UN CAVALLO e UN ASINO

"UN CAVALLO e UN ASINO" favola di Antonio Resta

“UN CAVALLO e UN ASINO” favola di Antonio Resta 

UN CAVALLO e UN ASINO

Un asino, incontrando un cavallo, gli chiese se potevano fare due passi, insieme. – Volentieri, gli rispose il cavallo, fammi salutare un amico e rassicurarlo: pensa un po’, si é fermata la macchina e ha dei problemi proprio di cavalli. E’ vero che sono di altro genere, ma il nome che ci accomuna, anche quello può essere di incoraggiamento, specialmente quando, come nella macchina, sono numerosi.

– Fai pure, disse l’asino: io aspetto, ho bisogno solo di qualche minuto, ti lascerò subito. Però, ti prego, spegni il tuo cellulare, aggiunse, vorrei che la nostra conversazione non fosse interrotta da pause, comunque distrattive. So benissimo che di chiamate ne ricevi molte: basterebbero quelle delle agenzie ippiche; presumo, tuttavia, che per stabilire e programmare ci voglia molto tempo. Sono tanti i contatti cui bisogna prestare molta attenzione e altrettante le persone cui si deve dar retta (scusa la mia insinuazione, ma so che me lo posso permettere: tu sei onesto e non ti fai corrompere per nessuna cifra: del resto, in caso contrario, non ti avrei cercato e scelto e, tanto meno, avvicinato).

Ci incamminammo lungo un viale ombreggiato, quasi privo di traffico e così avremmo avuto la possibilità di poter parlare con un tono di voce normale, senza bisogno di aumentarne il volume.

Fui io, asino, a introdurre la conversazione e, come si suol fare in simili frangenti, cominciai con gli elogi e i vantamenti, mettendo in risalto come il suo nome, quello di cavallo, risuonasse in tante circostanze: una l’avevo provata pure io: il medico (veterinario, ovviamente) mi disse che avevo una febbre da cavallo. Non capitava tutti i giorni il poter passare al rango superiore, in campo animale e che venissi così nobilitato anche se per aver contratto una indisposizione…firmata. Quasi quasi mi sentii orgoglioso, anche se non riuscivo a spiegarmi come un asino, come me, potesse, almeno in quanto a febbre, averne una come di cavallo: vàlli a capire questi misteri della natura…non solo animale! Volli rendermi conto che ero ancora asino guardandomi allo specchio: lo ero ancora, eccome! anche a febbre scomparsa.

– Avevo sentito dire che c’era anche un formaggio che si fregiava del suo nome: il caciocavallo, senza dire che, passando in un altro campo, i sarti, per i pantaloni, usavano il termine cavallo: mai che avessero pensato all’asino che, pure, aveva la sua stessa configurazione. Anche dentro di me, da asino (con tanta invidia, ma guardandomi bene dal manifestarla!), nonostante tutti gli sforzi, ero costretto a concludere che non sarebbe stata la stessa cosa chiamarlo “asino”…(sempre a proposito di pantaloni).

Per farmi ancora più bello, e come si dice comunemente, volendomi stendere la paglia sotto, (e quale circostanza più propizia per ricordare il nostro comune alimento, la paglia, appunto?) ricorsi a un episodio. Si raccontava, (ma pensate un po’ dove va a cacciarsi la fantasia!) che una notte, sentendo un rumore simile al ruminare di un animale, l’uomo che dormiva, si svegliò di soprassalto. Cominciò a rovistare e frugare dappertutto per poter rendersi conto da dove potesse provenire un tale rumore sospetto e, dopo una ricerca affannosa, si accorse che, appunto, era…il cavallo dei pantaloni che mangiava la paglia della sedia…che era accanto al letto!

Si riaddormentò tranquillo. Mi accorsi che il cavallo non aveva gradito tanto il racconto dell’episodio, anche se si poteva chiaramente dedurre che aveva tutto il sapore di una barzelletta. Fu probabilmente per questo che, forse sentitosi ferito nell’orgoglio, si rifece subito, ostentando altri titoli atti a mettere in risalto la sua superiorità sugli altri animali: non aveva tutti i torti nell’esibirli, bisogna riconoscerlo, specialmente ora che era stato punto sul vivo. Colse al volo il momento favorevole per allungare l’elenco dei motivi che, a suo dire, giustificavano questa sua superiorità. Magari l’avessi potuto fare anch’io! Alle medesime condizioni, non sarei stato da meno, pensavo.

– Vuoi mettere? disse il cavallo, rivolto all’asino: quando ci sono le parate, chi è che rende lo spettacolo più solenne, non sono forse i cavalli? te la immagini una parata di somari come te? Guarda i carabinieri a cavallo, per esempio, nella cerimonia per l’insediamento del Capo dello Stato. Uno spettacolo, dai! neppure lontanamente paragonabile, pur con lo sforzo di una pur fervida fantasia, a quello che rappresenterebbero gli asini. Sono argomenti, caro asino, dinanzi ai quali non c’è obiezione da poter opporre: del resto, davanti all’evidenza, qualsiasi argomento è costretto a cessare: contro il fatto (lo dicevano gli antichi) non vale nessun argomento in contrario.

– E’ tutto vero, disse l’asino, non c’è che dire, ma devi riconoscere che anch’io ho avuto un momento di celebrità ed è stato quando Gesù, la domenica delle palme, è entrato in Gerusalemme: lo ha fatto, se ti ricordi, in groppa a un asino, mica di un cavallo: un onore unico, non ti pare?

– Povero illuso! ribattè subito il cavallo, non sai che ci sono di quelli che interpretano la scelta come intenzionale da parte di Gesù: sarebbe, di fatto, in rapporto alla tua pochezza, fino a giungere a dire che voleva dimostrare la scelta di un mezzo di cui si servivano i poveri: insomma, in definitiva, una scelta di classe, proletaria per giunta, e non certamente nobile. Al di là delle interpretazioni prevalentemente riduttive fatte dalle persone nei tuoi riguardi, ti debbo riconoscere questo indiscutibile titolo di onore.

