ANTONIO DE FERRARIIS GALATEO (1448-1517) TRA UMANESIMO E MEDICINA

ANTONIO  DE FERRARIIS  GALATEO  (1448-1517) TRA UMANESIMO E MEDICINA

“ANTONIO DE FERRARIIS GALATEO (1448-1517) TRA UMANESIMO E MEDICINA” di Vittorio Zacchino

ANTONIO  DE FERRARIIS  GALATEO  (1448-1517) TRA UMANESIMO E MEDICINA

 

“ SO NATO IN QUELLA ULTIMA PARTE DE ITALIA,

QUAE  QUONDAM MAGNA GRECIA DICEBATUR,

DISCESO NON DA POTENTI E CELEBRI IN ARME

CIOE’ IN AMMAZZAR OMINI ,E FAR VIOLENZIE E RUBERIE,

MA DA PADRE, AVO, BISAVO,ATTAVO, E PROAVO,

    DOTTI  IN LETTERE GRECHE E LATINE”  (Galateo, Pater Noster)

 

Questo il biglietto da visita  del vostro collega salentino Antonio Galateo nato de Ferrariis, che sto per raccontarvi. E di cui l’anno venturo verrà celebrato il V Centenario della morte.

Una figura di medico e umanista, quindi di filosofo, tra i più autorevoli del Mezzogiorno  e non solo, per i temi  nodosi e controcorrente trattati. Sono lieto e onorato di tracciare  un suo  breve profilo.  Il presidente Prof. Gabriele Siciliano, salentino ed alessanese verace, che ringrazio per aver scelto Lecce a sede di questo congresso di Miologia, con squisita sensibilità, ha condiviso  la proposta di  coniare alcuni esemplari della medaglia con l’effigie del Galateo, risalente al 1510, e al conferimento della cittadinanza onoraria di Napoli, e la ristampa dell’unica sua opera medico scientifica superstite, De podagra et de Morbo Gallico, che porterete con voi quale ricordo di Lecce e di queste giornate.

Desidero  dissipare, subito un equivoco che ritorna spesso nonostante la precisazione di Benedetto Croce   in   LA SPAGNA NELLA VITA ITALIANA DURANTE LA RINASCENZA. Che Galateo, ovvero Antonio De Ferrariis  così detto dal suo luogo natale GALATONE, in Terra d’Otranto,  non ha nulla a che fare col galateo delle buone creanze  che  Giovanni della Casa  scrisse e dedicò  al vescovo  Florimonte, che di nome faceva Galeazzo e  alla latina  Galateo. Posso garantirvi che il De Ferrariis quando il 1471 venne affiliato al circolo del Pontano, l’Accademia Pontaniana, mutò, secondo consuetudine, il cognome originario sostituendolo con l’agnome Galateo,  per affetto alla patria piccola, e per onore della famiglia, e lo impose  stabilmente ai propri figli. E in tale forma è passato alla storia.

Ed ora pemettetemi di dirvi  chi era e  i motivi per cui è degno di ricordanza.

Dopo aver studiato la lingua greca  nel ginnasio di Nardò, e appreso Aristotele nel greco originario, rimasto adolescente orfano di padre, un religioso di rito greco, ammazzato in quel di  Copertino da fanatici fondamentalisti , per differenze di fede,  venne avviato a Napoli per studiare Medicina e filosofia.

Si dichiarava Italogreco  perché si sentiva tale per sua storia familiare, agitandosi tutte due nel suo cuore angosciato:  la Grecia calpestata dai turchi di Maometto II, l’Italia devastata da Spagnoli e Francesi da lui  sprezzantemente definiti Goti e  Galli.

In un certo senso Galateo diventerà una specie di medico di frontiera, allorquando, invaso il regno di Napoli da Carlo VIII, caduti gli Aragonesi per manovre di Ferdinando il Cattolico, e, successivamente,  di Ludovico il Moro e di Papa Borgia,  confinato  a Tours Federico III d’Aragona che vi morirà  nel 1504,  il nostro concittadino  si trovò a dover fronteggiare l’invidia di cortigiani e di canes palatini  (cani di palazzo),  e l’ ostilità  di potenti funzionari spagnoli  che per lui erano i nuovi barbari. Fu a quel punto che, scaricato da tutti, sospettato e  accusato perfino di intelligenza con i musulmani, dovette riparare precipitosamente nella nativa provincia, senza impiego, senza reddito, senza protezione alcuna, attaccato dai pirati, dalle parti di  Egnazia  dove perdette  molti libri e manoscritti.

