“Lu Sparu ti la Freccia” 2015

Galatone (Le) – 25 gennaio 2015 – Piazza San Sebastiano – “Lu Sparu ti la Freccia” realizzato da Giuseppe Manisco – Riprese di Luigi Nico e Mauro Longo – Regia di Luigi Nico

"Lu Sparu ti la Freccia" 2015 - Ph. Vanessa Chirivì

“Lu Sparu ti la Freccia” 2015 – Ph. Vanessa Chirivì

” Lu sparu ti la freccia ” – Album fotografico a cura di Vanessa Chirivì:

https://www.facebook.com/media/set/?set=a.722444031196726.1073741915.557386517702479&type=1

EUROPA SENZ’ANIMA CHE INNESCA DISAGIO SOCIALE

EUROPA SENZ'ANIMA CHE INNESCA DISAGIO SOCIALE

EUROPA SENZ’ANIMA CHE INNESCA DISAGIO SOCIALE

EUROPA SENZ’ANIMA CHE INNESCA DISAGIO SOCIALE

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ORGANIZZATO DAL MOVIMENTO “VALORI E RINNOVAMENTO”

PRESSO IL CENTRO CULTURALE “ATTITUDE”, SITO ALLA VIA FRANCESCO CASOTTI 20/C (RIONE SAN LAZZARO –  LECCE – – ZONA VILLINI)

MERCOLEDI’ 28 GENNAIO, ALLE ORE 18,30

INCONTRO DIBATTITO SUL TEMA :

“EUROPA SENZ’ANIMA CHE INNESCA DISAGIO SOCIALE”

-SALUTO: ALESSANDRA GRAZIUSO, DIRETTRICE ARTISTICA DI “ATTITUDE”

-INTRODUCE: WOJTEK PANKIEWICZ, PRESIDENTE DI “VALORI E RINNOVAMENTO”

-INTERVENTI : RAFFAELE MARZO, GIURISTA; COSIMO MASSARO, SCRITTORE.

 

Il presidente di “Valori e Rinnovamento”, Wojtek Pankiewicz, ha dichiarato : ” E‘ necessaria ed urgente una risposta concreta al malessere sociale ed ai bisogni della gente impoverita dalle scellerate politiche europee. L’Europa che vogliamo noi di “Valori e Rinnovamento” è una comunità che si prende cura delle persone. E’attenta ai giovani, al loro futuro e investe nella loro istruzione e formazione. L’Europa che vogliamo è un posto nel quale la cultura, la cultura umanistica in particolare, con i suoi valori, è fondamentale; un posto in cui l’arte, la creatività, la storia contano quanto la tecnologia. E’ un luogo con una nuova idea di sviluppo, che non è solo economia, non è solo PIL, ma qualità della vita, solidarietà, unione vera, forte e convinta. Nell’Europa che vogliamo la terra vale quanto le fabbriche e viene tutelata e protetta dagli scempi ; si rifiuta il cinismo freddo, meccanico e disumano della finanza, della speculazione, del profitto, dello spread, degli aridi numeri, combattendo questo modello ormai vecchio e ammuffito. L’Europa che vogliamo lotta unita perchè tutti abbiano una vita migliore, crescano di numero e siano felici.”

 

COSIMO MASSARO

Dal 2013 fa parte del direttivo della Scuola Auritiana (Scuola di Studi Giuridici e Monetari) ed è responsabile per la Puglia.

Da scrittore diffonde le tematiche trattate nei suoi libri attraverso il suo blog cosimomassaro.blogspot.it , la sua pagina facebook “La moneta di satana” e scrivendo articoli per la rivista “L’Altra Voce” e Quieuropa.

Con Tabula Fati ha pubblicato la prima edizione del libro “La moneta di Satana”.

Con Edizioni Sì ha già pubblicato “La moneta di Satana” Saggio sulla moneta e sul potere sotto forma di romanzo, e la “La Caduta dell’Ultimo Impero” .

