IL LEONE, Re per sempre (forever)

“IL LEONE, Re per sempre (forever)” favola di Don Antonio Resta 

IL LEONE, Re per sempre (forever)

Dopo millenni di incontrastato dominio, esercitato con arroganza indisponente da parte del leone, si decise finalmente di cambiare forma di governo: ma era necessario cambiare la costituzione. Non che fosse scritta, ma il leone esercitava il suo potere come se gliel’avesse conferito il popolo con un atto costitutivo scritto. E come poter fare? Il leone ci teneva, eccome! a richiamare continuamente il titolo di re della foresta, di cui, anche se indebitamente, si fregiava. Il presunto titolare, a dire il vero, aveva un grande argomento a suo favore: la sua incontrastata potenza dinanzi alla quale nessuno osava, pur minimamente, opporsi. Si sa come le impressioni, anche quelle degli animali, se sono in nostro favore, si mutano facilmente in convinzioni, quando, soprattutto, vengono continuamente ripetute. Questo anche nel caso che non ci sia alcun argomento, se non quello della convenienza da parte di chi ascolta. Immaginate quando ce n’è qualcuno come nel caso del leone, di argomento s’intende, così “convincente”. Eppure, bisognava agire. La decisione era diventata improcrastinabile a motivo del montare di un movimento di opinione popolare molto diffuso e che andava ingrossandosi sempre di più. Riguardava il futuro politico della vita della foresta che si sperava potesse venire con il nuovo assetto costituzionale. Ma ritornava sempre il problema cruciale: stendere una costituzione che avesse alla base la possibilità di scegliere tra le due forme di governo della foresta: la monarchia assoluta, finora vigente e rappresentata dal re, e l’altra, più democratica, rappresentata dal presidente della Repubblica. Il desiderio diffuso, almeno inizialmente, era quello che guardava con più simpatia alla forma più democratica, Il motivo c’ era ed era tutt’altro che secondario: non si riusciva a capire il diritto di successione, legato alla dinastia, che ignorava, di fatto, la volontà del popolo. Il primogenito del casato doveva diventare automaticamente re. Per quali motivi e, soprattutto, per quali meriti? Era sufficiente quello di essere nato in una famiglia regale? O anche quello di essere di sangue blu? Ma…fatemi il piacere! Ma, d’altra parte, non avendo avuto mai un’esperienza di altro genere, nella fattispecie di quella repubblicana, sorgeva la preoccupazione per quello che sarebbe potuto succedere dopo. Sia come sia, si indisse un referendum: era il mezzo necessario per poter scegliere la nuova forma di governo (il re o il presidente, cui si sarebbe aggiunta la carica di presidente del consiglio). Si indissero i comizi. Superiore a qualsiasi aspettativa fu l’entusiasmo della partecipazione! vere e proprie folle oceaniche ad applaudire entusiasticamente, ad osannare perfino, i vari oratori che si succedevano, sostenendo l’uno o l’altro, schierati, ovviamente, su sponde opposte e i partecipanti a spellarsi le mani con applausi, più o meno intensi a sostegno dell’una o dell’altra tesi. Non vi dico poi, le tavole rotonde e di qualsiasi altra forma geometrica! Tanto, quanto bastava per riunirsi insieme e trattare e dibattere gli argomenti con cui si voleva o si intendeva condannare il modo di agire del leone e sperare nella prospettiva di una maggiore libertà che ci sarebbe stata con l’avvento della repubblica. Ma quelle più frequentate, non importa se rotonde, quadrate o romboidali erano, senza ombra di dubbio, le tavole imbandite: si mangiava, eccome! si parlava di tutto, fuorché di elezioni. Si stava attenti, questo sì, a chi vi partecipava: una mezza parola fuori posto poteva essere compromettente: c’erano delle promesse, e quante! La concorrenza era spietata e passava spesso attraverso delazioni (il sempreverde “ho sentito dire”) che non era difficile che giungessero alle orecchie dell’interessato, il quale non faceva altro che revocare la “sistemazione” che aveva promesso in favore dell’accusatore, che gli aveva reso il “prezioso servizio”. Le manifestazioni pubbliche precedenti a questo avvenimento che già si definiva “svolta epocale” (la stessa espressione si era usata in un tempo non lontano in occasione dell’inaugurazione di un gabinetto pubblico!), e che mai avevano visto neppure l’ombra delle pubbliche autorità, si affollarono di tanti personaggi, suscitando curiosità, meraviglia, domande represse, ma eloquenti, con le risposte che si potevano leggere sul volto dei partecipanti. Si passava disinvoltamente dalla sagra del cavolo alla sacra (in questo caso con la c !) di una funzione religiosa. Tutti diventarono religiosi: le vie di Damasco divennero improvvisamente impercorribili a causa di folli, tramortite da improvvise e impreviste…cadute da cavallo, proprio come S. Paolo, con enorme difficoltà di trovare, sul posto, un cavallo…atto alla bisogna! Da convertiti a difensori della fede, il passo doveva essere e fu, almeno nelle parole, molto breve. Se la funzione religiosa vedeva, poi, la presenza di una autorità ecclesiastica, c’era da gridare al miracolo per il fatto che erano tali e tante le prostrazioni e le genuflessioni da poter dedurre che si dimostrava con i fatti come, con tale esercizio, possa avvenire la guarigione dell’artrosi…alle ginocchia. C’ è da meravigliarsi come non ci sia stato nessuno che abbia avuto l’dea di brevettarla! Eppure, non sarebbero mancati sicuramente gli aspiranti clienti, indipendentemente dagli effetti della cura.