– A proposito di Bibbia e della sua considerazione nei miei riguardi, disse l’asino, sapendoti particolarmente geloso, volutamente ho sorvolato sulla mia presenza, così come viene riprodotta nei presepi: ti avrei servito, come si suol dire, su un piatto d’argento, un argomento a mio discredito, sapendo benissimo che quella presenza è legata a una tradizione umana, simpatica quanto vuoi, ma senza nessun fondamento biblico. Immagina un po’ se sarei stato onorato di assolvere a una tale funzione e, siamo concreti, per due motivi. Uno, diciamo così, di carattere umanitario, e mi spiego. Rapportando il costo del riscaldamento a quello nostro, di oggi, avrei sicuramente contribuito notevolmente ad alleggerire il costo…della bolletta dell’ente energetico erogatore di Betlemme e poi, l’altro, indiscutibilmente molto più nobile, quello di poter riscaldare le tenerissime membra del Figlio di Dio diventato uomo. Ammetterai che non è una cosa che capita tutti i giorni.

Al solo pensarci, ti confesso, nel caso avessi dovuto ottemperare a un tale, nobilissimo compito, avrei dilatato a più non posso e oltre ogni misura i miei polmoni: li avrei fatti diventare un…soffione boracifero, una centrale termica ad alto potenziale: il Bambinello non avrebbe minimamente risentito del disagio della stagione invernale venendo su questa terra e imbattendosi in una situazione di freddo, non solo fisico… Ma a quell’altro freddo non c’erano polmoni…d’asino con il…rinforzo di quelli del bue che potessero rimediare! Se vuoi invece renderti conto di come la Bibbia attribuisca all’asino una certa importanza, vatti a leggere l’episodio dell’asina di Balaam, nel libro dell’Antico Testamento denominato Numeri (capitolo 22): per farla breve, ti riporto quanto S. Pietro, nella sua seconda lettera, scrive testualmente (capitolo 2º, versetto 16): un muto giumento (l’asina), parlando con voce umana, impedì la demenza del profeta: non so se mi spiego!

– Nell’elenco dei titoli che hanno arricchito il già nutrito elenco della mia carriera, proseguì il cavallo, non tutti forse ricordano che c’è presente, chi lo avrebbe mai detto? anche quello di segugio, di investigatore, addirittura di solutore di casi difficili, come mi dai modo di ricordare. A conferma, vi rammento, infatti, il caso di un delitto di cui non si è mai scoperto l’autore, quello del padre di Giovanni Pascoli: il poeta ci ritorna su con una certa frequenza. Ebbene l’unico indizio sul presunto assassino lo dette alla madre la Cavallina storna quando la donna disse il nome del sospettato: disse un nome, s’alzò alto un nitrito…

Un capitolo a parte è sì proprio quello che riguarda il mio rapporto con le donne.

– Non parlo delle mie avventure amorose: sono fatti miei personali, che rientrano nella sfera della mia vita privata, di cui sono molto geloso: non intendo, perciò, metterli in piazza, anche perché non mi credereste, come avviene per tanti millantatori che, per farsi belli, ne inventano e ne raccontano di tutti colori…Avventure, conquiste: tutto frutto di fantasia. Si credono dei Casanova, ma, forse, per il fatto che occupano un’abitazione…costruita di recente!… Mi riferisco a un aggettivo che mi appartiene e di cui penso di poter andare legittimamente fiero: cavalleresco: prendo dal Vocabolario il suo significato: “Che rivela (negli atti e nel comportamento) generosità cortesia, gentilezza”: ohé! e qui siamo proprio… allo sbando! Ci sarebbero tutti i motivi per montarsi la testa, ma io, realisticamente, preferisco stare…con gli zoccoli per terra!

Da questo deriva anche il titolo di Cavaliere di cui si viene insigniti per particolari meriti in qualche campo. Man mano che si va avanti, mi accorgo, caro amico asino, che certe cose, pur dispiacendomi perché ti metto sempre di più in imbarazzo, non posso non ricordartele; anche qui, per esempio, proprio in rapporto al termine che mi chiama in causa direttamente, dì: hai sentito mai qualcuno che sia stato insignito dal titolo, come dire? di…”somariere”? o “asiniere”? Abbi pazienza! Eppure, in quanto a finali, ma solo nelle finali, per quanto riguarda i termini, si rassomigliano!

Ma, titoli per titoli, ora voglio passare a due che, senza la minima ombra di retorica, possono essere definiti veramente di portata storica: vengono riportati, infatti, proprio sui libri di storia. – Lo sai (ed è il primo titolo) che un Imperatore romano (lo ricordo bene; del resto, come potrei dimenticare un personaggio che mi ha trattato così onorevolmente? si chiamava Caligola!) mi ha nominato senatore? – Eh? insomma, non proprio una bazzecola… – Eh! la peppa! (scusami l’espressione, ma è quella che mi è venuta immediatamente, così, a portata…di zoccolo!). – Proprio così, caro amico: certo, dopo questa informazione, potrai dedurre che il concetto che aveva del senato quell’imperatore, non era poi così elevato: lo salvava il fatto che, tra gli animali, almeno ebbe il pudore di scegliere me, il migliore, (modestia a parte!). Fu un’esperienza interessantissima. Non ti dico quello che succedeva durante i dibattiti in aula! Te ne racconto qualcuno, così di passaggio: quanti ce ne sarebbero da riportare! Ero presente quando avvenivano, quindi sono credibilissimi. – Non è raro il caso (è il primo episodio) che i parlamentari si scambino epiteti, certamente non degni della solennità e della “sacralità” del luogo che, invece, dovrebbero onorare, ma, lasciamo perdere questi discorsi che ci porterebbero molto lontano o…molto vicino… Un collega apostrofò il suo avversario politico con un “imbecille!” (termine nobilizzato da chi scrive, per rispetto di chi legge). Lì per lì, ci fu il richiamo di chi presiedeva l’assemblea con un: è proibito, in aula, chiamare il proprio collega per nome!… Con questa battuta, l’incidente poteva ritenersi concluso: macché! Ci fu il seguito di un’azione legale, a conferma che il titolo era molto più ingiurioso ed offensivo di quello che si sarebbe dovuto riportare. Per farla breve. L’esito del processo vide l’imputato condannato per due reati: il primo, il più lieve, per offesa personale: il secondo, con una penale più pesante, per aver svelato…un segreto di stato!