Era il 1501 l’anno del proprio rimpatrio nel Salento.

Per altri 15-16 anni, salva qualche sortita a Roma, visse tra Lecce, Trepuzzi, Gallipoli, di nuovo a Lecce dove migravit e vita  il 12 novembre 1517.

Eppure  quest’ultimo quindicennio della sua vita  fu  il più fecondo, siccome egli  scrisse il meglio che uno scienziato poteva scrivere, dal corrosivo dialogo lucianeo Eremita, indigesto alla Chiesa di Alessandro VI e Giulio II, ma  caro e condiviso da  uno che si chiamava Erasmo da Rotterdam,  il quale  se ne avvalse nel 1521 per sferzare il papa guerriero col libello Iulius exclusus e coelis. Galateo inoltre  agitò  temi dal carattere sovversivo,  quello della nobiltà contrapposto alla ipocrisia, quello  del sentimento di italianità e del valore dei connazionali, che si esalta   nella mitica disfida di Barletta del 1503, e nelle epistole  a Crisostomo Colonna su  Ettore Fieramosca.

Sentimento di italianità  che nel De Educatione si carica di robusta passione  allorché G. fa appello al viver retto e civile di tutti gli italiani, nobili e popolo,  sferzando   i costumi neobarbarici di Spagnoli e Francesi, e  mostrando,  senza peli sulla lingua ,che la buona educazione  langue e la mala educazione lussureggia (horum malorum causa est mala educatio: la causa di questi mali è la maleducazione).

Un  trattato, il  De Educatione  in cui , oltre il garbato elogio virgiliano della rusticità, Aldo Vallone  ha ravvisato “ la lezione forse più alta che l’Umanesimo napoletano, pur ricco e vario ed anche suggestivo (…) ha dato alla civiltà delle lettere italiane”.(A.VALLONE, Galateo, Venezia e il De Educatione, Firenze,1981, p.310).

Inevitabile la condanna, venata di passione polemica, per l’uso retorico delle lettere e la frivolezza sdolcinata della letteratura e dei costumi spagnoli, e il richiamo ad un modello di educazione quasi spartana,”il cittadino educato alla vita sobria e dura, capace di renderlo valido soldato nella difesa della patria”, modello che si sostiene  grazie alla  ideologia umanistica della supremazia dei popoli classici nei confronti dei barbari. Ma, parlando di barbari egli non allude soltanto ai Turchi del 1480, ma proprio a  spagnoli e francesi che  si stanno  disputando  il suolo italiano.

Per Galateo l’uomo deve essere educato come cittadino in rapporto agli altri, a beneficio della comunità, e in ossequio alla tradizione. Del contributo  letterario di Platone, Cicerone, Quintiliano, e via dicendo, si può anche fare a meno,   ma della  preoccupazione per l’Italia e soprattutto  per il Sud  no: esse vanno traducendosi in  ansia morale e civile, in trepidazione, in urgenza mai prima avvertita. Come non accorgersi  di un  Sud ormai subalterno e succube degli stranieri e delle loro mode?

A ridosso del  De Educatione segue il Pater Noster, uno straordinario affresco della crisi aragonese, pervaso di profonda religiosità e di sdegno morale per la degenerazione della cristianità, tutta in mano di  preti  e specialmente di fraticelli audaci e presuntuosi che ormai gestiscono “non solo la cura de le anime , ma anche lo governo de lo mundo”. Salgono in carica “certi  sacchi de pane, certi utri de vino” per cui  “già è comune consenso de lo popolo, nato da la verità, senza certo autore, che per li frati e preiti se deve perder lo mundo, e già ci semo vicini.”

Dannate cappe, iniqui protettori della feccia dell’umanità, che s’intrigano di tutto “e fanno partecipe Dio delle loro rapine”( lo stesso Galateo ne sarà vittima nel 1607 allorquando i domenicani faranno incetta  dei suoi beni terreni).

Dedicato a Isabella d’Aragona duchessa di Bari, sua generosa protettrice,il Pater Noster  è scritto in volgare, non certo in prosa napoletana come credeva l’archeologo  Michele Arditi,ma nel dialetto salentino, misto a idiotismi,  vicino alle omelie e alla semplicità ed intimità della preghiera, insomma, per usare le sue parole ,”con quella medesma lengua che ho imparato da la mia nutrice”, scelta appositamente  dall’autore, non senza una punta di  ironica provocazione per la parlata fiorentina: ”Hogie  in Italia è venuta la cosa ad tale,che chi non parla a punto el Toscano, non pare che sia Italiano”.