I discorsi, nei comizi, grondavano di espressioni, giunte immutate fino a noi e si ha l’impressione che siano dotate del privilegio dell’immortalità. C’è bisogno di ricordarle? Modo nuovo di fare politica, nell’interesse del Paese…intrecciate con le promesse, tutte rigorosamente “elettorali”: nuovi posti di lavoro, lotta alla disoccupazione, all’evasione fiscale, alla criminalità: ditemi quale parte politica, o (è il nostro caso) di parte monarchica o repubblicana non abbia enunciato programmi di questo genere. Restando nell’ambito della nostra campagna elettorale, la promessa che suscitò il grande entusiasmo fu quella della costruzione del ponte. Appena enunciata, gli applausi arrivarono alle stelle. Le due fazioni, divise ideologicamente, si trovarono unite nell’assenso alla proposta: ne sposarono la causa, con le aggiunte di migliorane il progetto, oltre a fare in modo che risultasse legato come iniziativa promossa da una parte e combattuta dall’altra. Ci fu, almeno inizialmente, chi parlò di un ponte da costruire “in casa”. Nella fattispecie, una costruzione che potesse congiungere la Sicilia al Continente. L’ accusa della parte avversa fu di miopia e di provincialismo, senza quel respiro europeo che deve accompagnare certe scelte. Non sarà mancato sicuramente chi avrà proposto la costruzione di un ponte che unisse, chissà, il Mediterraneo al Pacifico. Eccezionalmente e sorprendentemente, anche gli ambientalisti non opposero nessuna difficoltà e la spiegazione si ebbe subito dopo, non solo ad illustrazione dell’unanimità circa la proposta, ma soprattutto per rispondere alle richieste di allungamento e di ampliamento del ponte da costruire. Si venne a scoprire, e l’entusiasmo diventò addirittura delirio, che il ponte di cui si parlava non consisteva in una costruzione materiale, ma era in riferimento a quello dei giorni di vacanza legato a qualche giorno festivo infrasettimanale: si svelava così il significato dell’allungamento che non risultava poter essere in conflitto con l’ipotesi dell’allargamento. Mi sfuggiva di dire che il leone usava un argomento molto convincente e particolarmente incisivo nel catturare i voti, almeno in apparenza. Per schermare e smitizzare la sua ferocia che si manifestava con particolare veemenza e cattiveria soprattutto quando aveva fame, in quel periodo elettorale fu capace di rinunciare al cibo, patendo una fame…da leone (non se la sentiva ad abbassarsi a una fame…da lupo!). Non era praticante ma, per accaparrarsi i voti dei suoi elettori, già da allora di diverse fedi religiose, celebrava i venerdì con i musulmani (rigorosamente in moschea, ad ascoltare l’imam), senza tralasciare (supponiamo che coincidesse) il digiuno del Ramadan, il sabato con gli ebrei, la domenica con i cristiani: in fondo, un’ elezione a re (per sempre) della foresta, valeva bene un digiuno, anche se prolungato. Gli ritornava spesso in mente quel detto: vale più vivere un giorno da leone, che cento da pecora: gli dava fastidio: la sua filosofia prevedeva: vivere cento giorni da leone, compreso quello da pecora…Peraltro, l’ho messo sempre in pratica… Man mano che si avvicinavano le elezioni, si susseguivano, a ritmo forsennato, le previsioni sul voto. I sondaggisti erano letteralmente scatenati, anche perché gli alti e bassi delle indicazioni costringevano continuamente ad aggiornare i dati: il perdente di un giorno veniva scavalcato (sempre in fatto di previsioni) dal vittorioso del giorno dopo, quando non si arrivava a prevedere una sostanziale parità tra i contendenti. Insomma, tra…forbici che si allargavano e candidati che…litigavano, le cifre si moltiplicavano sempre di più con operazioni più che sofisticate, mettendo a dura prova l’attenzione degli elettori.