 

RAFFAELE MARZO

Autore di apprezzate pubblicazioni di interesse giuridico come ad es., Viandanti alla ricerca della legge per l’uomo, in AA. VV.,  L’Europa senz’anima, «Quaderni di Studi della Fondazione Ernesto Balducci», n. 29, Polistampa, Fiesole, 2014 (con V. Agnoletto, M. Biaginoni, F. Materozzi, G. Tommasini, R. La Valle, M. Guzzi, P. Cappelli); La scuola pubblica e paritaria al tempo dell’emergenza educativa. Riflessioni costituzionali in prospettiva europea, in «Docete», n. 7, aprile 2014, anno LXIX, n. 663 (nello stesso numero con F. Macrì, A. Bagnasco, G. Malizia, C. Rech, G. Ravasi, L. Ciotti, G. De Marzo) e La Costituzione italiana: origini, storia e rinnovate sollecitazioni, in V. SERRATI’, La Costituzione in dialetto salentino, Congedo, Galatina, 2014 (coll. Biblioteca di Cultura Pugliese).

La Chiesetta di San Pietro in Vincoli

Galatone (Le) – 18 gennaio 2015 – L’Arch. Giuseppe Resta ci guida alla scoperta della Chiesetta di San Pietro in Vincoli in via Del Mare dopo il restauro conservativo e dei dipinti murali – Video di Mauro Longo

San Pietro in Vincoli a Galatone

Non sarà sfuggita a molti di coloro che percorrono la strada che esce da Galatone per dirigersi verso Santa Maria quella cappella dalle belle forme misurate, proporzionate, austere che si incontra appena il paese comincia a dilatare gli spazi fra le sue case.

Pochi conoscono come si intitola, ancor meno sono quelli che la hanno visitata all’interno. Forse la notano di più per la rigogliosa siepe di allergizzante erba parietaria che la recinge, spesso abitata da qualche cane clandestino. Pochissimo è stato scritto su di essa.

E’ la Chiesetta di San Pietro in Vincoli. Una volta era di proprietà privata; ora appartiene per lascito alla Parrocchia dei Santi Medici in Galatone. L’amante di dettagli tecnici sarà interessato a sapere che è situata in catasto al foglio 24, allegato A, particella A, del Comune di Galatone; ed è anche dichiarata monumento nazionale in virtù della declaratoria della Soprintendenza di Bari in data 18/04/1985.

La chiesetta di San Pietro in Vincoli a Galatone è posta all’incrocio delle vie Del Mare e Giacomo Caputo. Si presenta come una piccola cappella gentilizia, un tempo facente parte del complesso della masseria di Torre Moro (1673 circa) presso la masseria Vasce. Posta sul tracciato storico tra Galatone e Santa Maria Al Bagno, come tutte le antiche edicole e cappelle, funge anche da indicatore stradale. Infatti i dipinti interni raffigurano S. Maria e il Crocifisso, indicando precisamente da dove si viene e dove si va.

Di pianta rettangolare, ha il lato minore con l’ingresso principale posto in direzione nord, su via Del Mare. Uno dei due lati maggiori, quello est che ospita una porticina laterale, è posto su via Giacomo Caputo; mentre gli altri due lati prospettano su di proprietà privata. L’altezza della cappella, a meno delle sovrastrutture, è di circa ml 5.50; le misure dei lati sono di circa ml 6.70 per il alto lungo,  ml 5, 20 per il lato corto. Copre una superficie di circa 33 mq lordi, mentre l’interno è di  17.50 mq. .

La tipologia è quella della cappella a camera unica.  I tratti stilistici sono di un maturo e sobrio neoclassico settecentesco. Difficile inquadrarla nella stessa epoca della Torre Moro ma certamente in epoca successiva. Ce ne da conferma la data del 1795 dipinta sull’altare. Sebbene è logico supporre con evidente certezza che la struttura architettonica sia precedente di qualche tempo alla tavola dell’altare. Dovremmo essere all’incirca all’epoca che a Nardò era vescovo Carmine Firmiani.

Tutto il paramento murario esterno, cornicioni compresi, è di pietra arenaria locale del tipo “tufo carparino”. Si riscontra una alta fascia di zoccolo secondo i già diffusi stilemi vanvitelliani e richiami alle mature opere razionaliste e illuministe di Ferdinando Fuga.  Le lisce lesene sugli spigoli, che incorniciano dei campi murari altrettanto lisci, terminano con un doppio fregio sommitale, mentre le specchiature sottosquadro hanno il solo cornicione poco aggettante.