Un altro episodio lo riporto perché tu, e chi lo legge, possiate riflettere su come giudicarlo: se degno di una risata o di un moto di compassione e di pateticità: in ogni caso, constatare fin dove può arrivare il fanatismo, nel nostro caso, ideologico-politico. Nell’ordine del giorno di una seduta, sempre al senato, era previsto l’intervento di un relatore ad illustrazione di un disegno di legge: non ricordo, in questo momento, che cosa riguardasse. Il presidente dell’assemblea comunicò che il senatore incaricato non poteva essere presente a causa di una indisposizione che lo aveva colpito, conseguenza di una caduta che aveva interessato l’ osso sacro. Un senatore, noto anarchico e che a motivo del suo carattere ribelle e sanguigno, non si era iscritto a nessun gruppo, aderendo per questo a quello “misto”, sentendo quel “sacro”, si alzò furibondo, denunciando un’…ingerenza vaticana, intollerabile in uno stato che deve essere rigorosamente laico: l’intervento conobbe finalmente l’“unanimità”, espressa da una risata facilmente decifrabile.

Il caso, comunque, pensa un po’, non era stato un’eccezione. In altri contesti e, anche se con un significato differente, mi era stato riferito come certi termini pare si evitassero intenzionalmente, proprio per questo motivo: perché il solito anticlericale animoso e aggressivo, non mancava di denunciare con astiosità quella benedetta (ho detto “benedetta”: scusate!) ingerenza vaticana. Avvenne nell’atto della messa in orbita di qualche satellite: quel messa sapeva troppo di clericalismo e di sacrestia: tutte le volte che ricorreva questo termine, quindi messa in onda, messa agli atti, messa in fuga, messa in scena ecc., per fare qualche esempio, era meglio evitarlo per non suscitare le puntuali polemiche e la solita, prevedibile perdita di tempo. Va da sé che mai si sia sentito, sulla bocca e nei discorsi di queste persone, l’aggettivo sacrosanto: se il solo sacro è ingerenza vaticana, pensate un po’, con l’aggiunta del santo quello che sarebbe potuto succedere: per lo meno la restaurazione dello Stato pontificio!…

Mi assale un dubbio che poi è una curiosità. Scusami, sai, ma anche se noi, animali, non abbiamo questi problemi, sarei proprio curioso di sapere come definivano quella operazione delle parrucchiere sui capelli delle loro signore: se la chiameranno messa in piega, non c’è il pericolo di un’ingerenza…capillare del Vaticano? Quanto sarei curioso di conoscere il termine che usano in privato e per questa circostanza!

L’altro episodio, non di carattere parlamentare, è già stato introdotto da quel richiamo che ho fatto precedentemente alle donne. – Abbiamo accennato, appunto, alle donne, a cavalleria e qui c’è un capitolo che mi riguarda, eccome! mi tocca proprio da vicino e che mi vede, anche se a mia insaputa, protagonista (un “eroe per caso”); non che gli altri non mi riguardassero, ma in questo caso l’importanza (come quelli del senato) e l’eco che ha avuto è stata veramente di portata storica.

– Lo sai che sono stato coinvolto in una guerra che aveva avuto inizio per la contesa di una donna? So che non sei troppo ferrato in storia, ma avrai sentito parlare della guerra di Troia. Lo sai perché è scoppiata? Perché, come dicevo, all’inizio della contesa c’era un’autentica rappresentante di quella città, famosissima per la sua bellezza (la città, ma non meno la donna!) e due uomini che si contendevano quest’ultima, la donna, un po’ meno la prima… La guerra non finiva e ci fu chi pensò a uno stratagemma per porvi termine: costruire un grande cavallo (ci siamo!) e riempire la pancia di soldati abbandonandolo sulla spiaggia. La notte, al buio, allettati dalla sorpresa, gli assediati lo avrebbero portato ingenuamente nella loro città e mentre tutti dormivano, i soldati nemici, introdotti subdolamente, sarebbero balzati fuori dalla pancia del cavallo, sorprendendo gli ignari cittadini. I soldati liberati avrebbero aperto le porte all’esercito che era in agguato e che non attendeva altro: la vittoria sarebbe stata assicurata. Così fecero e così fu: mai piano di guerra studiato, c’è da dire, furbescamente a tavolino (certamente da strateghi navigati), fu coronato da un simile, travolgente successo.

A questo punto il discorso non poteva non vertere sul nome della Città di Troia e su alcune osservazioni che ne scaturivano logicamente, anche a livello religioso, creando qualche imbarazzo e spianando facilmente la via al pericolo di qualche volgarità che potrebbe recare fastidio ad orecchie più sensibili a simili argomenti, oppure offuscare la delicatezza e la sacralità dell’Istituzione, di cui, come Diocesi, merita rispetto…e nessuna insinuazione che ne possa ridurre la portata, a tematiche artatamente finalizzate, ad eliminarle. Non è questa la finalità di questo genere di trattazione e, tanto meno, il posto in cui trattarla, anche se il discorso, pur sempre nell’ambito di una irrinunciabile correttezza, non potrebbe non registrare battute riportate e note e, quindi, ripetitive e becere. L’autore, a scanso di qualsiasi rischio, sorvola responsabilmente e intenzionalmente, evitando battute che potrebbero causare, tutt’al più, qualche risatina, con insinuazioni ideologicamente distorte, contrabbandate come l’ennesima accusa contro una Istituzione, che da tanti secoli soffre combatte e prega e la sua visione e considerazione hanno bisogno di un ambiente, e di una caratura…decisamente meno superficiali ed ironici… L’autore lo fa, perciò, inserendole nella cornice del paolino: omnia munda mundis: tutto è puro per i puri, sperando nello stesso esito di quello di P. Cristoforo, davanti alle difficoltà di fra Fazio, “dimenticando che questo non intendeva il latino. Ma una tale dimenticanza fu appunto quella che fece l’effetto”. (I promessi sposi, cap.VIII). Chi scrive, comunque ed inoltre, è lieto di avvalersi di quanto è riportato in una nota critica, a commento dell’episodio, come, cioè, rispondendo a Tommaseo giovane, che faceva notare la sconvenienza della situazione, il Manzoni rispose in modo esplicito: “egli è fatto pensatamente”.

