Al voto! Al voto!

"Al voto! Al voto!" di Enrico Longo

“Al voto! Al voto!” di Enrico Longo

“Le storie di Seba”

di Enrico Longo

n.3

Al voto! Al voto!

 

Il Natale era ormai lontano, ma non s’era ancora spenta l’eco della straordinaria impresa di Seba e del geniale studentello dell’asilo cittadino. Per un bel po’ di tempo entrambi ebbero a godere delle piacevoli conseguenze delle brillanti proposte.

All’ingresso nella scuola primaria, guadagnato con un anno d’anticipo per meriti civili, il piccolo fu accolto con tutti gli onori. Il sindaco Tromboni con la fascia, gendarmi in grande uniforme, scolaretti impettiti con il vestito della domenica. Tutti guardavano a lui come a un esempio da imitare. I papà lo invidiavano, le mamme lo additavano ai figli, il parroco lo volle primo chierichetto e gli assegnò la messa di mezzogiorno.

Anche per Seba non mancarono i fasti e i riconoscimenti.

Il Tromboni lo invitò a palazzo e tra una pizza e una gassosa lo fece parlare di tutto e di più, annotando con pazienza e scrupolo ogni concetto che gli sembrasse utile per l’oggi e il domani. E al nostro Seba, che non credeva ai suoi occhi e alle sue orecchie, parole e concetti uscivano a cascata.

Non c’era giorno che non venisse invitato a una cerimonia ufficiale, a un convegno o a un pubblico dibattito. Le associazioni lo inseguivano, le televisioni se lo contendevano. E Seba, con pazienza e spirito di sacrificio, cercava di onorare ogni impegno e di non scontentare nessuno.

I partiti politici di destra e di sinistra, di sopra e di sotto facevano a gara nel cercare il modo di portarlo dalla propria parte e le promesse si sprecavano: sindaco? assessore? supervisore? televisore? Incarichi di grande responsabilità, non c’è che dire, e il nostro Seba, non avvezzo a tali e tante adulazioni, incerto e interdetto, stava per dire umilmente: «Fate voi!», quando improvvisamente un boato squarciò l’aria e una voce metallica annunciò solennemente: «Al voto! Al voto!».

Quello che seguì all’annuncio è impossibile da raccontare. Come morsi dalla tarantola e spinti da un turbo tutti cercarono di guadagnare l’uscita. Non c’era tempo da perdere, bisognava far presto, e allora via con spinte, spallate, pizzichi e sgambetti, mentre il sindaco, messo nel mezzo, si teneva disperatamente la fascia con le due mani, nel timore che qualcuno gliela portasse via. In un batter di ciglia la sala restò vuota e Seba si ritrovò solo, nel centro, con la parola che non aveva fatto in tempo a venir fuori.

Nessuno pensò più all’eroico scolaretto, tutti dimenticarono le promesse fatte a Seba e con esse anche le accorate raccomandazioni più volte ripetute nei tanti colloqui, nei talk show e nei dibattiti: salvaguardare il bel paesaggio di Città Gaia, tenere lindo il ruscello che scendeva dalla collina a dissetare la cicoria e la ruchetta e i fiori delle piazze e dei giardini, non trascurare le spighe che davano da vivere a tanta parte della popolazione, tenere a cuore quelle persone che, come suo padre, facevano i salti mortali per sbarcare il lunario. Ma gli intendimenti degli avveduti e scafati politici si erano decisamente indirizzati su strade diverse. E in queste strade non abitavano i buoni propositi. Anziché ricorrere ai cervelloni, che a Città Gaia si sarebbero pure trovati, si fece ricorso a battutisti e parolai e agli emeriti ciarlatani che non sapevano di economia o di filosofia, di storia o geografia e che non avevano mai mosso un dito per scrivere  o un braccio per lavorare, ma che erano imbattibili nel trovare ogni frase a effetto per colpire, dileggiare o distruggere l’avversario e per trasformare in oro colato qualunque messaggio, vero o fantasioso, onesto o cervellotico che decidevano di lanciare.  Ce n’erano tanti a Città Gaia di questi signori, il più ricercato dei quali era un tale signor Broglio, specialista, come si leggeva nell’insegna in “chiacchiere e patacche per tutti gli usi”. Di corsa allora a farne incetta.  Senza badare a spese. Bisognava scegliere – e scegliere bene – le parole più indicate, quelle capaci di attirare l’attenzione, di risultare convincenti. Qualcuno partì con “cambiamento”; un altro preferì “sviluppo”, un altro ancora “progresso”. I più audaci si spinsero fino a “svolta”, “benessere”. Infine ci fu perfino chi osò parlare di “ricchezza e felicità per tutti”.

Insomma programmi ambiziosi: quattro schieramenti in lotta per rendere Città Gaia il posto più ricco e felice del pianeta.

