La speranza di Seba

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“La speranza di Seba” di Enrico Longo

 “Le storie di Seba”

di Enrico Longo

n.1

 

La speranza di Seba

 

Città Gaia era scritto sulla carta geografica; Città Triste l’avevano ribattezzata i suoi abitanti. E il nome sembrava senza dubbio calzante, perché oltre il sole e il mare e le vestigia di un passato che alcune leggende descrivevano onorevole, non c’era nient’altro: soltanto una lunga distesa pianeggiante ricoperta d’erbacce e di rovi, dove come per miracolo spuntavano erbe selvatiche buone al palato e colorate bacche dolci e succose: il cibo che la mano della Provvidenza aveva destinato per loro. E infatti sempre e soltanto bacche ed erbe selvatiche potevano vedere a tavola i suoi abitanti, la mattina a colazione, e poi ancora erbe e bacche a pranzo, e lo stesso a cena. Sempre così, anche la domenica e il giorno di Pasqua. Bacche ed erbe anche a Natale e il 32 gennaio, la principale festa cittadina. Gli abitanti di Città Triste erano persone perbene, oneste, non avevano mai rubato, anche perché non si potevano rubare il sole o il mare, né sembrava opportuno, tutto sommato, rubare i rovi o le erbacce, che venivano fuori in grande quantità. Avevano però, queste persone, dimenticato le cose buone di un tempo, muovere braccia e gambe e guardarsi intorno, parlare e ascoltare, come vuole il buon Dio, che ci ha dato, per tale occorrenza, una bocca e due orecchie. Nessuno aveva più cura di ramazzare la piazzetta cittadina, anche perché nessuno ormai ci metteva la punta del naso: tutti erano intenti ad ascoltare le chiamate delle Muse. E non c’era mano che si preoccupasse di dar decoro alla chiesetta, che se ne restava ormai negletta e abbandonata; da tempo ormai s’era dimenticato il suono argentino della sua campanella, che alle sei del mattino dava la sveglia e richiamava ai doveri giornalieri. Il fatto è che i cittadini di Città Triste non avevano più tempo per queste cose, inutili e banali. Avevano scoperto di essere grandi artisti e illustri geni, ciascuno almeno un metro al di sopra degli altri. In ogni famiglia c’erano almeno tre artisti su quattro; pochi però ce n’erano tra le donne, specie se sposate, quelle che ogni giorno avevano il poco invidiabile compito di preparare il pranzo e servire a tavola. In quei particolari momenti in ogni famiglia c’erano litigi e grida, le mogli si facevano sentire, a volte accompagnandosi con strumenti da cucina, alcuni dei quali furono detti matterelli perché usati da quelle donne nelle occasioni in cui erano veramente “fuori dai gangheri”. Sebastiano era il solo a custodire in cuor suo la segreta speranza che potessero tornare, prima o poi, i tempi che furono: li aveva sentiti dal babbo, che li aveva sentiti dal nonno, e questi dal bis e dal doppio-triplo e quadruplo bis. Tempi felici e di abbondanza e persone diverse, tanto tanto diverse e altro non aggiungeva perché non era riuscito del tutto a comprendere.  E nella speranza di un felice ritorno al passato, pensò bene di farsi carico di tutte le incombenze. Correva dunque di qua e di là, senza posa, dall’alba al tramonto, con quel piccolo intervallo delle ore di scuola, utili a riempire la testa di numeri e di concetti. Ma poi subito di nuovo a casa, sempre di corsa e sempre di fretta. Così andavano avanti le giornate di Sebastiano, costretto dalla frenesia del procedere a risparmiare perfino sul nome, troppo lungo da pronunciare e ridotto a Seba. Ormai tutti Seba lo chiamavano e così aveva finito per chiamarsi anche lui. Risparmiare sul tempo per fare qualcosa in più, in quella vita di fatica e di silenzi. Perché nessuno aveva tempo per guardare agli altri, scambiarsi una parola, un saluto, per fare una chiacchierata. Le giornate del nostro Seba si aprivano alle prime luci dell’alba con la necessità di tirare la coda al gallo che, scoraggiato per non essere più ascoltato da nessuno, aveva ormai rinunciato perfino a lanciare il suo precoce chicchirichì. La situazione turbava perfino i santi protettori di Città Triste, che guardavano con preoccupazione alla chiesetta abbandonata e all’indifferenza generale degli uni con gli altri. Non c’era fede a Città Triste, né amore, né solidarietà, per cui finirono anche loro, che tutti sappiamo armati di santa pazienza, col perdere le staffe e decidere di scendere in campo. E nei drammatici avvenimenti che seguirono si può certamente notare la loro presenza. Una signora, una tale Demonia De Svitatiis, si diede un giorno col suo matterello a menare non solo al marito e a tutti i figli maschi, ma anche sui quadri, quadretti e sui fogli di musica, gridando con ferocia: «Ve la do io la musica, ve la do io la pittura se poi non c’è nulla da mangiare, se dobbiamo sempre assaporare quel maledettissimo sapore dolciastro delle bacche e quello amarognolo dell’erba selvatica». Alcuni mariti, spaventati, pensarono che fosse prudente allontanarsi per un certo periodo dalla loro città e decisero di andare in volontario esilio in altra più igienica zona, sino all’avvento di giorni più propizi. Approdarono a Cerealiland, una cittadina non troppo lontana, non bella e