Il futuro ha un cuore antico – Incontro con Benedetta Perrone

Nardò (Le) – 18 febbraio 2017 – Enrico Longo (Direttore de “La Postilla”) intervista Benedetta Perrone, studentessa del quarto anno del Liceo Classico – Riprese e montaggio video a cura di Mauro Longo

IL FUTURO HA UN CUORE ANTICO

Riflettendo sull’attualità, utilità e importanza delle lingue classiche oggi, mi viene in mente il Renzo Tramaglino di manzoniana memoria quando nel II capitolo de “I promessi sposi” inveisce contro Don Abbondio che si serve della propria conoscenza del latino per spiegargli le motivazioni che impediscono il matrimonio con Lucia e (cercare di) intimorirlo parlandogli di “error, vis, honestas”.

Il povero Renzo non capisce le leggi menzionate dal curato perché sono in latino. Renzo è un umile sempliciotto, un filatore di seta, un ignorante che si sente impotente di fronte al “latinorum” di don Abbondio perché, non comprendendolo, è incapace di far valere le sue ragioni. Forse si sentiranno come Renzo quegli studenti che non avendo basi classiche e intraprendendo gli studi di giurisprudenza fanno fatica a comprendere termini latini come “mos, ius, lex, vitium…”.

Pediatria, cardiologia, anatomia, terapia.. sono solo alcune della parole italiane ricorrenti in ambito medico che derivano dal greco, anch’essa lingua classica come il latino. Gli studenti di medicina che hanno frequentato il liceo classico, conoscendo l’etimologia dei vocaboli usati nel linguaggio medico, ne ricavano il significato con facilità ed immediatezza.

Il latino e il greco, lingue della filosofia (Socrate, Seneca), della matematica (Archimede, Talete), della scienza (Cartesio, Newton), sono alla radice delle scienze moderne. Hanno ragion d’essere in tutti gli ambiti culturali e in molte discipline, anche in quelle scientifiche.

La loro conoscenza fornisce un bagaglio culturale tale da costituire un acquisto perenne: serve a “formare” l’uomo prima di insegnargli abilità e competenze.

Allora è più importante “formare” le giovani menti o avviarle attraverso studi pragmatici alle nuove professioni richieste dal mercato? Perché è ancora importante studiare il greco e il latino, lingue che non sono quasi mai impiegate nella società contemporanea? Perché investire tempo e risorse per conoscere le culture degli antichi Greci o Romani?

Alcuni studenti non riconoscono la valenza odierna dello studio delle lingue classiche etichettandole “lingue morte”.

Ritengono che lo studio del latino e del greco sia solo un inutile spreco di tempo, che il loro apprendimento appartenga al passato, sia lontano dalla quotidianità ed estraneo alle loro vite.

I più pragmatici pensano che l’apprendimento delle lingue classiche sia noioso e superfluo poiché non ne riscontrano l’immediata efficacia pratica nel momento del difficile insediamento nel mondo del lavoro.

A cosa serve tradurre una versione, riconoscere un costrutto grammaticale, studiare i saggi e le composizioni classiche in una società in cui la lingua inglese e le competenze informatiche la fanno da padrone?

Oggi la conoscenza fluente dell’inglese e l’uso disinvolto del computer sembrano essere gli unici indispensabili requisiti per ottenere un’occupazione.

Ma allora è veramente in crisi il modello culturale “umanistico”? E ai suoi nostalgici sostenitori non resta che piangere al suo capezzale? Anche per questo si ritiene che le lingue classiche siano “concluse” perché non più parlate ed “esaurite” perché non hanno più futuro.

Ironicamente gli stessi sostenitori di tali affermazioni si contraddicono perché non sanno che i vocaboli “concluso” ed “esaurito” derivano dal latino, rispettivamente da “cum+claudo” e “ex+haurio”. Se è vero che il latino e il greco sono lingue concluse, tuttavia non si può dire che siano esaurite poiché tuttora molti vocaboli da esse derivanti sono di uso corrente e talvolta origine di neologismi.

E allora alle argomentazioni disfattiste che si basano sulla tesi dell’ “in-vece”, non sarebbe meglio contrapporre la teoria dell’ “in-sieme”, affiancare gli studi classici a quelli tecnici? Se ci limitiamo a considerare il latino e il greco lingue non più parlate il loro apprendimento potrebbe apparire un dispendio di energie senza adeguato riscontro.

In realtà, lo studio delle lingue classiche contribuisce a “formare” la mente attraverso un continuo allenamento: sviluppa le capacità di analisi e sintesi degli elementi morfologici, sintattici, lessicali, semantici del linguaggio, abitua ad una consultazione ragionata del vocabolario, indirizza a confrontare, catalogare, memorizzare ed elaborare i dati dopo un’attenta riflessione; stimola a conseguire un metodo di lavoro; aiuta ad usare con maggiore padronanza e consapevolezza sia la lingua italiana che le lingue straniere.

Il greco e il latino sono i gioielli più preziosi della nostra cultura. La loro conoscenza fa parte del nostro background culturale e rappresenta la nostra eredità perciò va custodita, valorizzata e tramandata alle future generazioni.

Ha scritto Carlo Levi: “Il futuro ha un cuore antico!” Senza la conoscenza del nostro passato non potremo comprendere il presente, né proiettarci verso il futuro.

Solo un attento equilibrio tra tradizione e innovazione può permetterci di procedere senza perdere i valori del passato.

Non c’è modernità senza classicità, non c’è innovazione senza progresso.

Benedetta Perrone

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