Mi è già capitata l’occasione di accennare alla cittadinanza di Elena (Troia). Lo so che parlare in questo modo (e non se ne può fare a meno) può creare un certo imbarazzo per l’ambiguità che è legata a questo nome, con l’aggravante che il nome di una città così illustre nella storia, è stato attribuito a un animale, equivocando se non proprio su una certa professione, sicuramente rapportandolo a un tipo di comportamento che espone la “titolare” (qualsiasi essa sia) a giudizi tutt’altro che lusinghieri.

Lo avrai capito: c’è di mezzo una professione piuttosto (!) diffusa e che si fregia del titolo “onorifico” di essere la più antica del mondo

Ma, che ci volete fare? È la sorte di chi è nato in certi luoghi, città o paesi, da cui derivano gli aggettivi, segno della loro appartenenza. Se ne potrebbero portare parecchi di esempi in questo senso: per non tirarla troppo alla lunga, basta semplicemente richiamarne qualcuno: gli abitanti di Tricase, per esempio, si chiamano tricasini, quelli di Trepuzzi trepuzzini, con la variante romana (ascoltata in una circostanza!) di trepuzzoni; andando ad Assisi, ho visto un’indicazione per Bastardo: penso all’aggettivo che dovrebbe qualificare i suoi abitanti: pensate non debba essere bastardini? Insomma, l’aggettivo che più vi corrisponderebbe dovrebbe essere questo, anche se i suoi abitanti avranno escogitato qualche marchingegno per evitarlo: francamente, qualsiasi sforzo in questo senso merita l’approvazione e va incoraggiato: mai causa dovrebbe essere degna di tanta considerazione, come in questo caso… L’asino stava a guardare e pareva interessato al discorso, tanto è vero che intervenne opportunamente, proprio mentre io facevo queste disquisizioni di carattere, come dire, urbanistico-demografico, storico – comportamentale. Il suo intervento denunciò una carenza di conoscenze geografiche che si assommò a quelle, più corpose e più numerose, di carattere storico.

– Sono capito, disse l’asino. Il cavallo sussultò, letteralmente, davanti a uno sfondone di questo genere: possibile? aggiunse: passi per la storia e per la geografia, ma l’ Italiano, no! – Eppure, aggiunse l’asino, sono appena parlato… – Basta! soggiunse il cavallo, spero almeno che alla fine del nostro incontro un po’ di Italiano lo avrai imparato: posso contarci?

– Adesso mi preme continuare la nostra conversazione: debbo ricambiare la tua cortesia: hai scelto me e non un altro per fare una passeggiata: voglio ricambiare la tua stima e toccare altri argomenti lasciati in sospeso. C’era un’aggiunta da fare a motivo di quella cittadinanza legata a quel nome e proprio in rapporto alla dignità delle donne che ne venivano coinvolte. Vuoi mettere, caro mio compagno di passeggiata: in questo tempo di femminismo ormai così affermato, quali conseguenze ne seguirebbero! intendo riferirmi a chi osasse proferire qualche parola fuori posto, o presuntamene tale…

– Ah! Il femminismo, ne avrai sentito parlare, non mi dire di no. – E come potrei negarlo, anche se tante volte, detto con estrema sincerità, non riesco proprio a capire certe rivendicazioni: saranno pur legittime richieste, ma il modo di rivendicarle mi sembra a dir poco stravagante. – Anche qui, caro compagno (non collega!), disse il cavallo, rivolto all’asino, non potevano mancare delle esagerazioni, e mi spiego subito: mi accorgo sempre di più, infatti, che il tuo comprendonio è un po’ ritardato, sia in rapporto al tempo sia alla capacità dell’apprendere. Questa duplice difficoltà emerge soprattutto nel momento in cui dovresti saper leggere quanto ti si espone: ricorrerò perciò a degli esempi e ti potrai rendere conto come anche il problema più serio può essere indirizzato sui binari perfino del ridicolo.

– Ci sono, dunque, come in tutti i movimenti peraltro, due posizioni (se va bene!): nel nostro caso, antifemministi sfegatati e femministi fanatici. Per quanto riguarda la prima, ho conosciuto uno, antifemminista incallito, che trasformava in maschile tutto quello che era costretto a pronunziare al femminile: pensa un po’ dove arrivava: per non pronunciare il nome di Galilei, per via di quel finale al femminile, lo cambiava in maschile: insomma, per lui era Galileo…Galilui!… Non meno originale era la posizione dell’altro dell’altra fazione. Arrivava ad avere tanta ammirazione e venerazione per la donna che, dovendole offrire il thé, non diceva: gradisce un thè? Ma, ritenendolo troppo confidenziale e irrispettoso, lo sostituiva con un molto più elegante e sicuramente molto più in consonanza delle conquiste femministe, terminologicamente almeno: gradisce un “lei”?

Comunque, noi ci meravigliamo delle conquiste delle donne, ma non pensiamo alle vicende, lunghe e dolorose, che le hanno accompagnate: sapessi quanto è stato lungo il processo evolutivo prima di giungere all’attuale traguardo di una emancipazione, da qualcuno, come sempre, giudicata eccessiva! A proposito, senza volerlo ho pronunciato un termine, “processo”: non so se hai notato il diverso significato, nonostante sia lo stesso, identico termine. Lo so benissimo: è la sorte di tante parole che, stando a come si scrivono o si pronunziano, per persone poco preparate, come te, possono acquistare un significato del tutto differente e che sicuramente non hanno. Colpa sicuramente del tuo vocabolario, molto povero di termini ma, quel che è peggio, constatare come non ti dai minimamente da fare per arricchirlo, con letture ed esperienze del genere che ti potessero aiutare a migliorare l’uso della lingua.