Sul prospetto est, posto perfettamente al centro della facciata laterale di via Caputo, è presente un campanile a vela, di forme molto semplici con cornicione piano, sormontato da una croce lapidea. E’ ancora dotato di campanella funzionante. Il concio posto alla base della monofora reca la scritta “A.D. 1807”. Pertanto si può dedurre che il campanile è opera postuma di completamento. Nel Regno Delle Due Sicilie siamo in pieno decennio Francese con a Napoli il re Giuseppe Bonaparte, fratello dell’imperatore Napoleone.

Su tutti e due i prospetti laterali di dimensioni maggiori, quelli est e ovest, si notano due doccioni di pietra leccese per ogni lato. Sono di forma cilindrica, con alcuni fregi floreali agli angoli sull’innesto murario.  Sul prospetto principale, invece, al centro sopra al cornicione finale, spicca un cartiglio di forme ancora  baroccheggianti. Due pinnacoli piramidali svettano in corrispondenza delle lesene laterali. Niente a che fare coi pennacchi floreali ai quali ci aveva abituato il nostro barocco. Il prospetto principale è caratterizzato dalla porta incorniciata e sovrastata da un cornicione. Ancora sopra al cornicione della porta una finestrella rettangolare contraddistinta dalla scorniciatura liscia dotata solo di uno semplice smusso interno.

L’interno è caratterizzato da una volta a crociera del tipo “leccese semplice”. Ossia formata dall’intersezione di una volta a crociera con una cupola. Semplicissimi i paramenti murari interni mossi solo da due lesene in aggetto poste sugli estremi dei lati lunghi e connotate da modanature lapidee semplicemente scorniciate all’imposta degli archi di volta. Al centro il concio di chiave pende in giù con un artificio plastico piramidale scolpito a foglie d’acanto.

L’altare è di semplici forme e presenta ai lati delle volute solo nell’ultimo livello più in alto, leggermente inclinate verso la sala. In compenso la parte bassa dell’altare è chiusa da un tavolato dipinto con un motivo a losanghe, francesizzante di stile e di cromie, che richiama un cassettonato. Al centro troneggia lo stemma dei Moro, sempre dipinto, incastonato in un coronato cartiglio, festonato da ghirlande floreali azzurre. La corona è quella di “nobile”. Qui è riportata in bell’evidenza la data “A. D. 1795”.

Chi fu il Moro committente? Felice o Michele Moro, che troviamo in quegli anni partecipi della galatea Accademia degli Infiammati o altri? Allo stato non mi è possibile affermarlo. Il blasone dei Moro raffigura un moro bendato di profilo, sul quadrante inferiore destro per chi guarda, e una falce di luna in campo azzurro, in alto a sinistra. La simbologia del Moro Bendato è direttamente riconducibile alla dominazione aragonese (vedi la Bandiera di Aragona, così come a quelle, a questa ispirate, di Corsica e di Sardegna). La simbologia del Moro ripropone la vittoria degli Aragonesi sui re Saraceni. La benda (in araldica: capo bendato) dovrebbe rappresentare la simbologia del turbante accostata alla allegoria della cecità di chi no conosce la “vera fede”. Il blasone, comunque, differisce da quello recensito dall’Armoriale Delle Famiglie Italiane per la famiglia Moro. Questo ci fa supporre che sia un blasone locale.

All’interno si notano una acquasantiera lapidea incassata a destra della porta principale e un piccolo lavamani lapideo incassato nel muro a caduta posto a destra dell’altare, entrambe ornati con sculture a lievi risalti di forme naturalistiche accennate.

