide di studiare il sillogismo aristotelico per mettere su idee e argomentazioni logiche e convincenti, che possano risultare utili e dirimenti per chi soprattutto decida di abdicare ai dettami dell’intelligenza e del buon senso. Ne vien fuori questo sillogismo degno delle migliori performance dello stagirita: “il terreno su cui sta sorgendo la centrale è ottimo per l’agricoltura, ma da tempo non è coltivato. Dunque: è giusto che vi si costruisca la centrale”. Questo l’assunto del rappresentante dei lavoratori dei campi, il quale non riesce nemmeno a sospettare che l’unico buon rimedio all’incuria possa essere l’invito all’impegno, nell’auspicabile recupero all’agricoltura di tutte le superfici idonee. A quanto pare, però, il respiro strategico latita ai vertici del mondo agricolo, anche se per fortuna resiste e si va corroborando tra i lavoratori e tra i giovani che, nonostante la presenza di soggetti inadeguati, iniziano a guardare con crescente interesse verso un settore ritenuto particolarmente promettente. Ricca, puntuale e argomentata la relazione dell’avvocato Pinca; appassionata, approfondita e sincera, quella del presidente del Comitato, che non dimentica di replicare al disinvolto esponente della Coldiretti leccese, frapponendogli le opposte tesi di un più degno rappresentante dei lavoratori dei campi, di altra regione, purtroppo. A seguire, le reiterate invocazioni del dott. Serravezza, da tanti anni impegnato nella lotta contro i tumori, che non trascura occasione per ricordare come il Salento non possa più essere considerato la salubre terra del sole, del mare e del vento, e, infine, le ragioni dell’Azienda, che prospetta vantaggi, benefici, fortune, benessere, lavoro, sviluppo, ricchezza. Niente puzze, niente violenze al territorio, nessun pericolo per la salute. Sarà dovere della Ditta e del Comune vigilare sul buon funzionamento e prevenire ogni possibile minaccia. Come accade sempre in Italia e come ancora più puntualmente si verifica dalle nostre parti, dove sembra che vivano politici, amministratori e imprenditori scrupolosi, onesti, efficienti, provvidi e responsabili. Ma queste rassicurazioni sono cadute nel vuoto. Nessuno vi ha manifestato la minima fiducia, qualcuno ha iniziato a borbottare, qualche altro ha dato “il la” a un’educata contestazione, mentre il severo presidente si vedeva costretto a mettere le mani sui cartellini e il giudice di campo si accingeva alla prima espulsione. Niente accadeva però, tutto finiva sul nascere: gli implacabili arbitri si vedevano costretti a riporre cartellini e sguardi truci e si andava serenamente verso le conclusioni. Che poi certificavano il previsto nulla di fatto. Nessun intervento da parte dell’amministrazione, nessun referendum popolare. Niente di niente. L’amministrazione chiude soddisfatta e vincente. Ha concesso la sceneggiata e ha tenuto a bada il pubblico. La gente però mormora e si sente tradita. Il Comitato parla di raggiro e avverte il sapore amaro della beffa. Tra tutti è il presidente che mostra nel volto e nell’incedere i segni della delusione e dello sconforto. Forse si ritiene sconfitto e come tale abbandona la piazza; per me è invece l’unico vincitore di una manifestazione dov’è risultata sconfitta la democrazia e con essa il riconoscimento di fondamentali diritti di responsabilità e di partecipazione. Se ne va curvo nelle spalle, dunque, Crocifisso Aloisi, inconsapevole, forse, che nella sua strenua battaglia, che lo ha portato a ricercare, approfondire, coinvolgere e spronare all’impegno comune, si è decisamente guadagnato un significativo spazio sociale, un ruolo per i tempi migliori, quando sembreranno finalmente prioritari i diritti delle persone e la difesa del territorio.

Enrico Longo

Venerdì, 26 aprile 2013

 

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