 Seguono, quindi, epistole di grande respiro e in qualche misura provocatorie e   contraddittorie, dalla celeberrima  Vituperatio Litterarum al De Suo scribendi genere, al  De Situ Iapygiae e la Callipolius descriptio:questi ultimi  due esemplari scritture di carattere geografico e corografico, che esaltano le glorie  e i prodotti locali,  l’ethos particolare dei salentini, ultimi testimoni e custodi gelosi della civiltà greca, l’anima più autentica e più vera della regione iapigia, in un empito struggente di rivalutazione, di riscatto dall’ ingiusta emarginazione dell’ amato “estremo angulo Italiae”. Un’operazione culturale, che ha il gusto della ricognizione archeologica, perché fa emergere, col conforto autorevole degli autori classici, la memoria storica di matrice greca erosa dai secoli, oscurata e sommersa nell’oblio dall’imbarbarimento e dalla decadenza dell’età di mezzo. Giudizio valido  anche per la descrizione di Gallipoli, dove vive quasi in esilio e in cui avverte aria di repubblica platonica, equità, isonomia, insomma democrazia.

Scritture pervase di malinconia e di amarezza verso il suo Sud , aperto alla rapacità dei dominatori, e mai in sintonia con sè stesso e la sua tradizione. Vi si  sente perfino offesa e  malinconia contro  i conterranei, sfortunati  si,  ma anche inerti e  inetti. Ieri come  oggi.

 Questo l’Umanesimo, non lirico o bozzettistico, ma irto di nodi e di problemi. Tanto sul versante delle lettere, quanto della Medicina.

Punta avanzata come ERASMO DA ROTTERDAM, col quale ebbe impressionanti affinità di pensiero su molti temi: la pace, il dialogo, l’opposizione ai vertici   corrotti della Chiesa del tempo, la tolleranza e il rispetto dell’altro, compresi  gli arabi, i turchi, gli ebrei.

Con la sua fede “bizantina”  toccò le vette dell’umanesimo integrale, come appunto Erasmo, e quelle della  scienza  medica.  Ma non a Napoli,  bensì  a Ferrara.

Fervente cristiano, denunciò con coraggio l’indegnità  di preti e monaci, e perfino l’empietà di Pontefici come Alessandro VI Borgia, e Giulio II Della Rovere.

Amò fortemente l’Italia, ridotta a spezzatino, e dominata da Spagna e Francia. Amò Galatone, chiamandosi  GALATEO, un  sincero grande atto d’amore verso  il suo paese, che tuttavia  persiste a trattarlo con indifferenza,  e  ingratitudine,   dandogli del  traditore e  del transfuga.

Amò con forza la IAPIGIA, in altri tempi battezzata  TERRA DI GALATEO, ma nella gara per la capitale europea della cultura per il 2019, che ha visto prevalere  la brava Matera,  ignorata  da smemorati  e analfabeti:  di essa celebrò le virtù e i valori antichi di fedeltà ai sovrani, la esaltò come ultimo presidio e ultima  Thule degli italici mores, proponendoli a modello di identità Nazionale .

Prima di  esibire  sul frontone della propria casa leccese, nella centrale via Paladini, la classica iscrizione APOLLINI AESCULAPIO ET MUSIS, coerente compendio della propria vocazione, che onorò  per tutta la vita, G. aveva vissuto lungamente a Napoli, nella cerchia di umanisti celebrati (Pontano, Sannazaro, Cariteo, Altilio, Summonte.

Dove la presenza di un medico  fra letterati e famosi poeti  rappresentava  certo una anomalia, come fu per Galateo. Ma la sua fu un’affiliazione apprezzatissima per l’accademia, per Napoli, per la corte, e di rottura per la cultura europea. Come ha scritto Michele Fuiano, anche la Medicina ha la sua storia, non astratta,ma storia di scuole, o indirizzi,e soprattutto di maestri. Napoli non aveva nel ‘400 una propria scuola medica, anche se i maestri di medicina del suo Studium erano sostanzialmente gli eredi della famosa Scuola Medica salernitana nei suoi sviluppi e ulteriori involuzioni. Oltre che medici essi, come altrove, erano filosofi o cultori  e docenti di filosofia ,nell’intima connessione che questa disciplina aveva con la scienza medica. Fra costoro eccelse ANGELO CATONE(1440-1496) editore di testi antichi, filosofo e astrologo, una personalità attestata su fondamenti dottrinali innovativi  che lo  spingevano a ricercare  la conoscenza per mezzo dell’esperienza. Anche se  in seguito non seppe resistere alla tentazione di rifugiarsi  tra le braccia dell’invasore  Caro VIII.