Dominano l’aula due dipinti murali. Il più grande sormonta centralmente l’altare. Misura cm 220 in altezza e 140 in larghezza. Rappresenta la classica scena della Madonna del Rosario. La Madonna è in alto, assisa in trono, contornata di angioletti e due le sorreggono la corona,  col Santo Bambino in braccio. La Vergine porge il rosario a S. Domenico di Guzman, mentre il Bambino lo porge a S. Caterina da Siena, posta sul lato destro di chi guarda. Esattamente all’ inverso a quella più diffusa iconografia della Madonna del Rosario di Pompei dove i santi sono posti nella stessa maniera ma il bambino è a sinistra e porge il rosario a S. Domenico. Da quanto ci è pervenuto, grazie al racconto del beato Alano della Rupe, nel 1212 San Domenico, durante la sua permanenza a Tolosa, ebbe la visione della Vergine Maria e la consegna del rosario, esaudendo ad una sua preghiera di avere un valido mezzo per combattere l’eresia albigese senza uso della violenza. Da allora il rosario divenne la preghiera più diffusa per combattere le eresie e nel tempo una delle più tradizionali preghiere cattoliche. A Santa Caterina, anch’essa dell’ordine dei Domenicani, i maggiori propagatori del culto del S. Rosario, si deve la recita meditata del Rosario. La devozione della recita del Rosario, chiamato anche ‘Salterio’, ebbe larga diffusione per la facilità con cui si poteva pregare.  Fu chiamato il “Vangelo dei poveri” perché dava il modo di poter pregare e nello stesso tempo meditare i misteri cristiani, senza la necessità di leggere un testo in un’epoca dove l’analfabetismo era la regola.

Questa particolare iconografia della Madonna Del Rosario presente del dipinto di San Pietro deve ascriversi a quella nata con l’istituzione della “Madonna della Vittoria”. Ricorrenza, come ricorda l’amica dottoressa Daniela Bacca in un suo dotto e completo articolo comparso sul sito di Cultura Salentina (http://culturasalentina.wordpress.com/), ”promossa ed istituita da Papa Pio V, in ricordo della battaglia di Lepanto, avvenuta il 7 ottobre 1571, in cui la flotta della Lega Santa sconfisse l’Impero Ottomano, per intercessione della Vergine Santissima, si diffuse con viva intensità e devozione nella terra salentina, per secoli minacciata, saccheggiata e torturata dai sanguinari turchi. La battaglia, tra le più attese e partecipate del XVI secolo, fu vinta grazie alla protezione di Maria, che i cristiani  invocarono recitando il Rosario prima dei combattimenti, tanto che il papa Gregorio XIII, nel 1573, intitolò il culto alla “Madonna del Rosario”, la cui iconografia è tra le più note e tradizionali legate alle raffigurazioni mariane.”

E ancora la Bacca nota come “I pregevoli dipinti che seguono questo specifico ed emblematico schema iconografico furono commissionati, molto spesso, dalle nobili casate della Provincia di Lecce, al fine di promuovere il culto del Rosario, esprimere la propria spiritualità cristiana, ricordare il ruolo attivo della nobiltà che combatte, si sacrifica, prega e partecipa alle vicende religiose, politiche e territoriali, ed abbraccia il motto “Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii victores nos fecit” (“Non il valore, non le armi, non i condottieri, ma la Madonna del Rosario ci ha fatto vincitori”) .” Il discorso pare calzare perfettamente con la nostra cappella gentilizia.

Fra le due figure dei santi, in basso, al livello del libro di San Domenico e dei due gigli che simbolizzano la purezza dei due santi personaggi, si intravede un panorama di un gruppo di edifici visto in lontananza. Nonostante il paesaggio sia molto distante e lo stato di chiarezza del dipinto oggi non sia ottimale, lo skyline sembrerebbe proprio quello della Torre Moro, vicinissima alla stessa cappella e degli stessi proprietari. Se così fosse risponderebbe alla richiesta di mettere devotamente sotto la protezione della Madonna Della Vittoria tutto il sito della Masseria Vasce. Anche se l’altura delle attuali contrade Coppola e Palmentola che fa da sfondo sarebbe stata veramente esagerata.

