Per favore, parliamo di ambiente – La Postilla n. 198

LA Postilla n. 198

Per favore, parliamo di ambiente.

“Siamo qui per fare la storia”. Con queste parole Ban Ki Moon ha aperto il vertice dei capi di stato e di governo sul “climate change”, quasi a voler disporre l’uditorio al giusto livello d’attenzione su un problema giunto quasi al punto di non ritorno. Sulla stessa lunghezza d’onda il premier Renzi, che ha promesso il massimo impegno da parte del nostro paese e dell’UE con gli impegni che seguono: riduzione delle emissioni almeno del 40% rispetto al 1990 entro il 2030 e dell’80-90% al 2050. “L’impegno dell’Italia- dice Renzi- è anche nei numeri: ad agosto di quest’anno il 45% dell’energia elettrica proveniva da fonti rinnovabili, il 22% delle imprese ha investito nell’ambiente e le aziende che hanno investito di più sono proprio quelle legate alla tecnologia verde”. E’ sulla green economy, infatti, che dichiara di puntare per la creazione di posti di lavoro per i giovani e per dare prospettiva di sviluppo al paese. “Quello che stiamo facendo – aggiunge- non guarda solo al passato ma è soprattutto un segno di responsabilità verso il futuro”.

Sinceramente non so quanta credibilità sia giusto assegnare a tali dichiarazioni, che ritornano, inascoltate, da decenni senza che nulla di sostanziale intervenga a dare significativa svolta nella lotta contro l’inquinamento del pianeta. Si dimenticano presto le solenni promesse, si prende tempo, si tende a trasferire sugli altri le responsabilità, non si vuole rinunciare allo sviluppo, né intraprendere vie nuove e diverse. I diktat del protocollo di Kyoto, come tutti purtroppo sappiamo, sono lungi dall’essere stati seguiti, se le emissioni di gas serra continuano a crescere e la concentrazione di CO2 ha raggiunto livelli impensabili nel 1997, all’atto della firma del trattato. Adesso si rimanda a Parigi 2015 per la svolta decisiva, mentre intanto si cerca di crearne, in un certo qual modo, i presupposti con la costituzione di un fondo e una serie di esortazioni a vincere la sfida per il clima guardando alla green economy come strategia capace di coniugare sviluppo e rispetto dell’ambiente.  Preoccupa l’opinione pubblica, l’assenza di Cina e India all’importante convention, così come non lasciano tranquilli gli impegni altalenanti di alcuni grandi paesi, più volte ambigui in passato, anche dopo l’approvazione del primo protocollo di Kyoto, che gli Usa, com’è noto, prima sottoscrissero con Clinton e poi ritrattarono con George Bush.

Ma l’ambiente, si sa, non è stato mai una priorità nelle politiche dei grandi stati e in Italia è stato così marginale, nei pensieri e nei programmi dei governi, da comparire soltanto in occasione dei drammatici eventi che negli ultimi tempi ci hanno colpiti con particolare regolarità. Questo ci rende responsabili del dissesto idrogeologico che interessa praticamente l’intero paese, figlio della cementificazione selvaggia e dell’assenza di qualunque razionalità nella gestione del territorio.

Tarda ad affacciarsi l’idea che l’unica risorsa rimasta per alimentare qualche speranza di sviluppo sia ormai il territorio, da risanare e restituire alla sua naturale bellezza, che si debba tornare alle attività di un tempo con più adeguate professionalità e rinnovata passione, che l’agricoltura, la pesca, il mare, il paesaggio, il turismo sono i settori verso i quali indirizzare ogni possibile sforzo. In Italia si sono deviati i corsi d’acqua, si sono spogliate le montagne, si sono costruiti centri abitati su terreni incompatibili, si sono erette ville e case d’abitazione a pochi metri dalle spiagge. Tra l’irresponsabilità dei privati e l’indifferenza degli amministratori.