Ma il sec.XV  fu anche  tempo di medici ciarlatani , pur se caratterizzato dallo sforzo di alcuni  di innovare e riformare la Medicina nel segno della austera lezione di Aristotele  raccolta nei domini veneti, specie a Ferrara,  da Ermolao Barbaro, Michele Savonarola, Niccolò Leoniceno, Girolamo Castelli. Ed egli dirà ironicamente a proposito del Morbo Gallico,  che chicchessia era tenuto per professore di medicina, anzi  che  a quel tempo i medici erano assai più dei malati.

Il nostro Galateo , che vantava esperienze bizantine e grecizzanti nel solco di un Aristotele appreso a Nardò quando era adolescente, su  testi greci di prima mano, ma pure galenici e ippocratici, trasse dal sodalizio col Barbaro e il Castelli, l’input a trasferirsi in area veneta e scelse la culta Ferrara che, nel secondo Quattrocento, l’insegnamento di Michele Savonarola aveva reso uno degli Studia rinomati e più ricercati. Insieme alle tracce petrarchesche in relazione soprattutto col suo De Podagra, dedicato al vescovo-poeta di Policastro Gabriele Altilio.

Ermolao Barbaro, aristotelico puro, condizionò  moltissimo  Galateo  che  tornò  agli studi greci originari,   compiendo una  felice e importante sintesi  tra la Medicina  e  le lettere, che lo distaccò dall’Umanesimo napoletano, ed  orientò decisamente la propria vocazione medica verso il classicismo grecizzante, piuttosto che sulla lezione dei medici arabi.

Ma ciò non  minimizza la considerazione  di cui  Galateo godeva a Napoli presso  sodali come   Pontano e Summonte.

  Un carme scherzoso  di Pontano, che conosceva la sua avversione verso i bagni,  lo invitava  a godere, da medico,  delle acque salutari di Baia,   dove Galateo  era solito cavalcare tra Baia e Pozzuoli, di prima mattina, anche per stuzzicarlo un po’ affettuosamente, sulle pozioni  di ascendenza galenica cui  Galateo  ricorreva per alleviare i suoi acciacchi, ma in verità  per strappargli  un sorriso lui così   ingessato e lontano  dalla spensierata società coeva, così immerso come era nell’esercizio della sua professione:

Le fanciulle di Gauro, o Galateo / aspettano te per fare il bagno nelle calde acque/ la spiaggia salutare aspetta il medico/; si rallegri Baia per il medico che gioca/, gioiscano le terme  per il bagno del medico! Quante vi saranno risate, quante sghignazzate/, vecchio ernioso, mentre farai il bagno? / Che scherzi però, quali arguzie / quando ti metterai a nuotare, vecchio ventricoloso? Non è opportuno che di ciò ti dolga, tu medico / che suoli  calmare le risate dei matti/ iniettando nel ventre caldi flussi d’acqua /  e con impacchi di malva  / o di bieta, e con l’olio, col sale e col miele/.

 Da ciò che si è udito  si può comprendere che le prospettive cui si orientava  la cultura di Galateo, nel  panorama ampio e variegato dell’Umanesimo, erano di   evidente ridimensionamento delle lettere, e di impegno per tutelare l’arte propria e per “fare della medicina l’astro dei tempi nuovi”.

Da nuovi interessi e  da questa rinnovata professionalità, veniva a realizzarsi un libro di medicina ,il De Podagra o Della Gotta  “ che porta il segno del dottorato ferrarese del nostro, non solo per il metodo della diagnosi  e della terapia, ma anche per lo slittamento verso il tema del morbo gallico che era oggetto di ricerca  proprio a Ferrara. Un trattatello medico che, come constaterete,  ha il pregio di proporsi come un libro di terapia morale, in quanto vi si coglie un sentimento che s’incontra poi in sostanza con il rinnovamento filologico dell’Umanesimo  riconducibile all’influsso  naturalistico dell’aristotelismo del secolo XIV.”

Galateo avverte  che  la gotta è malattia da prendere  molto sul serio ed esige una vita molto regolata e tante  rinunce: perciò  consiglia  le purghe e sconsiglia  l’attività sessuale, l’eccesso di moto e l’ozio, secondo il proverbio  “ ogne soperchio rompe il coperchio”. In quell’operetta  c’è tutta la precettistica quattrocentesca derivata  dagli studi antichi e moderni e propone  una vasta panoramica della farmacologia e del sapere relativi alle erbe e alla scienza medica generale.