In basso nel dipinto, separato e incorniciato da volute dorate, vi è la scena  che rappresenta S. Pietro nel carcere di Gerusalemme in compagnia dell’angelo che qui, secondo quanto raccontato nel capitolo 12 degli Atti degli Apostoli, lo liberò dalle catene con le quali era stato imprigionato nell’anno 43/44 da Erode Agrippa. Infatti la scena è ambientata in una stanza con una finestra chiusa da una grossa grata di ferro alla quale Pietro è assicurato con una catena e delle manette. Nel dipinto l’Angelo, calzato alla romana, si accinge a compiere la liberazione. Il dipinto fa riferimento solo a questo episodio dell’agiografia d San Pietro e non all’altro della prigionia dell’Apostolo nel Carcere Mamertino a Roma. La  nota basilica romana di San Pietro in Vincoli, con la stessa dedicazione della nostra cappelletta, – basilica fatta costruire all’incirca negli anni prossimi al 442, presso le Terme di Tito all’Esquilino, da Licinia Eudossia, figlia di Teodosio II il Giovane e moglie di Valentiniano III –  fu, invece, fatta erigere per custodire le catene (in lingua latina vincula) di san Pietro che la madre di Licinia Eudossia, l’imperatrice Elia Eudocia, aveva avuto in dono da Giovenale, patriarca di Gerusalemme, durante il suo viaggio in Terra Santa insieme alle catene che avevano legato il santo nel carcere Mamertino a Roma prima della sua crocifissione. La reliquia orientale fu offerta al papa S. Leone il Grande, che la unì all’altra catena con cui in Roma era stato avvinto il S. Apostolo sotto Nerone, ed ambedue i ceppi furono deposti nella basilica. Pertanto quella romana racchiude in sé  i simboli reliquiari di entrambe le due prigionie note dell’apostolo Pietro. La festa di commemorazione di San Pietro in Vincoli è il 1 Agosto.

Perché il Moro edificatore della cappella volle dedicarla a S. Pietro in Vincoli? Possiamo fare congetture (una visita alla basilica di Roma, una liberazione da un’ingiusta detenzione…) ma non abbiamo prove storiche.

Un altro dipinto murario presente nella cappella è posto a destra dell’entrata, sulla parete ovest. E’ alto 77 centimetri e largo 57 e si trova a 123 centimetri da terra. Praticamente è perfettamente ad altezza d’uomo. Rappresenta l’immagine del SS. Crocifisso della Pietà di Galatone nella classica e particolare posa con le mani dietro la schiena. Il dipinto, oltre che con la cornice lignea giustapposta in epoca decisamente successiva, è inquadrato in una cornice dipinta. La tecnica di rappresentazione è pregevole e dimostra, nel soggetto raffigurato. una competenza artistica di buon rilievo sia nell’agilità delle pennellate, sia nella anatomia del torso che nel bel volto che esprime calma sofferenza. È una delle quattro rappresentazioni del Crocifisso di Galatone, oltre a quella originale custodita nell’altare maggiore dell’omonimo santuario galateo, presente negli edifici di culto a Galatone. Le altre sono nella chiesa della Madonna della Grazia, presso la chiesa di Santa Lucia, nella chiesa di S. Sebastiano. Una quinta è nella cappella conosciuta come “Cristu Ti Tabelle”, ma questa, catastalmente, è in agro galatinese, e pertanto fuori diocesi.

La situazione statica della cappella è buona. E’ stata edificata su di uno strato emergente di roccia calcarea dura. Non presenta dissesti murari né pleiadi fessurative preoccupanti. I problemi che si riscontrano sono invece dovuti prevalentemente ad un inesistente stato manutentivo. Prima di tutto si riscontra una forte umidità proveniente dal lastrico solare che pervade tutta la volta e minaccia la parte superiore del dipinto murale posto sull’altare. Inoltre si nota una vegetazione infestante in più punti del paramento murario ed alla base della cappella. In particolare ci sono tre dirompenti piante di cappero nella parte bassa. Inoltre tutto l’apparato murario esterno denuncia in più punti lo sgretolamento delle giunzioni in malta di calce fra i conci di arenaria.

I dipinti murari sono fessurati e coperti da strati di sali calcarei. L’astraco che ricopre il pavimento è in cattivo stato di manutenzione. L’interno della cappella, così come l’altare, è stato tinteggiato a calce più volte coprendo le cromie originali e il disegno a conci della volta che oggi si intravede appena dietro gli strati di pittura. Gli infissi esterni in legno sono molto malandati ma recuperabili. I due lati che prospettano sulla proprietà privata sono contornati dal terreno vegetale di un giardino. E’ lecito immaginare che buona parte dell’umidità di risalita che si riscontra sulla fascia basale provenga da questa situazione. Urge un intervento.

La Parrocchia Santi Medici Cosma e Damiano, quale proprietaria, tramite l’interessamento del dinamico parroco Don Cosimo Fabrizio Rizzo, ha richiesto un finanziamento alla Provincia tramite il Bando del 24/03/2011 “AMMISSIONE A FINANZIAMENTO DI INTERVENTI CONNESSI AL PROGRAMMA DI VALORIZZAZIONE E RECUPERO IMMOBILI DI INTERESSE STORICO – ARTISTICO” sovvenzionati con i fondi della Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia.