Si continua a non comprendere che tradire la vocazione naturale di un territorio, oltre che un oltraggio ai luoghi e alla gente che li abita, è ignoranza di ogni principio di buona economia.

Guardiamo alle regioni del sud. Che senso ha cercare il petrolio nello Jonio e nel basso Adriatico, a due passi delle coste più belle del paese? Perché devastare il territorio salentino per un inutile gasdotto? Perché si è privata la Basilicata della possibilità di puntare sul turismo, possibile per i boschi, le alture, le acque, e la si è resa solo un grande deposito di petrolio? Emblematica resta la sorte di Taranto che, oltre a non aver potuto puntare sul passato di città ricca di storia e di cultura, s’è trovata persino nell’impossibilità di utilizzare le risorse del mare che la ponevano ai primi posti in campo nazionale per la pesca e la coltivazione dei mitili.

Si riuscirà finalmente a comprendere la gravità di scelte sciagurate che hanno definitivamente compromesso o che minacciano i territori? Chi ha permesso che certe cose accadessero e cos’hanno fatto i nostri politici per cambiare il fatale corso delle cose? Perché, alla luce delle esperienze passate, non intervengono oggi, con forza e decisione, accanto ai sindaci e ai comitati del NO TAP per impedire il saccheggio di San Foca e del Salento? E la gran parte dei sindaci salentini, rimasti nell’ignavia di semplici spettatori, sono pigri o favorevoli al saccheggio?

Non c’è dubbio che l’ambiente è oggi il primo problema da affrontare, nei programmi politici nazionali e locali, per le sue profonde connessioni con la salute e con l’economia, per lo sviluppo e l’occupazione.

Accanto alla diffusa latitanza della politica, tiene viva la speranza che le cose possano cambiare la crescente sensibilità della gente. Se la marcia di milioni di persone in ogni parte del mondo (più di trecentomila a New York) hanno stimolato i convegnisti dell’ONU a cercare di fare del loro meglio, il proliferare di associazioni e comitati nelle varie cittadine del Salento comincia a rappresentare una forza d’argine contro l’invasione dei petrolieri. Su questa coscientizzazione si può forse, più di ogni altra cosa, sperare, a New York, come a Roma o a Galatone.

Nell’ultima puntata del Portavoce i problemi ambientali sono stati al centro dei miei colloqui con Crocifisso Aloisi. Questi ha parlato dell’inutilità del Tap e delle sciagurate decisioni di allocare nei pressi di Galatone una megadiscarica di amianto, che dovrebbe servire al nostro territorio se all’espressione “prevalentemente” si potesse dare un significato diverso da quello previsto nei dizionari ufficiali. Ha parlato della cervellotica decisione di installare una “Centrale a biogas”, che anziché smaltire i rifiuti, li pretende come alimento per il regolare funzionamento. Ha ricordato che nelle vicinanze di Galatone sono state registrate, nelle acque di falda e di pozzi, presenze eccessive di Pcb (Policlorobifenile), una sostanza cancerogena di origine industriale, anche se al di sotto dei limiti, denunciando nel contempo la superficialità con cui l’amministrazione avrebbe proceduto per le verifiche. Argomenti tutti che hanno suscitato grande interesse e che hanno portato a un’incredibile impennata gli indici di ascolto.

L’interesse della gente c’è sicuramente e va soddisfatto. Attraverso un’informazione onesta e a più voci. Ecco perché seguirà a breve un’altra puntata del Portavoce con la presenza dell’assessore all’ambiente. Roberto Antico, dopo i successi riconosciuti come assessore allo spettacolo, scende in campo questa volta come responsabile delle questioni ambientali. Ci dirà tutto quel che attendiamo di sapere. Dalle risposte a quanto detto da Crocifisso Aloisi all’esplicitazione delle politiche ambientali della Giunta Nisi.

La puntata sarà registrata martedì 30 settembre nella sede del palazzo municipale.

Enrico Longo

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