– Bah! Che ti debbo dire? disse l’asino: tutte le volte che sento quel “pro” la mia mente corre a qualche iniziativa di beneficenza: si raccolgono offerte proterremotati, proalluvionati, promissioni, anche se, nel caso nostro, mi lasciava perplesso quello che veniva dopo quel pro: una colletta per…i cessi non la sapevo pensare: raccogliere fondi per costruirli come, dove, con quali elementi?… Eppure ricordavo, dalle mie pur sbiadite nozioni storiche sopravvissute, che c’era stato, anche qui, un imperatore romano (è il secondo che ricordiamo e non certo per imprese nobili…), Vespasiano precisamente, il quale, anche se è una congettura, ma è verosimile, trovandosi in una impellente necessità corporale (capita anche agli imperatori!) e avendola soddisfatta forse in un modo non del tutto…imperiale e facile, sentì la necessità di dedicare un “monumento”, non solo a ricordo dell’evento presumibilmente vissuto, ma anche a beneficio di quanti ne avrebbero potuto in futuro usufruire.

Non solo, vi istituì anche una tassa per quella visita…privata. Il nome dell’imperatore fu talmente sponsorizzato dalla sua istituzione (Vespasiano !…), che le fu attribuito e tale è passato alla storia. Il figlio Tito non approvando l’operato del padre che, davanti alle rimostranze del figlio, si fece dare una moneta, la accostò alle sue “auguste” narici, (tutto era augusto per gli imperatori romani!) pronunciando la celebre frase: pecunia non olet: il denaro non ha odore! Come dire: i soldi da qualsiasi parte vengano, non solo non hanno odore, ma sono perfino profumati, nonostante, in questo caso, considerando l’origine, proprio tali non si potevano dire! Mai profezia si è rivelata tanto veritiera! – Erano difficoltà legittime, le tue, riprese il cavallo, ma, come avrai intuito, il contesto è del tutto differente: consultando il vocabolario, leggo che, nel primo caso, ha a che fare con la giustizia e con i tribunali, nel secondo caso si intende riferirsi al periodo di tempo che ha accompagnato lo svolgersi e l’affermarsi di un’idea, prima di raggiungere la meta prefissata. Nulla a che fare, quindi, con quell’ ambiente domestico, se pur nobilitato dallo zelo di un intraprendente imperatore!

– Grazie della dilucidazione, mister cavallo! Ma, se continuiamo così, nelle conversazioni in cui sarò coinvolto, non farò sicuramente la figura del somaro e tu saresti capace di farmela anche pesare…

– Purché stia attento all’Italiano: su questo ci sentiremo alla fine, verificando, se ci sarà stato, il tuo progresso. E’ fondamentale, infatti, essere convinti che, non solo occorre sapere le cose, ma, direi soprattutto, saperle esporre! Non è finita, perché ci sono altri termini, simili a quello precedente, che finiscono…in cesso! Prendi decesso: dimmi che significa? – L’asino: ricordo che nei lontanissimi anni in cui frequentavo la scuola (che fatica! smisi quasi subito), un mio professore di latino (è un mio vago, e forse confuso ricordo) ci disse che i latini, quando trattavano un argomento, premettevano la particella de: chi non ricorda il de bello gallico? Era la trattazione della guerra della Gallia. Applicando la stessa regola, il decesso dovrebbe avere come argomento la trattazione circa il già ricordato ambiente domestico. – Il cavallo: caro mio, mai applicazione fu più errata di questa perché il significato di decesso ha come sbocco la morte (significa proprio questo), con un “sito”, quindi, del tutto differente. Non c’è bisogno, credo, che mi dilunghi in particolari. Stavo per dire (scusami!): anche un asino lo capirebbe. A parità di modalità, allora, secondo te, il decollo di un aereo dovrebbe vertere sulla trattazione del collo, dimmi, di chi? dell’aereo? Ma ti rendi conto di come bisogna saper leggere e conoscere il significato dei vocaboli? Finalmente un altro vocabolo, sempre con la medesima composizione, differente solo nella particella iniziale: successo. Uno scrittore di successo, un cantante di successo (e l’elenco potrebbe continuare a lungo!) a che cosa ti porta a pensare? che lo hanno ottenuto stando su…quell’arnese? E se (questo vale mi auguro solo per alcuni) lo hanno ottenuto stando sotto (il su richiama automaticamente il giù), come la mettiamo? A che cosa si è portati a pensare?

– Il cavallo: ne dimenticavo uno, forse proprio perché entra a fa parte della nostra vita, non solo come vocabolo che conosciamo, ma anche come quello che viviamo, anche se inconsciamente. Quante volte entriamo in casa nel corso di una giornata, imbocchiamo una strada, entriamo in un ambiente? Ebbene, noi ci serviamo dell’ accesso, cioè della possibilità di poter entrare o del permesso che ci viene offerto di poter introdurci. In parole più povere, è un termine generico che significa “entrata” e non come potrebbe suonare alla lettura materiale delle lettere: risulterebbe una lettura “a senso unico” e che indirizzerebbe verso il gabinetto di decenza. Quante volte hai visto la dicitura vietato l’ accesso: non so a che cosa hai pensato: dico soltanto una cosa: staremmo freschi se tutte le volte riguardasse quel luogo! E poi, come si spiegherebbe l’aggiunta che, normalmente, si accompagna alla proibizione ai non addetti ai lavori? che? gli addetti ai lavori non ne hanno forse bisogno? Ma fammi il piacere! Ti ricordi che all’inizio della nostra conversazione, tra i tanti titoli d’onore che avevo l’orgoglio di presentarti, c’era anche la dedica di una specie di formaggio: il caciocavallo! Non ti viene in mente niente in proposito? Quando si parla di donne procaci, non pensi forse a qualche sponsorizzazione di qualche bella ragazza, abbinata alla configurazione di forme fisiche femminili esuberanti (significa questo, donna procace!) prosperose, che fanno passare in seconda posizione qualsiasi specie di formaggio: caci, al plurale? A proposito di bellezza femminile, non so se sai che, qualche tempo prima del nostro incontro, c’era stato un prete che aveva lanciato l’idea di un concorso di bellezza tra le suore. Penso volesse dimostrare come non tutte le ragazze che si fanno suore sono brutte, anzi!