Sarebbe però limitativo parlare di opere d’arte solo dal punto di vista estetico senza farsi stimolare dal punto di vista etico. Quindi alcune considerazioni a margine vanno fatte.

In quest’epoca di sommovimenti sociali sulle sponde africane del mediterraneo, di assurdi distinguo tra clandestini e profughi, di razzismo endogeno ed esogeno, fa bene ricordare come la paura del Moro che veniva dall’altra sponda è stata sempre presente da noi. Il “mamma li Turchi” è stato per secoli uno spauracchio reale e devastante. Così come la paura dei Crociati, dei Franchi, lo è stata per l’altra sponda del Mediterraneo. Questo aspetto non dovrebbe mai sfuggire a chi non vuole aprioristicamente fare parte “dei buoni”. L’iconografia della cappella, anche in epoca lontana dalla battaglia di Lepanto,  ne dà la prova sia nello stemma araldico dei Moro che nella scelta della Madonna della Vittoria.

Ma è pur vero che sotto al dipinto, nell’episodio della liberazione di San Pietro, c’è un anelito di libertà che proviene dalla lontana Palestina: la liberazione delle catene tramite la misericordiosa Provvidenza. Da una parte c’è l’anelito alla libertà e la forte fede in una religione di origine mediorientale; dall’altra la paura del diverso mediorientale, dell’africano. Mentre da un parte si inneggia alla battaglia domenicana contro l’eresia, dall’altra si venera San Pietro che finisce in catene per essere un eretico dell’ebraismo.

Oggi come ieri questi due messaggi contrastano.

E anche oggi il cattolicesimo spesso si arrocca su un conservatorismo militante di stampo medievale smarrendo la sapienza pacifista e sociale delle beatitudini evangeliche:

« Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli »
  (Matteo 5,3-12)

« Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.

Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti. »
  (Luca 6,20-23)

Ma anche dei “quattro guai” del’Evangelo di Luca:

« Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione.

Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. »  
 (Luca 6,24-26)

Non si dovrebbero usare i Vangeli prendendo solo le parti che fanno comodo, brandirli impropriamente come alibi contro “gli altri” rinnegando tutta la carica sociale, ecumenica e pacifista che diffondono. Bisognerebbe invece vincere i preconcetti indotti da chi specula sulla paura, sull’odio, sulla xenofobia, sulla religione come differenziazione, sulla democrazia da esportazione a colpi di bombe: esiste una sola razza umana e una sola libertà. Da qualunque parte essa venga. E, per chi ci crede, esiste un solo Dio, una sola Fede.

Lo dovremmo sapere bene noi nati da mille popoli, figli di Annibale, di un califfato a Taranto e di un emirato a Bari. I Mori clandestini siamo noi.

Ma come il moro dello stemma coronato nella cappella di San Pietro in Vincoli continuiamo a tenere la benda sugli occhi senza riuscire a scorgere la luce della luna.

Per fortuna, in questi strani giorni, che i più dotti potrebbero definire paradossali, tanto bizzarri da vedere non angeli che liberano miracolosamente dalle manette, ma deputati che votano leggi su misura per liberare dalle manette ad personam;  capita anche di ascoltare nel silenzio diffuso la voce dell’Arcivescovo di Milano Tettamanzi che, nella omelia della Domenica delle Palme, si chiede “Perché ci sono uomini che fanno la guerra, ma non vogliono si definiscano come “guerra” le loro decisioni, le scelte e le azioni violente? Perché molti agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni? E ancora: perché tanti vivono arricchendosi sulle spalle dei Paesi poveri, ma poi si rifiutano di accogliere coloro che fuggono dalla miseria e vengono da noi chiedendo di condividere un benessere costruito proprio sulla loro povertà?”.

In mezzo al conformismo dilagante, all’indifferenza, all’incapacità di indignarsi, al paradosso eretto a sistema, certe autorevoli quanto libere ed eccezionali (etimologicamente) voci fanno bene quanto l’arte, e ci aiutano a scorgere un po’ di luna anche da qui.

GIUSEPPE RESTA

Lecce è una città – comunità?

Lecce è una città comunità?

Lecce è una città comunità?