pittoresca come Città Triste, priva di artisti e poeti e abitata solo da contadini, non molto istruiti, ma onesti, forti e laboriosi. Qui non si riposava mai, tutti sempre a lavorare, sempre a coltivare i campi. Non c’era l’università in questa cittadina, né scuole liceali, c’erano soltanto tre asili  infantili e mezza scuola elementare, nessuno conosceva il latino, nessuno sapeva di greco, tutti odiavano le lingue straniere. La loro passione erano i campi, gli alberi da frutta e le erbe… coltivate. Quella più diffusa era una certa spiga che, a loro dire, era la pianta più nobile e preziosa. Ai profughi sembrava strano tutto ciò e qualche volta, di nascosto, ridevano della dabbenaggine di quella gente, che passava tanto tempo a curare quella strana pianta, piccola, con uno stelo talmente risicato, così magra e smunta da sembrare l’emblema della fame, non certo dell’abbondanza. E invece per quelli era la pianta più nobile, più preziosa, più utile. Osservavano attentamente il loro operato e li vedevano gioire quando pioveva. Dicevano: «Meno male che piove. Chissà come si disseteranno le spighe.» E quando per lungo tempo non pioveva, li vedevano afflitti: «Chissà come soffriranno le spighe per questa lunga siccità.» E subito giù a portare acqua, a costruire argini intorno al fiume, a fare canali e a dirigere l’acqua verso le spighe. E poi tutti soddisfatti a dire: «Siamo stanchi, ma almeno le spighe staranno finalmente bene.» La sera, tutti insieme, seduti accanto al fuoco nello spiazzo più grande, parlavano e cantavano, bevevano e ballavano e si raccontavano le storie più belle e non dimenticavano di guardare al Cielo e di ringraziare il Creatore. La domenica mattina, tutti insieme nella chiesetta, linda e pulita, dove veniva solennemente riposta la spiga più bella. Quando arrivò la primavera non pensarono più all’acqua e sembravano contenti nelle giornate di sole. Li si sentiva dire: «Forza sole, asciugale, rinforzale, biondeggiale!» .
In una giornata di giugno i nostri esuli furono svegliati da un colpo di cannone, dal cantare dei galli, da campane e campanelle, da trombette e tric trac. Per tutte le strade era tutto un correre: correvano gli uomini, correvano le donne, correvano i vecchi, i bambini, gli zii e i cognati, i nipoti e i cugini; tutti verso i campi, saltando, cantando, sghignazzando. Cos’era successo? si chiesero. La rivoluzione? Sono scesi i marziani? Niente di tutto questo. Andavano tutti a tagliare le spighe e le accumulavano, ne facevano mucchi, le battevano, nei giorni successivi presero a calpestarle. A chi chiese spiegazioni fu risposto che era arrivato il tempo del raccolto, i giorni dell’abbondanza e della felicità. E quindi videro quelle spighe ridotte in polvere e poi impastate con acqua e prendere forme strane. Sentirono dire che quella roba era la più gustosa leccornia esistente. Furono invitati, increduli, i nostri esuli, al primo banchetto ufficiale e ne restarono conquistati. Improvvisamente capirono di aver sbagliato tutto. Decisero dunque che dovevano fare qualcosa per le loro donne, per i loro bambini, per i loro vecchi. Anzitutto presero a pulire le stradine della loro città e curarono in ogni modo la chiesetta, che divenne pulita, accogliente e profumata d’incenso e di fiori. Tornarono a guardarsi negli occhi e a parlare, a raccontare le cose belle e le cose tristi e a saper trovare ogni volta le parole più opportune. Ricordarono quanto avevano visto durante il loro esilio e il miracolo di quella esile pianta che portava abbondanza e benessere. Dissodarono il terreno e vi deposero le preziose sementi, lavorarono e lavorarono, sudarono e sudarono. Non pensarono mai alla fatica e alla sofferenza: fecero esattamente tutto ciò che avevano visto fare agli abitanti di Cerealiland. Con l’aggiunta di una cosa soltanto. Come ho detto, essi erano artisti e vollero dare il tocco della loro arte a quella cosa che chiamarono pasta. E così vennero fuori le tagliatelle, i rigatoni, le lasagne lisce e ricciolute, i granulini, i maccheroni. Tutte le forme di pasta che oggi vediamo sulle nostre tavole fecero la loro prima apparizione nelle felici tavolate di Città Gaia, non più Triste. Tutti erano soddisfatti, tutti erano beati, ma più beati e soddisfatti erano le mogli e i camerieri che, finalmente, ricevevano sorrisi e complimenti quando presentavano i piatti in tavola. Il nostro Seba, che aveva ormai più tempo a disposizione, pensò che fosse tempo di recuperare la seconda parte del suo nome e tornò a chiamarsi Sebastiano. Per quanto riguarda i santi protettori, decisero di riprendersi la normale pazienza, solo però dopo aver controllato che tutti gli abitanti, uno per uno, avessero recuperato i principi fondamentali del buon vivere. E per essere certi che non se ne potessero più dimenticare, pensarono bene di far ricorso a un pesante promemoria. Una stella presa dal cielo e deposta nel bel mezzo della loro città, con le sue cinque punte a ricordare che fede-amore-lavoro-cultura e solidarietà danno senso e significato all’esistenza. Quell’anno diedero un sapore mai provato alla festa del Natale.

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