Ti racconto un fatto, prima che riprenda il discorso sull’iniziativa di quel prete. Con un gruppo di amici ero andato a visitare un Santuario. Durante la visita alla chiesa, si è avvicinata (era di passaggio anche lei), una suora di una bellezza straordinaria: non dico che la visita è saltata, ma quasi. Una di quelle bellezze che, quando una donna si guarda allo specchio, può compiacersene veramente, senza il pericolo di commettere un errore. La precisazione si riferisce all’episodio, riportato nella vita di un celebre predicatore di Nôtre Dame, a Parigi, il quale, davanti a una richiesta urgente della confessione, da parte di una signora, per un atto di vanità, si confidava, fatto guardandosi allo specchio, la licenziò col dirle che, nel suo caso, con c’era stato un peccato, ma solamente un errore! All’uscita non si è potuto non commentare lo “spettacolo” paradisiaco di quel volto. Per farla breve e per dirvi quanto, tutti, siamo rimasti incantati, vi dirò che tutte le volte che ho incontrato quei “fortunati” pellegrini, ricordando quella visita, tutto veniva rievocato, eccetto il santo cui era dedicato il santuario, ma non il volto di quella creatura celestiale. La riflessione che ne seguì fu molto umana, forse anche un po’ maliziosa. Il Padreterno, si disse, non potrebbe moltiplicarli tali spettacoli e risparmiarne molti altri…non solo tra le suore? Possibile che, per cancellare qualche volto in cui ci si imbatte la mattina, sono necessarie montagne di sovrapposizioni di tanti altri e non sempre l’operazione è coronata da successo? Va bene, tutte belle osservazioni, ma sono curioso di sapere come andò a finire l’iniziativa del concorso.

L’idea è naufragata, per lo meno non ho notizia di come sia andata a finire, ma certo è che qualche problema si sarebbe presentato. Sembrerebbe un fatto secondario, e il concorso non è che non si sia fatto per questo, ma, la curiosità, si dice, è femmina e quindi si trova, ora con questo discorso, proprio a suo agio. Beh! ti dico, il dubbio è venuto anche a me e pensavo come, nel caso, se la sarebbero cavata. Qualche ipotesi: nel Giro d’Italia c’è misstappa (niente a che fare con il cavatappi), in un paese dove si producono oggetti di creta, è presto fatto: misscoccio (non solo in quel paese!) in un eventuale concorso nel Salento, nessuna difficoltà: misstacco (d’Italia). Per la suora vincitrice il più logico, anche se il meno appropriato: misscredente! Lasciando a lei il compito di dimostrare quanto poco, questo titolo, dovesse diventare programma della sua vita!

– Il cavallo: questa te l’ho riservata proprio per ultima e riguarda la filosofia, anche se ho paura di rivolgerti una domanda attinente a questa materia. La faccio, comunque, anche se, chiarisco subito, non è legata direttamente a una tesi filosofica da dimostrare, ma a una sua illustrazione mediante un ipotetico caso, curioso come sentirai, ma che riguarda proprio te, asino, anche in questo caso portato come esempio di pochezza mentale.

Anzitutto: hai sentito parlare mai di un certo Buridano? – L’asino: per risponderti mi rifarò a un noto personaggio di un celebre romanzo che, davanti al nome di un filosofo a lui sconosciuto e riportato nel medesimo romanzo, con un atto di umiltà che gli fece onore, proferì il medesimo interrogativo che rivolgo ora io a te, a proposito di questo filosofo che hai tirato in ballo: Buridano, chi era costui? – Il cavallo: te lo dico io. Devi sapere che è, sotto un certo aspetto, un tuo avo lontano, un filosofo, che è ricorso a te per dimostrare la libertà della creatura umana che, davanti alla possibilità di scegliere tra due valori di diverse entità, è portato a scegliere il migliore. Poniamo il caso, diceva lui, che un asino (proprio, tu) si trovi tra due mucchi di fieno (due prati) confezionati alla stessa maniera, impossibilitato a scegliere perché tutti e due uguali, morirebbe di fame. Tu che ne dici? – L’asino: non so se l’avrei fatto. Ora, a mente fredda, mi viene un’idea. I due mucchi l’avrei fatti a sandwich lasciando a questo signor Buridano di discernere, ad effetto compiuto, quale dei due potrebbe avere avuto la precedenza. Lo spunto, permettimi questo rigurgito culturale che ti sorprenderà, lo prendo, di peso, da chi ha criticato questa teoria, un altro filosofo vissuto molti anni dopo Buridano e che ha scritto testualmente “le viscere degli animali non sono simili”. (Vuoi proprio sapere il suo nome? E’ il tedesco Leibniz). Allora, usando una terminologia propria di questa materia, dirò: a priori (all’entrata), si può discutere, anche se non è stato il mio caso, a posteriori (all’uscita) lasciamo al cervello di quel filosofo il compito di lambiccarselo sulle eventuali precedenze. A me importa solo che ho mangiato comunque e non sono morto di fame, alla faccia di Buridano! E di tutti voialtri, aggiungo, che mi considerate uno zuccone, tralasciando l’alternativa, che potrei essere io a riferirmi a voi: non, quindi: zuccone come un somaro, ma: il somaro, zuccone come voi! Sono convintissimo, e non solo per ragioni di casta, che, in più casi, non ci sarebbe proprio niente da ridire! (La necessità di non interrompere la narrazione, mi costringe a sorvolare, sul significato che l’asino dette a quel termine “casta”: facilmente intuibile. L’unica cosa su cui non si può assolutamente avere alcun dubbio è quella circa il suo significato completamente differente da quello che, in questo contesto, corrisponde a quel vocabolo). Il cavallo dovette ammettere che, in fatto di storia, di geografia e, soprattutto di Italiano l’asino mostrava delle gravi lacune, ma in filosofia se la cavava piuttosto bene. Se lo avesse saputo Buridano non lo avrebbe privilegiato nella scelta.