Lecce, 16 gennaio 2015. – MOVIMENTO “VALORI E RINNOVAMENTO”

IN RELAZIONE ALL’INCONTRO DI LUNEDI’ 19 PPRESSO IL COMUNE, PROPOSTO DA PADRE MARIO MARAFIOTI 

LECCE E’ UNA CITTA’ – COMUNITA’ ?

Wojtek Pankiewicz, presidente del Movimento “Valori e Rinnovamento” ha dichiarato :

“Padre Mario Marafioti lancia, da par suo, la sfida alla Città di Lecce proponendo un incontro sul tema “Lecce è una città comunità ?”, che si terrà lunedì 19 gennaio prossimo nella sala consiliare del Comune e sarà moderato da Marco Renna, alla presenza dello stesaso padre Mario.

Il Movimento “Valori e Rinnovamento” che ho l’onore di presieedere, da quando è sorto, poco più di due anni fa, è gia in campo proprio per dare il suo contributo a vincere quasto fondamentale sfida.

Lecce è la città del sole e dell’umido. E’ la città della luce bianca dove sublimi artisti della pietra hanno saputo con l’abilità delle loro mani esperte rappresentare la bellezza. Dovremmo, perciò, tutti, cittadini, associazioni, amministrazione comunale, amare la nostra splendida città e impegnarci a riscoprire l’idea, il senso e lo spirito di comunità e la nostra leccesità. Fino a non molti anni fa a Lecce era normale salutarsi. Parlarsi. Aiutarsi. Il problema di uno diventava il problema di tutti. I luoghi, gli spazi comuni, erano rispettati e accuditi. Oggi è la città di nessuno. A Lecce, oggi, nella quotidianità, l’altro, o non esiste, o conta solo nella misura in cui può far da specchio alla nostra vanità. La vita nei luoghi pubblici, infatti, scorre o nella totale indifferenza, gli uni con gli altri, oppure nell’ ufaneria, nel credersi superiori, uno migliore dell’altro. Così passiamo spesso il tempo ad autocontemplarci. E salutiamo proprio quando non ne possiamo fare a meno.  Lecce oggi è un agglomerato irrazionale, un deserto di valori.  Lecce si deve rigenerare. Noi leccesi dobbiamo recuperare il senso del passato e della storia comune, del nostro essere “gente bona” e “core presciatu” e riconquistare fiducia e speranza nell’avvenire.
Avere il senso della comunità significa sentirci parte attiva di un insieme di persone che orienta i propri sforzi, il proprio entusiasmo e le proprie passioni verso un obiettivo comune. Oggi ogni individuo cerca per sé il suo benessere. Penso che dovremmo superare l’idea di benessere come consumo, riscoprendo l’idea di benessere sociale, che fa riferimento ai rapporti del soggetto con tutti coloro che interagiscono con lui.
Riscoprire i valori della comunità in una prospettiva di bene comune significa pure che i cittadini sentendosi parte viva, componenti attivi della “polis”, dimostreranno attenzione, sia verso la tutela dei luoghi, degli spazi comuni da condividere nella bellezza, senza bisogno di cancelli ; sia verso le altre persone, nella consapevolezza che l’altro è essenziale e prezioso e perciò gli dobbiamo cortesia e solidarietà.
Cerchiamo allora di ritrovare quello spirito di comunità che la modernità, la fretta e l’odierna caotica dimensione della nostra vita cittadina ci hanno fatto smarrire. Occorre da parte di tutti, cittadini, associazioni, Comune, un impegno e un’azione tesi ad un’opera di rinascita e di rigenerazione urbana e sociale basata su partecipazione, cultura, arte, spazi verdi, spazi pedonali, arredo urbano, servizi, qualità della vita, socialità, solidarietà e aiuto reciproco. Il Movimento “Valori e Rinnovamento” da quando è sorto, poco più di due anni fa, si muove, con le sue iniziative, in questo senso, nel senso della Bellezza, non solo in senso estetico, ma intesa soperattutto come armonia di rapporti con le persone, con la natura. Bellezza intesa come giustizia sociale, come ecologia, come qualità della virta, anche spirituale.
Partendo dall’idea di Bellezza, di Armonia, di comunità e di bene comune possiamo tutti contribuire a progettare e costruire la città dell’uomo a misura d’uomo”.