Finalmente giunse il giorno delle elezioni. Tutti, sull’onda dell’entusiasmo per la novità che si attendeva e, finalmente e soprattutto, per la fine di tanti soprusi ed angherie, tutti, senza eccezione, si pensava, avrebbero subissato di “no” il candidato a re, che poi, nel caso fosse stato eletto, avrebbe significato succedere a se stesso: gli ultimi sondaggi lo confermavano. Allo spoglio delle schede, la sorpresa: fin dai primi exit-poll si veniva profilando una vittoria schiacciante a favore del leone. Ad urne chiuse, si ebbe modo di constatare che tutte le previsioni erano state smentite, a conferma che il comportamento degli animali, almeno in sede elettorale, non è poi tanto differente da quello degli uomini: il leone risultò eletto all’unanimità. La campagna elettorale l’aveva condotta con grande intelligenza. Non poteva, del resto, non essere così: il comitato che l’aveva preparata comprendeva le cosiddette migliori “teste d’uovo”, un gruppo di prim’ordine scelto dalle migliori università…della foresta. Con la mobilitazione dei migliori cervelli, ebbe l’accortezza di coinvolgere i cittadini, responsabilizzandoli davanti ad una scelta così importante. Si mosse, insomma, oltre che con grande intelligenza, anche con quell’abilità che ne è figlia, indispensabile soprattutto in circostanze come questa. Anche lui, il leone, bisogna riconoscerlo, aveva messo la sua parte e che riguardava il suo modo di comportarsi, in quel periodo molto meno aggressivo e, addirittura, delicato verso le sue prede: certo non poteva rinunciare alla loro cattura, doveva pur mangiare, no? Anche in questa circostanza, si attese con ansia il frutto delle tante promesse e, come per qualsiasi governo umano, anche per quello degli animali, si attesero i primi cento giorni, prima di giudicarlo. Infatti, fu proprio così. Dopo questo periodo, ripresero i comportamenti precedenti, con l’aggiunta di vendette e di conseguenti epurazioni di quanti lo avevano tradito nel segreto delle urne. Caddero parecchie teste, soprattutto tra i collaboratori apparentemente più fidati e che erano stati quelli che, più numerosi, gli avevano voltato le spalle.

I politologi, gli opinionisti in genere, nel prima e, soprattutto, nel dopo elezioni, si immersero, come non mai, nell’esame approfondito sul significato dei risultati del voto: la protesta, il disagio delle famiglie e dei singoli, la criminalità e, quindi, la sicurezza, furono riconosciute come cause immediate del risultato, giudicato all’unanimità, sorprendente e inaspettato. Il pensiero che emerse più diffusamente fu quello che tra gli abitanti della giungla vigeva la convinzione, emersa in occasione delle votazioni, che è meglio essere divorato da un carnivoro di lunga esperienza, che conosce bene il mestiere, che non da un pivello alle prime armi. E’ vero, l’emergente, il giovane, conoscerà mezzi più avanzati tecnologicamente, ma passeranno parecchi anni, tra praticantato, stage, corsi di aggiornamento…prima che li possa saper usare con vera professionalità: insomma, chissà quanta acqua sarebbe dovuta passare sotto i ponti di tutti i fiumi, prima di raggiungere la competenza necessaria, in modo da poter soddisfare l’aspirazione di ambo le parti: di chi mangia e di chi è mangiato… Negli uffici pubblici furono riappesi i quadri con la fotografia del re-leone staccati durante la campagna elettorale. Con la gioia dell’elezione, il leone ebbe modo di emettere un grande respiro liberatorio. Non doveva temere più alcun referendum. In barba a tutto quello che gli era stato rovesciato addosso su tutte le piazze, era ritornato ad essere l’illuminata guida della nazione, il coraggioso difensore dei diritti dei cittadini, il sovrano saggio, punto di riferimento per guardare al futuro, con meno incertezza e trepidazione, certamente con più speranza… Si verificava, in pieno, maestà re Leone, la morale enunciata in un romanzo che ha come titolo il nome di un animale che ti rassomiglia: Il gattopardo: cambiare tutto per non cambiare niente.

Io, Leone, eletto re a furor di popolo, ripresi il mio posto, tacitando coloro che mi rimproverano di detenerlo abusivamente: sono stati stampati nuovi francobolli e non c’è stato bisogno di sostituire l’immagine riprodotta su in cima: non solo l’immagine, ma anche la gomma de dietro è sempre quella/e er popolo la lecca come prima.

Auguri, fu il succo di tanti telegrammi spediti, anche dalla parte avversa, con l’aggiunta della richiesta o del consiglio, comunque del suggerimento: cerca di essere meno arrogante, altrimenti induriremo i nostri muscoli, ci faremo ancora mangiare, certo, ma per lo meno un mal di stomaco non te lo potrà togliere nessuno!  

    Don Antonio Resta

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