– E’ tutto vero, sai? quello che è emerso e abbiamo trattato nella nostra conversazione, continuò l’asino, ringalluzzito dall’esito della risposta sulla questione di Buridano che non poteva non incontrare l’approvazione e, perfino, l’ammirazione e la sorpresa del suo interlocutore. Però, a questo punto, vedi come ti ho ascoltato volentieri e alla fine qualche cosa di buono ne uscirà fuori, soprattutto, mi auguro per quanto riguarda la lingua italiana: ne avrai la prova…ascoltata. Tu, vedo, sai tutto, però voglio metterti alla prova e vedere se la tua risposta combacia con quella di un esperto, cui mi sono rivolto a suo tempo. Vediamo un po’: che cosa sono le “tende accompagnate”? la domanda nasce dal fatto che, soprattutto in estate, vedo dei negozi in cui si vendono tende, tutte rigorosamente “da sole”. E io, quel che è peggio, a compiangere la loro solitudine e pensando alle altre, magari mollemente distese su arenili infuocati, appunto, in compagnia con le altre (tende!) a prendere la tintarella… – Accetto la domanda e ti rispondo subito, anche se è così semplice fino a sfiorare la banalità: non era dignitoso farla proprio a me, ma siamo alla fine della conversazione e non vorrei ci lasciassimo in maniera non consona alla cordialità del nostro incontro.

Ci tengo, comunque, a sottolineare quanto esponevo precedentemente sulla povertà del tuo vocabolario che, in questo caso, si manifesta in maniera ancora più vistosa. Ricordati che quel “sole” è sostantivo e si riferisce all’astro che dà luce, vita, calore al nostro pianeta. Le tende, quindi, sono quei drappi che ci riparano dal calore del sole, particolarmente forte durante la stagione estiva. Mai termine più appropriato si deve usare, come in questo caso, come quello che sto per usare: hai preso un abbaglio, confondendo il sostantivo con l’aggettivo.

Ti debbo confessare, continuò il cavallo, comunque, che queste mie lacune a livello di storia o di vocaboli, mi è doloroso dirlo, si erano aggravate durante la mia esperienza parlamentare, ma ho cercato di superarle, fino al punto, come vedi, che posso dare lezione pure a te

A scanso di equivoci, ti dirò, che in quell’aula (il senato, ti ricordi?) c’erano fior di intelligenze che sapevano parlare con grande competenza e con un linguaggio appropriato ed elegante, ma, insieme, non difettavano affatto le mezze figure, dalla cultura limitatissima e…in conflitto permanente con la grammatica e la sintassi. Si promuovevano verbi da intransitivi a transitivi…senza raccomandazioni, pronomi relativi che di relazioni ne avevano un po’ pochine e quelle che avevano erano pericolose; periodi che mi facevano ritornare alla memoria la poesia di Giovanni Pascoli “La quercia caduta” dove si descrive “il canto di una capinera che cerca un nido (nella fattispecie, un soggetto…) che non troverà”.

Ti citerò, e anche qui per brevità, due esempi, a riprova di queste mie affermazioni, frutto di un’esperienza diretta, su cui, come vedi, ritorno volentieri, che non rinnego e di cui continuo ad essere grato a quell’imperatore per quella pur criticatissima nomina. Si teneva la discussione sulla malattia che aveva investito il pollame, l’aviaria: a parte chi confuse l’infezione che aveva investito il pollame con la crisi dell’Alitalia (non era in fondo una traduzione della “via aerea”? avrà ragionato), ci fu chi cominciò a sdottorare sul “polline”, ritenendolo un termine equivalente a “pollame”. C’è da pensare che qualcuno dei presenti che ne soffriva l’allergia, suggestionato, cominciasse a starnutire e che, chiarito l’equivoco, smise subito… L’altro caso da citare riguarda un fatto molto più serio. Si faceva la discussione sulla riforma costituzionale, con delle variazioni, che secondo alcuni, mettevano a repentaglio l’unità d’Italia: il riferimento era d’obbligo ed infatti emerse puntualmente. Il nome di Garibaldi non poteva mancare: non mancò. Tra l’altro, si rievocò l’incontro del re con Garibaldi a Teano. Di fianco a me, un mio compagno di partito, sottovoce ma con una certa preoccupazione, mi manifestò le sue perplessità sul significato e, in definitiva, sulla importanza attribuita all’evento: incontrarsi per un thè, e, per dirla tutta, con una marca che tutto faceva nascere fuorché la voglia di berlo, immagina poi, di sorseggiarlo!…Insomma, non ti pare che quelle tre lettere attaccate a “Te” fanno vomitare al solo pensiero di dover bere quella pozione, pur gradevole e salutare? Mah! aggiunse, ne valeva proprio la pena? Perché attribuire tanta importanza a un incontro che, ai nostri tempi, sicuramente sarebbe avvenuto in pizzeria: non ci sarebbe stato almeno quell’imbarazzo che procura il solo nominare quella bevanda riportata da tutti i libri di storia… Si rincuorò quando gli spiegai che Teano era una cittadina della Campania, in provincia di Caserta: il “thè” e la presunta “marca”, con la fantomatica multinazionale sponsorizzatrice, non c’entravano un bel niente. Mi congratulai con lui, comunque, per la battuta che aggiunse, stando alle sue cognizioni precedenti: quanto siamo caduti in basso! abbiamo toccato proprio il fondo! mi disse e mai commento sarebbe stato più appropriato se le cose fossero andate proprio così…

Era il momento (è un’altra storia, lo avrai già capito) in cui era esplosa quella che poi è passata, dalla cronaca alla storia, sotto il termine “tangentopoli”: una brutta storia di corruzione in cui era stato coinvolto un amministratore di una casa di riposo di Milano: un certo Mario Chiesa. Se ne parlò in una seduta al senato. Un compagno di partito di questo personaggio, forse volendo fare sfoggio della sua cultura e con un riferimento al periodo risorgimentale, alzandosi, urlò davanti a tutti: libera Chiesa in libero stato! I compagni del suo gruppo, allibiti, pensarono subito a un cambio di “casacca”: una adesione a un gruppo politico “clericale”, ovviamente, a servizio del Vaticano!… Fu chiarito l’equivoco e la paura si dileguò quando fu spiegato il significato dell’ intervento. Quel “libera”, unito a Chiesa, spiegò l’interessato, non era un aggettivo, ma un imperativo ed era rivolto a chiedere la liberazione di Chiesa Mario: era una mera coincidenza che quel cognome fosse simile a quello che si intendeva e si intende comunemente… I “bollenti spiriti” dei suoi colleghi, si placarono. Ma sentir solamente il termine Chiesa sulla bocca di un “laico”, qualche paura, onestamente, era ragionevole che affiorasse!