 Come aveva già fatto il Petrarca   Galateo raccomanda la pazienza, e perfino il luogo adatto  dove vivere  accanto ad amici e persone care,   per esempio  la Campania, dove l’aria e i posti sono buoni, e dove  l’amico  Gabriele Altilio potrebbe  godere della vicinanza degli amici, del canto di Iacopo Saannazaro, della compagnia di Belisario Acquaviva, del piacere di riascoltare le poesie del Pontano, perché  anche il canto e la poesia giovano al corpo e assai  più all’animo.

 Così, tramite la Gotta Galateo ripensa e riaccredita i pregi della latinitas, e l’insegnamento delle Muse, proponendo la riedizione del modello aristotelico autentico, con cui il Barbaro aveva opposto Temistio (dedicandolo al Galateo) ai degeneri di Aristotele,  e Galateo  non solo esalta il modello aristotelico, ma   sviluppa  una polemica contro la verbosità dei grammaticuli, ridando forza  agli scritti di S.Agostino,  secondo il quale meglio peccare in verbis quam in morbus, nella difesa di una scrittura schiva di eccessi puristici , dove vengono accettate la  parola greca e quella araba, purché conducano alla conoscenza.

Ma la sua concezione della Medicina  è meglio evidenziata nella Callipolis descriptio in cui descrive il proprio soggiorno e la sua pratica professionale in Gallipoli. Dove,pur essendo una celebrità, praticava un trend di vita sobrio ed umile, astenendosi dal portare la berretta, l’anello dottorale, e dall’utilizzare la  mula con gualdrappa per gli spostamenti.. Tuttalpiù non rinunciava al  ragazzo che lo accompagnava  portando la matula, strumento indispensabile per l’ispezione delle urine. “Ego medicus” – affermava  con orgoglio, consapevole di rappresentare la cultura medica del tempo che risaliva agli antichi, a Ippocrate ,Galeno, Aristotele, Plinio ,Teofrasto, Dioscoride, ma anche ai contemporanei, Savonarola, Celso, Catone, e così via. Si approcciava al malato in rapporto alla sua complessione, ma tenendosi alla larga da irrazionali fantasticherie, apparentate con la magia ,l’esoterismo, l’astrologia.  Eppure aveva capito il fenomeno della Fata Morgana, quello del tarantismo curato con la musica, così diffuso in Salento, e la lingua delle  iscrizioni messa piche che inviava  a tutti i dotti del circolo pontaniano.

Sulla base della sua   testimonianza la Chiesa ha dapprima beatificato e  nel 2013 ha santificato i Martiri di Otranto del 1480-81.

Non fu un qualunque medico-umanista, se ai suoi scritti fu data la caccia in ogni tempo in tutta Europa, da parte dei protestanti. Se mai lo si volesse accostare a qualcuno, questi è Erasmo da Rotterdam:insieme  propugnarono il sano rinnovamento della Chiesa, ed un Cristianesimo  aperto alla pace e all’alterità. Entrambi, Galateo ed Erasmo, furono genitori della civiltà che ha prodotto l’Europa moderna.

L’epitaffio inciso sulla sua tomba, attribuito a lui stesso dalla tradizione, ribadisce la sua qualità di medico umanista:QUI NOVIT MEDICAS ARTES,ET SIDERA COELI /HAC GALATEUS HUMO CONDITUS ILLE JACET / QUI COELUM TERRAMQUE ANIMO CONCEPIT OLIMPUM / CERNITE MORTALES, QUAM BREVIS URNA TEGIT .( Colui che studiò la medicina e le stelle del cielo, Galateo giace qui sepolto / Colui che cercò di comprendere il cielo la terra e il paradiso / guardate, o mortali, qual piccola urna lo accoglie).

La  Lecce e il Salento, ricchi  di cultura e di bellezza, che oggi vi accolgono, da ogni parte d’Italia, si sentono oggi crocevia di fervore meridiano,  riva degli approdi  e degli imbarchi,  e sentono l’intrecciarsi di voci e linguaggi,  italiani ed europei,  e un  gradevole  pluralismo di  idee e di  pelli. 

Per tutte queste cose permettetemi di salutarvi nel nome di  Antonio Galateo, nostro concittadino e vostro collega antico, che è patrimonio dell’Umanità,  oltre che icona e blasone di nobiltà,  ambasciatore di questa  amabile  terra, antico in Europa e  nel mondo.

               Vittorio Zacchino

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