Coi taccuini ridondanti di frasi a effetto, slogan e promesse furono presto tappezzati case e palazzi, giardini e scantinati, stalle e tombini. Intanto facevano la loro apparizione i primi comunicati, elaborati in tutta fretta per colpire in anticipo, molto curati nei contenuti offensivi e demolitori, un po’ meno nel rispetto della punteggiatura e nelle regolette grammaticali. Per tali caratteristiche i comunicati di tutti gli schieramenti, di destra, di sinistra, di sopra e di sotto furono interdetti dal parroco ai fedeli perché contrari alla morale e dalle maestre agli scolaretti, perché rischiavano di vanificare il lavoro di un anno scolastico.

Finalmente, all’alba di una domenica mattina nella piazza centrale furono esposti i programmi. Parole alte, solenni, arcane, da far accapponare la pelle, che il popolo leggeva con malcelato giubilo: “cambiamento-sviluppo-progresso-svolta-incroci-benessere-ricchezza”. Le stesse parole nelle quattro bacheche, solo in diversa successione. Si partiva dall’una o dall’altra parola, ma l’insieme era lo stesso, come pure identico era un altro aspetto. Accanto, o sopra o sotto a ciascuna di queste parole non seguiva null’altro: né un elenco, né una spiegazione, né un esempio. Nulla, soltanto le solenni parole acquistate a suon di soldoni dall’emerito signor Broglio, la cui specializzazione era in semplice “chiacchiericcio e cialtroneria” e non prevedeva né concetti, né spiegazioni, né ragionamenti.

Seba restava alquanto perplesso. Come si fa a scegliere – si domandava – se tutti promettono le stesse cose e se nessuno ci dice chiaramente cosa ha intenzione di fare?

E la sorpresa maggiore era nel vedere accendersi polemiche e risse tra le parti in conflitto a difesa del proprio programma e all’attacco di quello degli altri. «Oscurantisti – si diceva degli altri –, superati, retrogradi! Siete la rovina di Città Gaia.» E tutti, in particolare, a dare contro al sindaco Tromboni. Che non aveva fatto nulla, che aveva trascurato la città, che aveva affamato i cittadini. Un disastro, una vera iattura che ciascuno si riprometteva di scongiurare. Come? Attraverso il cambiamento, lo sviluppo, il progresso, la svolta, etc. etc. Ed era inutile chiedere di scendere nei particolari, di chiarire, di fare esempi, di spiegare il che e il come. Ed era questo che lasciava il nostro Seba nello sconforto. Quelle magiche parole erano, in fondo, le sue parole, quelle che aveva ripetuto al Tromboni e ai responsabili dei partiti di destra e di sinistra, di sopra e di sotto. Tutti le avevano ascoltate e appuntate. S’erano forse dimenticati di appuntare quanto aveva detto dopo, spiegando per filo e per segno il cosa e il come del cambiamento, dello sviluppo, del progresso, e via di seguito. Si succedevano i comitati, e nulla cambiava; si affiggevano i manifesti ed era sempre la solita musica. Seba ascoltò a uno a uno tutti i dibattiti e i comizi e non ebbe mai la fortuna di ascoltare un’indicazione, una precisazione, un esempio concreto. Soltanto e sempre slogan, offese e frasi a effetto.

Dopo le ultime schermaglie, nelle quali ciascuno si era sforzato di dare il meglio di sé, la sua confusione toccava ormai i livelli più alti.

“Chi vincerà la tenzone? A chi la responsabilità di governare?”, si chiedeva tornando lentamente a casa. Nessuna risposta aveva il potere di confortarlo mentre aumentava il sospetto che soltanto un miracolo avrebbe potuto salvare Città Gaia. E il miracolo inaspettatamente prese piede.

Ne parlò col babbo, che ne parlò ai parenti, che ne parlarono ai vicini di casa, che diedero vita a un “pissi bau” che raggiunse i coltivatori delle spighe preziose e quanti vivevano lungo il torrente e i tanti che facevano i salti mortali per assicurare almeno il minimo ai propri figli. Tanti davvero, la gran parte di Città Gaia, tutti lavoratori instancabili che non avevano tempo per le chiacchiere e le patacche, che non sapevano offendere e che amavano vivere nella pace e nella concordia. Tante persone, che spaventavano un po’ i signori delle chiacchiere e delle poltrone. Dinanzi al pericolo i tanti decisero di scendere in campo e dire la propria. Mandarono in esilio il signor Broglio e i suoi colleghi e scrissero di proprio pugno l’elenco delle cose da fare. Poche parole, semplici e chiare, che ripetevano quanto da Seba più volte raccomandato nei dibattiti e nei talk show, carichi di buoni principi e di rigore grammaticale perché passate al vaglio del parroco e della maestra. Ne uscì un documento che fu letto e approvato dall’intera città, che non dispiacque neppure ai quattro contendenti di destra, di sinistra, di sopra e di sotto che cominciavano a provare un po’ di vergogna per quanto già detto e per quanto già fatto. A uno a uno ritirarono il proprio programma e rinunciarono alle proprie ambizioni.

Sarebbe stato quello il nuovo programma, il programma dell’intera città. E la gente, nella piazza principale, secondo una tradizione ormai consolidata, si sarebbe trovata unita e concorde nell’indicare il personaggio giusto a dare contenuto e forma al programma di tutti.

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