– Ormai ti debbo lasciare: sicuramente ci sarà qualcuno che mi sta aspettando- Dalla tua risposta finale giudicherò il tuo progresso nella lingua italiana: che mi dici? A proposito di lingua italiana, prima di passare alla tua votazione sulla valutazione delle mie conoscenze grammaticali e sintattiche, voglio proporti un interrogativo a te, cavallo, che riguarda il personaggio che viene considerato il padre della lingua italiana: Dante Alighieri. La mia domanda ti sorprenderà perché, modestia a parte, finora mi pare, non è stata posta da nessuno: mi pare anche che sia originale e intelligente ed, esposta da un somaro, poi! non so se mi spiego…Lo so che penserai che non è farina del mio sacco, ma, la faccio comunque, e, ti debbo confessare, con l’aggiunta di una punta di vendetta, per quanto hai insinuato, più o meno velatamente nei miei riguardi, anche durante questa, peraltro piacevole, conversazione. Veniamo al dunque. Dante, il nome del poeta, è participio presente: significa “colui che dà”, adesso, oggi: mi sbaglio? – Niente affatto, caro asino! – Il nome di Dante, dunque, corrisponde a colui che “dà”; l’ Alighieri non “dà”, ma “ha dato”, quindi…non “Dante”, ma, semmai, “Dato”!… Ma c’è un dato ancora più grave da sottolineare: mentre si dice “che dà”, si aggiunge Alighieri. Non dovrebbe essere Alighioggi? Insomma, la dicitura più precisa dovrebbe essere: “Dato” Alighieri, “Dante” Alighioggi Non ti pare che ci sia una incongruenza nella citazione stessa dell’autore della Divina Commedia? Con tutta la tua bravura (molta della quale, detto tra noi, presunta!) me lo sai risolvere tu questo rebus? Ti sembra, la mia, una domanda proprio da somaro? – Da somaro? tutt’altro! ebbe a riconoscere il cavallo. – Complimenti, caro amico! Non ci avevo mai pensato. Ritiro, anzi, quanto stavo per dirti e che si è fermato, per fortuna, sulla punta della lingua: datti all’ippica! l’equivalente di un invito bonario a cambiar mestiere, davanti a una dimostrata incapacità di esercitare il proprio. Me ne guardo bene a dirtelo adesso, dopo aver ascoltato questa tua dissertazione che non è di mera estetica linguistica. Poi, c’è un altro motivo che mi fa desistere dal pronunciarlo e che riguarda la mia casta. – Dagli con questa casta, pensò subito il somaro…Era la seconda volta che lo diceva! S’aspettava una chiarificazione: che venne. – Penso che, nonostante il tuo pur sintetico saggio critico, tu non sappia che cosa significhi né casta, né ippica: ippica è ciò che riguarda il cavallo (deriva dal greco yppos-cavallo) e casta significa un gruppo chiuso, privilegiato, che esclude dall’ingresso altri di non uguale selezionata dignità…

Capirai, perciò, che, se io avessi pronunciato quel detto nei tuoi riguardi, non avrebbe significato altro che far scadere la mia dignità di cavallo, quasi a quella cui saresti stato capace di dedicarti anche tu, declassando la mia indiscussa superiorità: e dopo tutto quello che ho detto nei miei riguardi e che tu hai riconosciuto ed ammesso, beh! credo proprio che non meritasse una simile conclusione… Un dubbio mi assale, nel momento in cui dobbiamo verificare il tuo progresso nella lingua italiana: la tua conoscenza della grammatica e della sintassi, dopo la tua precisa, addirittura puntigliosa, chiosa precedente, avrà un corrispondente nel modo di esprimersi o dovrò dire, con un detto che ti riguarda appieno: qui casca l’asino? – Assolutamente no! rispose con un pizzico di sdegno l’asino. – Tuttavia, prima di questa tua presunta “cascata”, che non ci sarà, stai più che tranquillo, continuò l’asino, alla faccia tua (non chiese neppure scusa!) e di tutti i luoghi comuni che mi hanno appiccicato addosso!

Un ultimo quesito o, se vuoi, dilucidazione e poi, ti assicuro veramente, cesserò (che verbo appropriato, rifacendomi al linguaggio precedente!) dall’annoiarti. Dimmi un po’, spesso sento dire, generalmente iniziando un discorso o una frase: “dato e non concesso” che cosa vuol dire e a che cosa si riferisce? – Io, prendendola alla lettera, la capisco in questo modo. In base a quello che viene dopo quel “dato” lo rapporto a un appartamento, anche se il dubbio mi assale immediatamente: sul perché quell’esclusione del “cesso”: sembrerebbe, addirittura, una premessa perentoria. – Ma, no! te lo debbo ripetere fino alla fine. Si vede proprio che le scuole elementari non le hai fatte bene: sono i primi rudimenti e si apprendono in quegli anni, te lo ripeto ancora. Quel “concesso” è un participio passato del verbo concedere e, ancora una volta, non ha niente a che vede con quel luogo “riservato”. La frase, hai ragione, la si sente ripetere con una certa frequenza e si riferisce a qualche cosa che è certa e che, di conseguenza, non ha bisogno di argomenti per convincere la persona con cui si parla. Chiaro?

Concludiamo: ne abbiamo abbastanza tutti e due. Allora, dimmi una frase, con l’accortezza che sia italianamente corretta. Che sia sintetica, mi raccomando, sull’esempio di quella che inviò Cesare a Roma ad informazione di una guerra vinta rapidissimamente. L‘asino ringraziò il cavallo perché attraverso un contatto telepatico aveva intuito almeno la forma della risposta. – E’ proprio così: una frase sintetica, quella che ho pensato, quasi come quella del “mitico” condottiero romano: eccola: ho venuto, sono visto, sono vinto!…ho partito! Che voto mi dai? chiese ansiosamente l’asino.

– Pensa a un numero, disse il cavallo, da temperatura invernale in una zona a clima continentale. Lo hai pensato? La temperatura era molto bassa: tremava dal freddo. – Sì, disse.

– Ricordando la mia ava, la “cavallina storna”, reagì e, come lei, disse un numero, s’alzò alto (il mio) nitrito…

ANTONIO RESTA

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